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biografiche: Giuliano Flavio Claudio, detto l’Apostata. Nato a Costantinopoli
nel 331 d.C., morto in Mesopotamia nel 363. Imperatore dal 361 al 363.
Era figlio di Giulio Costanzo, fratello di Costantino il Grande. Battezzato
cristiano, venne istruito da Mardonio, il cui insegnamento fece nascere
nel giovane una profonda ammirazione per il mondo pagano e le sue divinità.
Dopo gli studi a Nicomedia sotto la guida di Libanio, si trasferí
prima a Efeso e poi a Pergamo. Qui frequentò l’accademia del neo-platonico
Massimo, discepolo di Giamblico. Nel 351 abiurò la fede cristiana,
azione che gli valse appunto, ad opera dello storico Fozio, l’appellativo
di Apostata. Nel 354 era ad Eleusi, dove venne iniziato ai Misteri di Demetra
e Dioniso. L’imperatore Costanzo II lo nominò “cesare”, e gli affidò
il comando delle operazioni militari in Gallia, dove Giuliano si distinse
per le brillanti vittorie e la conquista di Strasburgo, e fu acclamato
“augusto” dai soldati. Alla morte di Costanzo II nel 361, rientrò
a Costantinopoli dove, diventato imperatore, iniziò l’opera di restaurazione
del paganesimo. Fece ricostruire i templi, ripristinando gli antichi culti
e riorganizzando la gerarchia religiosa, elaborando una nuova teologia
e ponendosi egli stesso a modello dei fedeli con una vita austera, devota
e dedita alle opere di carità. Nonostante il recupero della tradizione
precristiana, Giuliano si fece garante di una generale tolleranza e permise
la libertà di culto per tutte le religioni. Avendo intrapreso una
campagna militare contro i Persiani, a Maranga, sul fiume Tigri, fu colpito
mortalmente e spirò con la stessa dignitosa e serena compostezza
di Socrate. Della sua vasta produzione letteraria sono giunti a noi dei
frammenti poetici, alcune satire, l’Epistolario e otto Discorsi
contenenti la sua visione etica, religiosa e politica. |
La vita terrestre,
secondo le particolari vedute neoplatoniche cui Giuliano Imperatore si
ispirava, è una semplice proiezione, su un piano spazio-temporale,
della universa volontà dell’Io superiore, luminosa entità
trascendente la nostra limitata dimensione corporea. Vera finalità
dell’asceta non è dunque fuggire il mondo per cadere in un emozionalismo
mistico, ma, di contro, affrontare radicalmente la prova della terra e
della morte, affinché l’uomo ideale (l’Adàm-Qadmon)
permei e ricrei a nuova vita con la sua luminosa sostanza originaria l’uomo
empirico, sperimentando, cosí come chiarisce Plotino nella Enneade
VI, una pura folgorazione nel vuoto noetico, l’hènosis,
cioè l’unità assoluta tra l’Io e lo Spirito del mondo.
Giuliano è
cosciente che l’azione spirituale umana è limitata dalla necessità
somatica, essendo il corpo niente altro che il tessuto dello spazio e del
tempo, ovverosia quello della “caduta” nella sfera di Ahrimane (come sosteneva
Zarathustra nell’Hadoxt-Nask), dio della materia e della morte.
Tutto ciò è dovuto, secondo l’Imperatore, ad una scelta eroica
compiuta dalle Anime Celesti che, avendo già nel cielo l’immortalità,
preferiscono invece, sacrificandosi, scendere sulla terra, incarnarsi in
un corpo materiale e qui combattere la vera Guerra Santa conquistando la
perfezione e l’immortalità.
Tale visione ricorda
esplicitamente l’antica tradizione iranica che accordava alle fravashi
(le anime superiori, archetipiche degli uomini) una funzione cosmologica
di primo piano, dato che lo stesso Ahura Mazda dichiarò che se non
vi fosse stata la loro volontà eroica di incarnarsi sulla terra,
il mondo intero sarebbe caduto in potere della menzogna (Yasht 13
12).
Conforme al piú
puro esoterismo pitagorico, e quindi platonico, il pensiero giulianeo incentra
la metafisica della contemplazione sulla osservazione sovrasensibile del
Sole quale Eone primordiale e centro metafisico del cosmo intero. In proposito
è senza dubbio importante ricordare la concezione di Giuliano riguardo
ai tre Soli: vi sono tre Soli ordinati secondo un’occulta gerarchia macrocosmica,
ovvero il Sole del mondo spirituale, Uno-tutto, il Logos ermetico-solare;
il Sole del mondo intelligibile, che Giuliano definisce Helios Basileus,
che ha una funzione di mediazione; e infine il Sole del mondo sensibile,
quello che quotidianamente emana la luce di cui noi fruiamo.
