Antroposofia

Il pensiero col quale pensiamo le cose risponde all’apparire di esse, ossia obbedisce al grado di caduta della coscienza dell’uomo nella mineralità. Le cose si manifestano alla coscienza per mezzo della percezione. Questa trapassa immediatamente nell’osservazione mediante la quale il pensare fornisce alla coscienza un parallelo di quanto viene percepito. Vediamo una rosa, per la percezione essa non si distingue dal caos del mondo che ci circonda. L’osservazione ne fa un oggetto particolare nel quale vengono distinti ulteriori oggetti particolari: le foglie, le radici, il fusto, il fiore e cosí via. In seguito vediamo una viola. Anche di essa possiamo osservare la composizione in ulteriori particolari che sono gli stessi di quelli della rosa. Dal confronto tra questi due insiemi di particolari la coscienza comune forma un quid astratto che chiama “pianta”. Quando a questa astrazione si uni sce l’immagine di una pianta, abbiamo una rappresentazione che ci portiamo nella memoria. Del concetto si potrebbe persino dare una definizione prendendola a prestito dalla matematica con le parole: “estratto caratteristico della totalità di insiemi equivalenti” che in sostanza dimostra il suo potere di sintesi. Ma il pensiero del quale stiamo parlando non esce dalla condizionante potenza dell’apparire inorganico delle cose, si lascia determinare da queste, non è che un’ombra di esse. Può, invero, giungere ad astrazioni sempre piú raffinate sino a concepire l’esistenza di qualcosa di organico, all’idea di vita, di evoluzione e ad altri concetti astratti coi quali formare il contenuto di una filosofia, oppure di una descrizione mistica del mondo. Un tale pensiero dipenderà sempre da quanto arriva alla coscienza mediante percezione sensoria, e dunque mediante fenomeni percepiti nel loro essere in un determinato momento.
La cosa risulta specialmente evidente quando ci occupiamo di giudicare il nostro prossimo. Percepiamo chi ci sta di fronte, ascoltiamo le sue parole, cerchiamo di capire quanto ci dice e ci formiamo, in base ad una sorta di “estratto” di tutte queste cose, un giudizio sulla persona, anche se in questo possiamo sforzarci di tenere fuori antipatie e simpatie. Arriviamo cosí a dire che una determinata persona è, per esempio, superficiale. Ognuno può osservare quanto sia difficile liberarsi di un tale giudizio. Esso viene immediatamente afferrato dal sentire e diventa una realtà alla quale crediamo ciecamente come ad un dato inamovibile che sarebbe pienamente giustificato qualora parlassimo di una pietra, di un essere inorganico. Quando la persona di cui si tratta dovesse manifestare, dopo qualche anno, di essere maturata al punto da non essere piú per nulla superficiale, arduo sarebbe convincerci che il giudizio espresso prima era giusto ma deve essere modificato. Un pensare che risponda soltanto al dato inorganico, all’osservazione limitata a quanto appare ai sensi, non può comportarsi altrimenti. Anche il giudizio successivo, che sembra correggere il primo, risponde a sua volta ad un insieme di percezioni per cosí dire congelate in un determinato momento, cosí che i due giudizi sono giustapposti, non fluiscono uno nell’altro: semplicemente sembra che chi ci sta di fronte, dopo anni di distacco, sia diverso, sia un altro.
È facile comprendere che un simile pensiero non può dar conto di un organismo, non ha la capacità di seguirne l’evoluzione che avviene sempre mediante metamorfosi, ossia mediante il trapasso da una forma all’altra, dove quello che conta non è la singola forma ma ciò che tutte le determina e che rimane costante, cosí che una pianta non diventa qualcos’altro semplicemente perché passa dalla forma di seme a quella di fiore.
