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L’evoluzione materialistica della
civiltà umana ha fatto sí che la scienza empirica ispirata
dall’alto sia stata dismessa o sia andata perduta. Oppure, laddove si è
mantenuta, essa si è snaturata cadendo in un processo di intellettualizzazione,
di codificazione accademica, divenendo rigido know-how utilitaristico e
pragmatico.
Ma non tutto il patrimonio di
conoscenze intuitive al confine con la metafisica è andato perduto.
La deriva dei millenni porta ai lidi di questa nostra civiltà cerebralizzata
reliquie di quei valori e ce ne testimonia la realtà storica: oggetti,
costumi e tradizioni rimasti indenni in sacche di civiltà marginali.
Essi oggi riaffiorano e ci parlano di quando l’uomo poteva ancora accedere
alle scaturigini delle forze che animano la materia. Uno di questi relitti
dell’antica sapienza è il mattang.

Il grande oceano Pacifico è
percorso da venti forti e da impetuose correnti. Per gli antichi naviganti
polinesiani saper sfruttare l’uno e le altre significava poter navigare
in sicurezza tra la miriade di isole che ne punteggiano la sconfinata distesa.
Di notte le stelle fornivano i punti di riferimento, di giorno la rotta
veniva tracciata con l’ausilio della posizione del sole. Ma le isole, essendo
per la piú parte di formazione corallina, presentavano un profilo
difficilmente individuabile persino a breve distanza. Rilevarne quindi
la presenza sulla superficie marina non era facile, gli occhi avrebbero
potuto tradire anche il navigatore piú esperto. Mancare un approdo
in tale fluttuante vastità, poteva avere esiti drammatici.
Ecco allora la necessità
di elaborare una scienza che consentisse di determinare con precisione
l’esistenza di punti affioranti, anche di minima entità. L’addetto
a tale delicato compito si poneva accovacciato a prua dell’imbarcazione,
quasi a far corpo con essa, per “sentire” la presenza di un’isola attraverso
il flusso delle onde contro lo scafo. Le quali onde, nel loro perpetuo
movimento, incontravano l’ostacolo della terraferma e ne venivano respinte
(riflesse), oppure si dividevano, proseguendo oltre l’atollo in due fronti
separati (rifratte). Piú grande e frastagliata era l’isola, piú
complesso il gioco delle correnti intorno al suo perimetro. Le intersecazioni
e gli intrecci in profondità delle correnti chiudevano la terra
emergente come in una rete. Una dinamica, possente massa liquida dai movimenti
e percorsi ripetuti nel tempo, con ritmi e cadenze regolari. Fissarli in
uno schema voleva dire possederne il segreto: chi ne era a parte, era in
grado di interpretarli, riuscendo a localizzare isole distanti anche cento
miglia marine.
A tal fine venne escogitato il
mattang, una riproduzione schematica di quel misterioso gioco di
onde e correnti che era necessario conoscere per orizzontarsi negli spostamenti
da un’isola all’altra. Autentico strumento didattico, lo schema del mattang
serviva a iniziare i polinesiani, sin dalla piú tenera età,
alle segrete leggi che regolano il moto ondoso: esili bastoncini legati
con cordicelle a formare un “atomium”, in cui ellissi, curve, rette, triangoli,
croci, ovali e stelle insegnavano a decifrare la natura occulta del mare,
altrimenti chiusa in maniera impenetrabile sui princípi e i meccanismi
che ne governano la vita e i fenomeni.
Il navigatore polinesiano artefice
del mattang incarnava l’uomo inserito spontaneamente e totalmente
nelle forze elementari, che per lui parlavano un linguaggio esplicito,
familiare, e di cui egli rispettava la misura e l'energia in un rapporto
armonico di scambi e interazioni. Diapason e cadenza dell’infinita orchestrazione
cosmica, egli agiva all’unisono con gli eventi del tutto.
Abdicare a tali prerogative significò
per l’uomo consegnarsi inerme alla materialità strumentale, causa
nel tempo della progressiva atrofizzazione di quelle qualità sensoriali
e ultrasensoriali che consentivano all’individuo ancora inserito in un
contesto primigenio di attingere in maniera intuitiva alla dimensione degli
archetipi.
Urge ormai per l’uomo il recupero
delle preziose virtú empiriche dei primordi in forma cosciente e
meditata, affinché la sua navigazione tra le insidie esistenziali
avvenga con l’ausilio di strumenti ideali e non piú materiali. Si
delinea all’orizzonte l’isola dell’autorealizzazione, terra nobile e sacra
che da sempre lo attende. Per poterla raggiungere egli avrà a disposizione
quella disciplina spirituale che può venir considerata il mattang
dei nuovi tempi: la Scienza dello Spirito.
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