L’imperatore – secondo
Giuliano – se vuole realmente operare per il Bene, deve quindi entrare
in una profonda connessione spirituale con Helios, il principio a-spaziale
e a-temporale del mondo: il suo agire, oltre ad essere improntato a una
rigorosa condotta morale, deve altresí essere la diretta manifestazione
di una volontà non egoica e non soggettiva, ma addirittura sovrumana!
Di qui l’esigenza di una strenua pratica ascetica che, conforme alle piú
nobili tradizioni iniziatiche, dia modo all’uomo di sperimentare coscientemente
le condizioni di sogno, sonno profondo e di catalessi (il turiya dello
Yoga). Tale azione noetica è un’intuizione spirituale mediante la
quale si annulla progressivamente l’astratta barriera che ci separa dalla
sorgente sovrasensibile del mondo.
Può essere
significativo ricordare un passo delle Enneadi di Plotino riguardante
quest’azione volitiva di auto-trasformazione: «Spesso, destandomi
a me stesso dal mio sogno corporeo e diventato estraneo a ogni altra cosa,
io contemplo nel mio intimo una bellezza meravigliosa e credo, soprattutto
allora, di appartenere a un piú alto destino; realizzando una vita
migliore, unificato col divino e fondato su di esso, io arrivo ad esercitare
un’attività che mi pone al di sopra di ogni essere spirituale».
E ancora: «Se però abbandona tale immagine, per quanto sia
bella, e raggiunge l’unità con se stesso senza piú dividersi,
egli è uno e tutto nello stesso tempo, insieme col dio che è
presente nel silenzio, e se ne sta con lui, sino a che può e desidera».
La realizzazione volitiva dell’Io è quindi un’ascesa conoscitiva
della forza-pensiero (naturalmente non quella logica discorsiva) verso
l’Uno-Tutto.
In ambito misterico,
sarebbe improprio stabilire una netta cesura tra uomo operante, attivo,
e uomo conoscente, dato che l’uomo addestrato nelle scuole misteriche è
realmente un uomo integrale, in cui l’agire stesso è affermazione
dello Spirito. Per cui, un tipo umano del calibro d’un Giuliano unisce
nel suo operare gli aspetti piú luminosi della regalità e
del sacerdozio, incarnando quella gloria imperiale, la Khvarenah,
di cui si parlava per definire i Re persiani.
La stessa ascesi
guerriera, di cui Giuliano è, a livello storico, uno dei massimi
rappresentanti, è in fondo e nello stesso tempo un’ascesi contemplativa,
se solo si considera che l’autentico coraggio non è finalizzato
alla vittoria fisica sull’avversario esteriore, ma alla vittoria su abitudini,
timori, paure che vorrebbero impedire di agire in base ad una “fantasia
morale”, “immaginazione creatrice”; e ciò significa mollare gli
appoggi del quotidiano e del convenzionale.
Allo stesso modo
non va dimenticato che il vero atto guerriero dell’Eroe tradizionale era
quello stesso per il quale il combattente si ritrovava – in seguito ad
una serie di esperienze che sarebbe troppo lungo descrivere – in una sfera
che i greci definivano neikos, cioè il mondo delle ombre
e della morte, con cui egli doveva combattere fino all’estremo delle proprie
energie.
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| Riteniamo
utile, ai fini di una piú profonda comprensione della figura di
Giuliano l’Apostata, riportare qui di seguito quanto ha detto di lui Rudolf
Steiner nelle conferenze sui nessi karmici tenute a Dornach nel settembre
del 1924.
Per chi osserva la storia
nel suo pieno significato, nei primi secoli del cristianesimo vi è
un evento che appare circonfuso di singolare mistero. Vediamo una personalità
la quale interiormente ci sembra pochissimo adatta al ruolo svolto; vediamo
l’imperatore Costantino abbracciare il cristianesimo per farne quello che
il cristianesimo ufficiale dell’Occidente in effetti divenne. A lato di
Costantino, naturalmente non a lato in senso fisico ma abbracciando periodi
di una certa ampiezza, vediamo Giuliano l’Apostata, una personalità
di cui si può in realtà sapere che in lei visse la saggezza
misteriosofica. Giuliano l’Apostata poteva parlare del triplice Sole, e
perdette la vita perché, avendone parlato, venne considerato traditore
dei Misteri. A quel tempo non era lecito parlarne, e prima lo si poteva
ancor meno. Giuliano l’Apostata si trovava in una posizione speciale di
fronte al cristianesimo. In certo senso restiamo stupiti nel rilevare quanto
poco ricettiva per la grandiosità del cristianesimo fosse questa
personalità cosí fine e geniale, ma ciò era perché
attorno a lui Giuliano vedeva cosí scarsamente attuata quella lealtà
intima da lui ritenuta necessaria. Invece fra coloro che lo introdussero
nei Misteri antichi riscontrò molta onestà, molta positiva
lealtà.
Giuliano l’Apostata venne
assassinato in Asia. Molte favole si diffusero intorno alla sua morte,
ma il vero motivo fu che in lui si vide un traditore dei Misteri. Si trattò
di un assassinio premeditato.