Da cosa deriva il fatto che l’uomo possiede un pensiero di questo tipo, un pensiero incapace di dar conto di quanto manifesta un organismo? Dal Dottor Steiner sappiamo che nei tempi antichi l’uomo viveva immerso in una coscienza pervasa dalla potenza della consanguineità. Il sapere dei padri, si può dire, veniva ereditato dai figli senza soluzione di continuità. I patriarchi ebrei dell’Antico Testamento arrivavano ad un’età di secoli! Questa affermazione che troviamo nelle Scritture non significa affatto che essi potessero davvero prolungare la loro vita per tanto tempo, ma indica chiaramente che quel particolare sangue si continuava, come coscienza collettiva degli eredi, sino a secoli di distanza dall’antenato. A quel tempo i pensieri venivano afferrati dalla coscienza come piovessero dall’alto, come se fossero esseri volanti che finivano imprigionati nel cuore degli uomini. Se uno aveva un problema da risolvere non ricorreva all’osservazione o alla logica, ma veniva ispirato, ossia penetrava nella sua coscienza una soluzione che egli applicava senz’altro alla realtà. Questi esseri-pensiero si imprimevano profondamente nell’uomo, penetravano sino al sangue di chi li sperimentava e potevano essere trasmessi per via di consanguineità. Questo è anche il motivo per il quale la consanguineità stessa era sentita come importante e irrinunciabile, e perché quello che chiamiamo progresso, sempre piú veloce nella nostra epoca, fosse allora lentissimo e le modificazioni pratiche della vita di ogni giorno fossero irrisorie, ripetendosi lo stesso modello per secoli e secoli. Soltanto quando altre individualità, piú progredite, riuscivano ad immettere nel sangue nuovi pensieri, per via del processo di ispirazione anzidetto, si avevano delle modificazioni importanti. Nel periodo greco questo processo divenne sempre piú individuale, tanto che si dovettero costituire quelle sedi dei Misteri che avevano lo scopo di svincolare singoli individui dalla consanguineità facendoli accedere direttamente, sebbene con coscienza del tutto diversa da quella attuale, ai mondi dove gli esseri-pensiero venivano elargiti dagli Dei.
Ad un certo punto, come sappiamo, col mistero del Golgotha quanto procedeva per via di consanguineità venne interrotto, e a questo processo se ne sostituí un altro che gli corrisponde perfettamente. Gli uomini potevano acquisire pensieri intorno alle cose autonomamente, ma non sarebbero potuti mai pervenire ad una coscienza di veglia simile all’attuale se non fosse intervenuto dell’altro. Gli uomini dell’epoca successiva a quella governata dalla consanguineità, dalla coscienza basata sul sangue che si trasmetteva di padre in figlio, non avrebbero potuto sviluppare null’altro se non una ripetizione puntuale, un compiuto riflesso, della realtà. Avrebbero potuto arrivare al massimo a ripetere in pensieri la realtà che i sensi manifestavano loro come uno specchio riflette esattamente quanto gli sta di fronte. Questo avrebbe impedito ogni ulteriore sviluppo. Cosa accadde, dunque, che indirizzò gli uomini al cosiddetto progresso? Accadde proprio qualcosa di simile alla consanguineità di prima: invece di trasmettere i pensieri per via del sangue questi vennero trasmessi per via del sistema nervoso, il quale deve servirsi della parola e, piú tardi, della scrittura. Per farla breve, ognuno di noi si porta dietro i pensieri pensati da infinite generazioni di uomini che non gli sono consanguinei ma che erano dotati di un sistema nervoso capace di tramandare i pensieri. Facciamo un esempio pratico. Prendiamo un qualsiasi oggetto del quale la nostra civiltà si vanta come di una sua realizzazione. Prendiamo una macchina qualsiasi. Se osserviamo i suoi particolari, possiamo affermare che ognuno di essi