L'Archetipo Anno III n. 6, Aprile 1998

Tripartizione

Dal capitolo dedicato alla Tripartizione dell'organismo sociale del recente libro di Argo Villella Quale capitalismo? stralciamo alcune pagine, rimandando il lettore che desideri approfondire l'importante problema alla lettura integrale del libro.
I disastri compiuti da una ideologia che ha creduto di poter imporre a tutti una sua rigida ma non per questo meno labile concezione del partito-stato e della società; la sottile costrizione ad adottare «tout court» il sistema democratico occidentale dando luogo a fenomeni di rigetto o ad una caricatura del parlamentarismo; tutto ciò non ha favorito l'ordine e l'equilibrio ma ha rivelato una inconfessata presunzione di superiorità da parte di alcune nazioni e di alcuni ambienti culturali. Per non ricadere negli stessi errori, la Tripartizione non vuole chiudersi in schemi rigidi, ma prevede di assumere caratteri diversi a seconda delle diverse circostanze. La stessa dimensione delle tre organizzazioni può variare da popolo a popolo. Il settore economico avrà necessariamente una maggiore peculiarità nei paesi industrializzati rispetto ad aree in cui è piú radicato il riferimento alla antica religiosità comportante quindi una maggiore presenza esteriore della vita spirituale, cosí come nazioni in cui la tradizione giuridica e gli ordinamenti democratici hanno assunto aspetti abbastanza positivi, saranno indotti a consentire uno spazio relativamente maggiore alle componenti giuridico-statali.
I rapporti fra etnie diverse all'interno di una stessa nazione potrebbero raggiungere un migliore livello di tolleranza e di armonia mediante l'esplicazione di una libera vita spirituale. Proprio dalla possibilità del libero confronto fra i diversi gruppi può nascere la possibilità, per ciascuno di essi, di identificare il significato del particolare contributo che sono in grado di donare, non solo all'ambiente in cui vivono, non solo alla nazione che li ospita, ma a tutta l'umanità. Infatti ogni uomo, ogni particolarizzazione etnica, ogni popolo, ogni razza, sono chiamati a un determinato compito dallo Spirito. Per questo la spinta cosmopolita caratterizzante la nostra epoca, l'intrecciarsi di rapporti fra minoranze all'interno di una stessa nazione, l'incontro sempre piú frequente fra tutti i popoli e tutte le razze, può dar luogo ad una fecondazione reciproca. Ma ciò è realizzabile quando gli interessi dell'economia si muovono secondo l'oggettività della sua dimensione mondiale e di conseguenza i progetti di supremazia non possono piú far leva sugli strumenti dell'imperialismo economico; quando lo Stato ritrova la sua vocazione all'esercizio della giustizia rinunziando alle funzioni a lui estranee e quindi garantendo a tutti uguaglianza di fronte alla legge.
Non si tratta di rinnegare lo spirito patrio, l'idea di nazione, tutt'altro! Piuttosto di nobilitarli collocandoli nel loro giusto posto: in seno ad un concreto contesto spirituale. Di non tradirli pertanto con l'errata identificazione in una determinata particolarità del sangue; di non abbassarli a mezzo per fini egoistici di esasperato nazionalismo sfocianti spesso in conflitti atroci senza né vincitori né vinti.
La Tripartizione non propende per istituzioni amministrativo-giuridiche centralizzate o per il federalismo nelle sue forme. Ogni nazione deve poter scegliere liberamente (senza forzature nascenti da rancori e da proteste seppure in parte giustificate) in linea con le sue tradizioni e con il senso profondo della sua storia.
Di fronte alle difficoltà e alle contraddizioni delle varie istituzioni comunitarie, in questa luce possono essere concepite la collaborazione e la convergenza spontanea fra gruppi etnici piú affini, fra paesi le cui missioni spirituali hanno radici comuni, senza per questo dover creare forzosamente una sorta di super-stato, con tutti i difetti dello Stato accentratore odierno.
La proposta di una diversa soluzione della questione sociale suscita immancabilmente perplessità, diffidenza e naturalmente l'accusa di utopia. Tuttavia il mondo imprenditoriale non può negare che i sostegni ai quali si era affidato sinora si vanno sgretolando. Non solo il comunismo è crollato, ma il socialismo riformatore, la socialdemocrazia, il liberalismo e la democrazia non offrono soluzioni valide. Il mito della superiorità morale del potere pubblico è affogato nell'inefficienza e nella corruzione, non solo in Italia. Le politiche di piano, le programmazioni, i sistemi misti hanno provocato infiniti danni ai quali il solo meccanismo del mercato non riesce a fornire terapie valide. I sindacati, per sopravvivere, cercano da tempo di darsi nuove funzioni che mostrano però scarsi legami con la realtà. Conservatorismo e progressismo, destra e sinistra, sono sempre piú riferimenti solo dialettici senza un effettivo contenuto. Va montando, in tutto il mondo, un groviglio mostruoso, di fronte al quale gli sforzi positivi, la volitività, il coraggio di molti, non è sufficiente a sciogliere il tremendo nodo gordiano che ci avvince, generando una paralizzante atmosfera di paura, di incertezza, di angoscia.
Di fronte a tutto ciò gli imprenditori possono scegliere fra due direzioni. Continuare a tentare di tamponare le falle, a rifugiarsi nel loro cerchio ristretto, a scendere a compromessi, a sperare in problematiche riforme elettorali. Oppure guardare in se stessi, ricercare nella propria interiorità le origini dell'attuale caos, aprirsi a nuove visioni superando le inerzie e i pregiudizi, attingere alla propria realtà spirituale piú profonda là dove germogliano le doti, sino a divenire consapevoli che il loro servizio di «capitalisti» rivolto alla società coincide con il significato universale del loro essere uomini. In tal caso, dopo aver udito per tanto tempo gridare: Viva il lavoro, potranno sentire affermare, con altrettanta fierezza: Viva il capitale!

Argo Villella

A. Villella, Quale capitalismo?, Liguori, Roma 1997


Le anime umane incoscienti all'origine, come i bambini, fanno l'esperienza del bene e del male; mentre la loro conoscenza si accresce, la loro coscienza morale si risveglia. Le società primordiali erano ordinate in caste o in tribú che costringevano gli uomini in una rete di prescrizioni dettate dai sacerdoti. L'individualità non era svincolata dall'anima di gruppo, rappresentata spesso da un totem, vale a dire dall'animale al quale il gruppo era particolarmente collegato. Ma gradatamente gli uomini hanno stemperato, quando non spezzato, questi schemi primitivi. Siamo ancora imprigionati nei legami di sangue delle famiglie e dei gruppi etnici; a causa di essi siamo trattenuti nel ciclo delle generazioni e delle vite successive dal quale non possiamo uscire se non con un incessante sforzo di perfezione. Tuttavia non abbiamo per scopo un cielo astratto; l'immortalità dell'anima, dopo la morte del corpo fisico, non rappresenta che uno stadio provvisorio per la preparazione di una nuova incarnazione, sia per necessità sia per sacrificio. Il fine dell'uomo è nella creazione libera di corpi nuovi e di una Terra nuova, con l'aiuto dell'Uomo ideale, del Dio uomo, del Cristo che si è sacrificato per amore, come primo Uomo, dalle origini.
Dunque, questa umanità, essenzialmente ispirata dall'Amore, non si farà da sola, bisogna voler organizzare già da ora nuove comunità nelle quali si sappia vivere in armonia e che siano il modello della Società futura.

Déodat Roché, L'evoluzione individuale e l'armonia sociale, Montpellier 1956


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