Quando arriviamo a conoscere
meglio ciò che viveva in Giuliano l’Apostata, ne veniamo sommamente
interessati. Come si svolse la vita ulteriore di questa individualità?
Si tratta infatti di un’individualità tutta speciale per la quale
si può ben dire che, piú di Costantino, piú di Clodoveo,
piú di tanti altri sarebbe stata atta a diffondere il cristianesimo.
Era un assunto presente nella sua anima. Se i tempi l’avessero consentito,
se le circostanze fossero state favorevoli, sulla base degli antichi Misteri
egli avrebbe potuto creare una linea continuativa diretta dal Cristo precristiano,
dal reale Logos macrocosmico, al Cristo che dopo il mistero del Golgota
doveva continuare ad agire in seno all’umanità.
Se ci si addentra in un
esame spirituale di Giuliano, si scopre qualcosa di singolare: essere apostata
fu la scorza, mentre nel fondo della sua anima vediamo un impulso ad afferrare
il cristianesimo, un impulso al quale tuttavia egli non permise di affiorare,
che egli represse, che soffocò a causa delle sciocchezze che Celso
aveva scritto sul Cristo. Accade che anche una personalità geniale
si lasci talvolta ingannare dalle sciocchezze altrui. Quindi si ha la sensazione
che Giuliano sarebbe stato l’anima adatta a spianare la via al cristianesimo
per portarlo al percorso che gli spetta.
Ma ora lasciamo l’anima
di Giuliano l’Apostata quale fu nella sua vita terrena e seguiamo la sua
individualità con sommo interesse nei mondi dello Spirito. Qui vi
è però qualcosa di non chiaro; un non so che di oscuro alita
intorno a quest’anima, e solo l’attenzione piú intensa riesce a
far luce al riguardo. Il medioevo è ricco di vedute leggendarie
su molte cose che tuttavia per lo piú si ricollegano a eventi reali.
Già dissi come fossero adeguate, sebbene in modo leggendario, le
saghe che vennero raggruppandosi intorno alla persona di Alessandro Magno.
Nella descrizione fatta dal prete Lamprecht, quanto viva appare la vita
di Alessandro! Ma quanto seguita a vivere di Giuliano sembra volere di
continuo sottrarsi all’osservazione umana, e solo a fatica, avendone seguito
le orme, l’occhio spirituale riesce a fermarsi su di lui: continuamente
si sottrae all’indagine. Lo seguiamo attraverso i secoli fino al Medioevo
e ci sfugge. Se tuttavia si riesce a seguire, ecco che si approda in un
punto strano, in un punto che non è per nulla storico, ma è
invece piú che storico. Approdiamo a una personalità femminile
in cui troviamo l’anima di Giuliano l’Apostata, a una personalità
femminile che, pur sottostando essa stessa a un’impressione opprimente,
compí in vita qualcosa di grande importanza. Questa personalità
vedeva non in se stessa, ma in un’altra persona, un’immagine del destino
di Giuliano l’Apostata, in quanto, durante una spedizione in Oriente, egli
vi morí vittima di tradimento.
Si tratta di Herzelayde,
la madre di Parsifal, una personalità storica della quale la storia
però non riferisce. Attraverso il suo sposo Gamuret, perito vittima
di tradimento durante una spedizione in Oriente, Herzelayde è ricondotta
al proprio precedente destino come Giuliano l’Apostata. A cagione di questo
richiamo, che le si incise profondo nell’anima, essa fece quello che in
forma di leggenda, ma di leggenda singolarmente storica, viene riferito
dell’educazione da lei impartita a Parsifal. L’anima di Giuliano, che era
rimasta nascosta nel fondo del suo essere, e della quale si sarebbe creduto
che fosse destinata a indirizzare il cristianesimo su giuste vie, quest’anima
la ritroviamo nel Medioevo in un corpo femminile, nella personalità
femminile che manda nel mondo Parsifal per cercare e guidare le vie esoteriche
al cristianesimo.
…L’anima di Giuliano faceva
parte di quelle che avevano assorbito qualcosa degli antichi Misteri, era
vissuta nella sostanza degli antichi Misteri in un tempo in cui splendevano
ancora chiari, e aveva accolto in sé molto della spiritualità
del cosmo. Quella spiritualità era stata in certo senso repressa
durante la sua incarnazione come Herzelayde, e piú tardi quell’individualità
riemerse nel secolo sedicesimo. Vediamo cosí allora risorgere cristianizzato
quanto in lei era vissuto nella sua incarnazione come Giuliano l’Apostata.
Quell’individualità ricompare nel secolo sedicesimo come Tycho de
Brahe [vedi L’Archetipo 8, IV, Giugno 1999] che prende posizione contro
la concezione copernicana che affiorava nella civiltà occidentale.
R. Steiner,
Considerazioni esoteriche su nessi karmici, IV,
Ed. Antroposofica, Milano 1989
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