fu pensato da qualcuno. Non possiamo affatto ritenere che i minimi particolari di essa manifestino nel mondo fisico i pensieri pensati da un solo uomo, ma nemmeno dal concorso di piú uomini contemporaneamente. È ben vero che la collaborazione di piú uomini che intendono risolvere un problema può andare a vantaggio della soluzione stessa, ma spesso questo procedimento, che oggi viene massimamente esaltato coi gruppi di lavoro, con incontri e discussioni, in realtà non produce soluzioni nuove, bensí non fa che coordinare soluzioni già conosciute. Quello che conta infatti è che i pensieri vengono ereditati dal sistema nervoso per mezzo della comunicazione, altro idolo dei nostri tempi. Se in una macchina osserviamo la presenza di un particolare anche insignificante, come ad esempio dei fori di aerazione, questo non significa che chi li ha praticati ne sia l’ideatore, e nemmeno chi ha progettato quella macchina lo è. Entrambi non fanno che dare una forma alla somma di pensieri pensati sino a quel momento, immettendovi ben poco di nuovo e non conoscendo affatto la provenienza di quel nuovo pensiero, perché esso viene immediatamente inserito nello stesso sistema diventando a sua volta un oggetto del quale si darà comunicazione e che fornirà la base per ulteriori pensieri dello stesso genere. Il progresso funziona cosí. In realtà di nuovo c’è ben poco, esattamente quanto poco di nuovo c’era nella vita di quegli antichi uomini inseriti nel processo della consanguineità. Soltanto i patriarchi e, piú tardi, gli iniziati ai Misteri, portavano qualcosa di realmente nuovo, pensieri capaci di essere poi l’origine di reali modificazioni di quella che poi, vista esteriormente, è la storia. Se vogliamo caratterizzare questo processo all’estremo, possiamo dire che, ad esempio, le singole specie animali manifestano un solo pensiero e dunque ripetono all’infinito sempre lo stesso modello: una volta per tutte. Eppure nel processo di pensiero che abbiamo visto sostituire la consanguineità esiste qualcosa capace di ulteriore sviluppo. Infatti, non sarebbe possibile un reale progresso, un mutamento delle condizioni sia pure materiali degli uomini, se sempre nuovi pensieri non venissero immessi in questo processo esattamente come nei tempi antichi gli Dei immettevano nel sangue quegli esseri-pensiero che guidavano le antiche comunità. Che questa sia una realtà è evidente. La macchina di prima è bensí formata da quelle che possiamo chiamare generazioni di pensieri basati sul sistema nervoso che le tramanda per via di “comunicazione”, ma esiste qualcosa che precede tutto il processo ed è che un uomo almeno ha pensato in maniera diversa. Quest’uomo ha per cosí dire concepito non già i singoli componenti della macchina per i quali si serve anche lui, come tutti, di pensieri già pensati, ma un pensiero che gli fa intravedere un futuro, uno sviluppo, una crescita. Questi pensieri, che stanno alla base di ogni progresso umano che non sia semplicemente una ripetizione meccanica di modelli già conosciuti, sono diversi dai soliti, sono per cosí dire organici, capaci di crescere, di avere in sé un elemento di vita. Essi mostrano a chi li sperimenta nella sua coscienza una possibilità, uno sviluppo ulteriore, come un seme sappiamo racchiudere in sé la pianta che ne nascerà. Se, invece di usarli immediatamente, fossimo capaci di osservare questi pensieri, essi manifesterebbero tutta la loro potenza intesa come tutto ciò di cui potranno o potrebbero divenire atto. Avremmo davanti a noi un pensiero che non è piú fermo, bloccato dal sistema nervoso in un propagarsi orizzontale, basato sul mero fatto di esser comunicato, ma un pensiero che si muove, che si trasforma, che è della stessa natura di quanto chiamiamo organico.
