L'Archetipo Anno III n. 5, Marzo 1998

Tripartizione

Dal capitolo dedicato alla Tripartizione dell'organismo sociale del recente libro di Argo Villella Quale capitalismo? stralciamo alcune pagine, rimandando il lettore che desideri approfondire l'importante problema alla lettura integrale del libro.
La società è un'unità. Ma questa non può essere concepita a priori senza cadere nell'astrazione. Deve essere costruita momento dopo momento, giorno dopo giorno, sia dal contributo dei singoli uomini operanti nel loro specifico settore sia dall'armonizzazione globale dei loro risultati. Non vi possono essere soluzioni valide, come i fatti stanno dimostrando, se per ogni problema di interesse generale: istruzione, assistenza, previdenza, occupazione, protezione giuridica, una parte pretende di avocare a sé ogni decisione, quando potrebbe ricevere ben altri contributi da quei settori in cui le competenze hanno potuto autonomamente formarsi. È vero che in ogni attività, in ogni necessità dell'esistenza, in seno ad ogni impresa, si intrecciano continuamente aspetti spirituali, giuridici, economici. Ma soltanto quando questi mediante la loro autonomia potranno donare il meglio e quindi correggere in tempo ragionevole gli immancabili errori, solo allora potremmo incamminarci verso un migliore livello di socialità, avendo iniziato a superare il mondo delle frasi declamanti l'impegno sociale e il vuoto delle astratte formulazioni.
Ogni uomo dunque è partecipe di tutti i settori della Tripartizione. Anche se svolge un'attività economica, ha rapporti continui con il mondo giuridico e tutta la sua vita è riferita alla realtà spirituale esprimentesi nelle sue doti innate, nelle vicende del destino, nel suo livello morale, nell'istruzione ricevuta. Se il settore a cui un uomo appartiene, dopo aver conquistato una fattiva autonomia, si pone continuamente in contatto con gli altri, dal momento che questo rapporto non dovrebbe insterilirsi nelle pratiche burocratiche ma incentrarsi sull'incontro fra persone, ne può derivare una maggiore opportunità di partecipazione a tutte le manifestazioni sociali. Viene creata l'occasione, se per esempio si opera culturalmente, di guardare con maggiore impegno agli aspetti economici e giuridici. Viene offerto lo stimolo per iniziare a superare il proprio limitato orizzonte, onde potersi inserire di piú nelle necessità altrui, tenendo conto contemporaneamente, nella propria attività, di quanto di positivo proviene dal di fuori e sentendo l'esigenza di restituire quanto si è ricevuto: con la propria donazione quotidiana prima di tutto, ma anche contribuendo come cittadino maggiorenne alla scelta democratica di buone leggi, inserendosi nella vita spirituale con il proprio arricchimento interiore o mediante una comunità, collaborando come consumatore responsabile alla presenza sul mercato di merci di qualità.
Purtroppo oggi dietro le categorie, le caste, le classi, il generico collettivismo solidaristico, vi sono quasi sempre conflitti di interesse e di potere, astrazioni dottrinarie e sentimentalismi, non certo autentico spirito sociale. Questo può nascere soltanto da una libera decisione dell'uomo ed egli può essere aiutato in ciò da un assetto della società che attivi la sua individualità piú profonda, richiamandolo ad una maggiore responsabilizzazione, ad una maggiore consapevolezza. In sostanza ad un livello di autocoscienza, frutto di un inizio di liberazione interiore attuato nell'esperienza quotidiana vissuta con un respiro piú ampio, e, per questo, in grado di avvicinarlo alla corrente spirituale del nostro tempo ancora embrionale ma non per questo meno reale dalla quale può trarre il senso della sua missione, sino a concepire se stesso come il portatore cosciente dell'essenza dello Spirito: l'Amore.
Il vero principio della socialità. Non recitato, non supposto a priori, non sognato, ma conquistato, per libera decisione, nella vita pratica, nel posto che si occupa nella società, sino a sentir germogliare la presenza del Divino nell'Io, la comunione con il Logos.
Un pensiero spregiudicato, aduso a guardare con oggettività gli eventi, potrebbe prendere in esame l'ipotesi che la concezione della Tripartizione dell'organismo sociale, dietro la sua apparente semplicità, possa aprire nuove prospettive, possa richiamare forze nuove di guarigione e di riscatto sociale. Si potrebbe forse scoprire che la soluzione della questione sociale si pone come risultato di una conquista spirituale decisa liberamente, andando oltre l'artificiosa scissione di un divino confinato in alto e di una realtà quotidiana dominata dalle necessità inferiori; oltre il guscio ormai vuoto delle confessioni religiose e i vincoli oscuri dell'agnosticismo e del materialismo. Sino ad intravedere la luce di un nuovo ordine.
In passato, la presenza attiva di un contenuto religioso nella vita quotidiana ha determinato istituzioni, gerarchie, norme di comportamento abbastanza rigide. Il necessario decadere dell'antico ordine e la precaria sopravvivenza di alcuni suoi fantasmi in qualche istituzione odierna, per questo motivo dannosa, non possono indurre certo a tentativi di restaurazione. Tanto meno la Tripartizione può essere considerata in questa prospettiva. Infatti essa non propone progetti conchiusi di istituzioni, al piú evidenzia l'importanza sociale, sia a livello economico sia a livello spirituale-culturale, della collaborazione associativa, senza tuttavia precisarne le strutture. Non esibisce programmi rigidi e riforme, anche elettorali. Indica, piú concretamente, la necessità di separare i tre aspetti fondamentali della vita sociale secondo la loro essenziale realtà, affinché in seno a ciascuno di essi possano svilupparsi liberamente le istituzioni e le strutture piú idonee ad affrontare le diverse esigenze, a seconda dei diversi popoli, delle diverse culture, delle diverse tradizioni.

Argo Villella

A. Villella, Quale capitalismo?, Liguori, Roma 1997


In merito alle rivelazioni provenienti dall'iniziazione orientale, Rudolf Steiner prese posizione dichiarando che esse «potrebbero innestarsi nella civiltà occidentale soltanto scacciandone il principio cristico. Ma questo significherebbe, in realtà, annientare il vero senso della Terra, poiché questo senso è di comprendere e di realizzare le intenzioni del Cristo vivente. Realizzarle sotto la forma perfetta della saggezza, della bellezza e dell'azione, tale è precisamente lo scopo dei Rosacroce.
Quanto al valore della saggezza orientale, come argomento di studio, resta del piú grande interesse, poiché per i popoli d'Occidente il significato dell'esoterismo è andato perduto, mentre i popoli dell'Oriente lo hanno conservato.
Tuttavia è evidente che l'unico vero esoterismo in Occidente è quello dei Rosacroce cristiani, poiché è da esso che ha avuto origine la civiltà occidentale, e se si dovesse perderlo gli uomini della terra smarrirebbero e rinnegherebbero i loro valori e la loro meta. Un'armonia tra scienza e religione può fiorire soltanto in seno a questo esoterismo, mentre qualsiasi tentativo di fusione tra il pensiero occidentale e l'esoterismo orientale non avrà che conseguenze sterili e bastarde, come il "Buddhismo esoterico" di Sinnet, che ne è un esempio».

da: J.Pierre Bayard, I Rosacroce. Storia, dottrine, simboli,
Ed. Mediterranee, Roma 1975


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