L’Archetipo Anno III n. 1, Novembre 1997

Il racconto

Queste pagine sono dedicate in particolare ai piú piccoli, perché possano accogliere in sé immaginativamente le profonde verità che sono alla base di ogni grande opera d’arte.

I DUE MODELLI

Questa è una leggenda nata intorno ad una portentosa pittura di Leonardo da Vinci. Il pittore, nel 1495, cominciò a dipingere il Cenacolo del Convento di Santa Maria delle Grazie, a Milano. Che cosa era il Cenacolo? Il luogo dove i frati si riunivano per mangiare: il refettorio. Usava ed ancora si usa di rappresentare nella parete del refettorio l’Ultima Cena di Gesú con gli Apostoli. Gesú nel mezzo. Da un lato San Giovanni, il prediletto. Dall’altro lato Giuda, il traditore, che intinge il pane nel piatto del Maestro, prima di uscire per denunziarlo. Poi, cinque di qua e cinque di là, gli altri Apostoli, con varie espressioni nel volto e diversi atteggiamenti nella persona.

Leonardo da Vinci voleva comporre e dipingere una Cena meravigliosamente bella per varietà di espressioni e novità di movimenti. Non pensava ad altro e meditava tutte le ore del giorno il mistero di quella Cena, cercando di penetrare i sentimenti dei vari personaggi, da Gesú, sublime nel suo sacrificio, a Giuda, disperato nel suo tradimento; da San Giovanni, giovanissimo e bello, a San Pietro, irato contro i persecutori. Per via il pittore scrutava i volti degli uomini, in cerca di modelli adatti per le sue figure. Studiava le espressioni della meraviglia, dell’incredulítà, dello sdegno, della rassegnazione, della confidenza, nel viso di tutte le persone che vedeva. Osservava e annotava. Meditava e correggeva.
Fu visto di mattina presto salire sui palchi del Cenacolo, in fretta, prima dell’alba, dopo una nottata di ricerca per un tratto spirituale o un colore d’anima. A volte giungeva sul lavoro soltanto a mezzogiorno, meditabondo. Prendeva il pennello, correggeva un solo particolare e ripartiva. Sembrava che non lavorasse di buona voglia. Il priore del Convento se ne lagnava. Invece Leonardo lavorava sempre, anche quando non toccava il pennello. Lavorava mentalmente, pensando sempre alla sua opera senza distrazione, cercando dentro di sé suggerimenti e fuori di sé modelli.
Un giorno incontrò in un giardino un bellissimo giovane. Viso di un ovale perfetto, occhi sereni, naso retto, bocca dolce, capelli biondi naturalmente inanellati sul collo. Era il ritratto della purezza e della nobiltà, della confidenza e della generosità. Il pittore gli si avvicinò e gli chiese se voleva fargli da modello per il San Giovanni.
In pochi giorni, lavorando con fervore, Leonardo terminò la figura del piú giovane e piú puro degli Apostoli. Poi ricominciò la ricerca e il tormento per le altre figure. Lavorò saltuariamente, qualche volta dimenticando di andare a mangiare, qualche giorno passando le ore tormentandosi la lunga barba. Trascorrevano i mesi, trascorrevano gli anni. Il priore del convento si era già pentito di aver affidato il lavoro ad un artista cosí lento. Si lagnò col duca di Milano, il quale chiese a Leonardo il perché di tanto ritardo. Il pittore gli rispose che gli mancavano due teste da fare, quella di Gesú e quella di Giuda; quella del sommo amore e quella del piú triste peccato. Non trovava modelli adeguati. Per il volto di Gesú attendeva un’interna illuminazione, ma per quello di Giuda tutti i giorni egli si recava nei luoghi frequentati dalla piú bassa umanità: bettole, trivi, bische.
Una sera, al lume di una fiaccola, scorse la faccia di un uomo quasi infernale, che spiava i dadi del gioco e dava in orribili bestemmie. Leonardo attese nell’ombra che il crocchio dei giocatori si disperdesse quasi al termine della notte. Seguí l’uomo, il quale, avendo perso, aveva sul volto i tratti della disperazione.
«Vuoi riavere i denari che hai perso al gioco?» disse il pittore all’uomo col volto segnato dal vizio.
«Cosí fosse!» rispose cupamente il giocatore.
«Vieni con me, mi farai da modello».
S’incamminarono per le vie della città. L’alba già toccava le cime dei campanili quando giunsero a Santa Maria delle Grazie. Entrarono nel Cenacolo ancora in ombra.
Il pittore si mise a preparare i colori in attesa della luce. L’uomo sopra una panca, muto, attendeva. Quando il primo raggio del sole entrò dalle finestre e risvegliò i colori della pittura, Leonardo invitò il modello sul palco:
«Sali quassú».
L’osservò. Il viso dell’uomo aveva veramente i tratti di un Giuda: capelli ispidi, fronte aggrottata, occhi biechi, bocca amara. Con alacrità si dette a ritrarlo in tutta la sua bruttezza.
A un tratto sente un singhiozzo. Si volge meravigliato. Il suo modello piange.
«Che hai? – chiede – Vuoi essere pagato subito?»
«No – risponde in lacrime l’uomo – piango di come sono mutato».
«Perché mutato? Non ti ho ritratto con somiglianza?»
«Sí, ma tre anni fa mi ritraeste ben diverso».
Nel dir questo l’uomo puntava il dito verso la figura di San Giovanni.
«Vedi com’ero allora? Io stesso ti servii di modello per quella beata figura; e ora...»
«Tu saresti dunque lo stesso uomo?» chiese Leonardo meravigliato, quasi incredulo.
«Purtroppo» gli rispose l’altro.
«E che cosa hai fatto in questi anni per ridurti cosí?»
L’uomo errò con lo sguardo lungo la pittura, poi lo fermò sulla figura di se stesso giovane e puro. Abbassò la testa e rispose con pena:
«Ho peccato».

Piero Bargellini

(P. Bargellini, da: Intorno al mondo, De Agostini, Novara 1978)


Torna al sommario