A questo punto chiunque potrebbe dire che l’osservazione dimostra come quel pensiero creativo, vivo, apparso nella coscienza di qualcuno e che produce qualcosa di realmente nuovo, non è qualitativamente diverso da ogni altro pensiero. In realtà è cosí. Ciò che differenzia il ripetere di pensieri già pensati da generazioni di uomini e un pensiero veramente nuovo non è dato dalla natura del pensiero, ma da come la coscienza di chi lo sperimenta si pone davanti allo stesso pensiero. Molti ripetono meccanicamente gli stessi modelli, applicano gli stessi pensieri alla realtà, ma a qualcuno capita di cogliere in uno di questi pensieri un elemento capace di crescita e, dunque, come un essere vivente, di metamorfosi. Se è cosí, allora qualsiasi pensiero racchiude in sé questa possibilità, purché si sia capaci di trovarla superando la meccanica ripetizione di esso basata sul sistema nervoso. A tutta prima non siamo affatto capaci di compiere esperienze di questo genere. Siamo trattenuti dal sistema nervoso nella sfera della ripetizione, dal riflesso dello specchio, come gli antichi padri erano trattenuti dalla forza della consanguineità. Occorre imparare a muovere i pensieri. Occorre ridare vita a qualcosa che ci appare come inerte, incapace di sviluppo, di crescita. Questo vale soprattutto nel campo della vita sociale dove, come si è visto nell’esempio del giudizio che diamo sulle persone che incontriamo, un pensiero per cosí dire inorganico non è capace di seguire le metamorfosi che fanno della vita sociale degli uomini un grande essere vivente. Pensieri che siano soltanto riflessi della realtà e che vengano tramandati per via di comunicazione da una generazione alla successiva non potranno mai comprendere il processo sociale, essi si cristallizzeranno sempre in comunicazioni incapaci di evoluzione che formeranno quelle che oggi si chiamano leggi, che formano a loro volta le Costituzioni e i Codici, qualcosa che non essendo capace di crescere insieme agli uomini li costringe a non crescere.
Come si può operare nel senso di acquistare la capacità di pervenire a pensieri che siano vivi, che siano capaci di movimento, dunque di metamorfosi? Chi ha presente la prefazione di Rudolf Steiner a La filosofia della libertà sa che non esiste una ricetta valida per tutti e per tutto, che non esistono risposte teoriche “da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria”. Non sarebbero risposte vive e vere, ma solo le solite astrazioni che potrebbe fornire un qualsiasi scienziato, filosofo, medico, tecnico ecc.
Piuttosto sarebbe preferibile portare e far vivere in sé una domanda, una richiesta, un anelito che dia frutti in futuro, che trovi nel tempo i suoi riscontri. La risposta teorica è qualcosa di finito, un processo giunto a conclusione, una vita che è morta, un quid in cui non esercitiamo piú la nostra attività e quindi, essendo sostanza di pensiero, un quid in cui si è spenta la nostra destità, in cui non vi è piú la nostra presenza che per esserci deve volersi continuamente e costantemente essere in azione.
Al fine di una risposta autenticamente soddisfacente non bastano nemmeno gli esercizi esoterici, perfino quelli consigliati dalla Scienza dello Spirito secondo la Via pertinente ai tempi attuali, se essi verranno praticati con lo stesso spirito con il quale l’impiegato-impiegato timbra il cartellino in ufficio o il religioso-impiegato va a messa la domenica o il militare-impiegato va all’alza-bandiera ogni mattina e chi piú ne ha piú ne metta.
Non ci si può limitare ad essere degli apparentemente corretti e tuttavia meri esecutori di esercizi, creando una schizofrenica separazione tra sé e l’attività in atto: in questo caso l’esercizio diverrebbe una sorta di mantram ipnotico che, invece di ridestare la coscienza, l’addormenterebbe. Non si farebbe altro che tentare di trasportare su un piano che non è il suo la medesima situazione del mondo fisico: un soggetto di contro a un oggetto. Invece, in un mondo di forze tutto deve essere una forza, anche il soggetto, che non deve estraniarsi timidamente, bensí partecipare coraggiosamente al processo vitale.
A conclusione, Leo in Barriere, UR 1927, ci ricorda: «Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano».

Renzo Arcon

Immagine: Michael Maier, Atalanta fugiens, incisione 1618

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