Sto
rileggendo Filosofia della libertà e sono arrivato
al punto in cui il Dottore parla di quanto l’uomo ha
portato con sé nella sua fuga dalla natura (a pagina 25).
Dice in particolare che quanto nella sua interiorità è
simile alla natura servirà a tracciare la strada della
nostra indagine e soprattutto che ad un certo punto l’uomo
deve giungere a dire: «Qui non siamo solo che “io”
qui vi è piú di “io”». È proprio questa frase che
mi riesce ostica poiché non riesco a vedere in maniera
distinta in una mia esperienza interiore dove “è solo
io” e dove “è piú che io”…
Aurelio Riccioli
- La citazione di Steiner in Filosofia
della Libertà riguarda l’esperienza che ognuno deve
compiere personalmente, attraverso un’intensificata
coscienza di sé. I cinque esercizi fondamentali della
Scienza dello Spirito – in particolare quello della
concentrazione, volto ad ottenere il “pensiero libero
dai sensi” – servono a raggiungere dentro di sé quel
“qualcosa che è piú che io”. Ognuno parte dalla
propria egoità, da quell’ego che dice di sé “io”.
Ma questo piccolo io non può contenere in sé la sua piú
alta interiorità individuale. Al contrario, quando si
arriva a sperimentare il proprio Io nel pensiero libero
dai sensi, si comprende quanto limitata sia la piccola
parte che normalmente viene sentita come “io”. L’uomo
realizza allora che tutta la natura che lo circonda vive
dello stesso soffio divino che egli trae a sé nel
respiro. Come nell’esercizio della percezione pura si
attua l’identità del percepito e del percipiente, cosí
colui che arriva a sentirsi Io nella sua individualità
piú alta, realizza l’identità con la natura in cui è
contenuto, e che egli a sua volta contiene entro se
medesimo. Parlare di queste verità è difficile, e si
rischia di farle diventare speculazioni dialettiche, o
filosofia. Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, piú che
disquisire sull’argomento, hanno indicato la Via per
giungere a sperimentare direttamente questo “qualcosa
che è piú che io”. E tale è il compito che dobbiamo
sentire prioritario rispetto a qualunque altro. La lettura
ci aiuta, ci stimola, ma se non è accompagnata da una
nostra verifica personale, rischia di diventare solo un
passatempo culturale, pur se nobile ed elevato.
-
Siamo
due ragazze di 22 anni, e da circa due seguiamo l’Antroposofia.
Al momento giusto, dopo letture personali, abbiamo avuto la
fortuna (se cosí si può chiamare) di incontrare una
persona che partecipava alle riunioni di Massimo Scaligero.
Oggi, oltre a continuare ad avere accanto questa persona,
noi e altri tre amici che seguono la Via abbiamo iniziato a
incontrarci una volta a settimana. Da poco abbiamo anche
iniziato l’esercizio della concentrazione di gruppo, in
sedi separate, ogni giorno alla stessa ora. Crediamo che uno
di noi abbia serie difficoltà non solo nel fare l’esercizio,
ma anche nel risvegliare quel senso di dedizione assoluta
verso la Via stessa. Come capire se è realmente cosí e
quindi aiutarlo? Ma soprattutto, come capire se questa
persona vuole davvero seguire la Via o è spinto solo
da curiosità e solitudine?
Annalisa e Antonella
- È molto positivo il vostro
incontro settimanale, e soprattutto lo è la vostra volontà
di seguire una Via che richiede grande tenacia, dedizione e
amorevolezza verso il prossimo. È questa amorevolezza,
unita all’assenza di pregiudizio (esercizio della “spregiudicatezza”)
che dovrà farvi comportare nella maniera piú giusta verso
l’amico che volete aiutare, lasciandolo libero di seguire
a proprio modo il cammino, pur se con difficoltà maggiori
delle vostre, o con le insicurezze, le perplessità e le
curiosità spesso foriere di un piú profondo e solido
convincimento futuro.
Alcune
situazioni della vita appaiono tali solo perché vi sono
in atto certe condizioni. Paragonabili a un luogo dove,
per il freddo, spontaneamente l’acqua diventa, e
permane, solida: il solido non è tutta la sua realtà,
bensí quella relativa ad un determinato grado di calore.
Ma se riscaldiamo il ghiaccio, l’acqua riprende il suo
stato fluido. Cosí, se risolvi il legame che vi lega, chi
ti fa da ostacolo potrà, un giorno, svilupparsi in
condizioni differenti. Ad uno sguardo approfondito la
compassione non cessa o si attenua ma, anzi, si estende:
fin dove l’immediata compassione non giunge. Non è piú
l’esclusiva e limitata compassione per il debole: stato
che risulta, comunque, una conclusione. Ma è anche quella
per il potente, molto piú difficile da realizzare: a cui
l’inessenziale sentire non giunge. O per chi, pieno di
vita, porta le proprie forze giovanili al macello. O per
chi s’illude di progredire. E nell’epoca del pensiero
riflesso si potrebbero estendere simili esempi all’infinito:
stati che sembrano non degni di compassione, ma in realtà
lo sono. Chi passa uno stato che giudichiamo degno di
compassione, può realizzare un debito karmico come no. In
quest’ultimo caso non viene certo meno la compassione:
prendendo coscienza del mistero di una logica superiore.
Ma, in relazione al primo, si dovrebbe estendere la
propria visione a ciò che necessariamente lo ha
provocato. Se si conosce qualcuno degno di disprezzo, che
valutiamo meno di zero, che desidereremmo non esistesse
affatto: forse siamo davanti ad un esempio vivente di ciò
che porta allo stato miserevole successivo. Distinguiamo
pure concettualmente il seme dalla pianta, ma nella
realtà i due sono un ente unico. Cosí i due momenti
karmici. Ma se è cosí, non ha senso portare incontro la
propria compassione solo a chi vive il momento successivo:
ma anche a chi vive il momento che lo precede. L’attuale
cultura crede che l’amore sia solo un sentimento. In
realtà non sa elevarsi dal concetto di attaccamento:
perché di null’altro parla, quando dice amore. È una
delle piú potenti illusioni: credere d’amare qualcuno
nei limiti angusti del pensiero riflesso. Mentre l’amore
lo si può ritrovare solo nella realizzazione dell’identità
fin nella percezione fisica. Ed al di là di questa. Ma è
l’identità che non può realizzarsi dove già sembra
essere, ma solo dove, apparentemente, non c’è.
Non-identità, di cui l’oggetto della concentrazione è
piú che un simbolo.
BUBI
La compassione può essere attuata
ove si attiva in noi un piú alto sentire. Massimo
Scaligero, nel suo libro La Via della Volontà Solare
(Ed. Rocco, Napoli 1962), afferma che: «dell’autentico
sentire oggi l’uomo ha solo un’eco corporea, rispondente
alla personale costituzione egoica, onde le varie forme di
sentimento, manifestando ogni volta le esigenze di una
determinata natura, sono necessariamente l’espressione
della specie piú che della individualità: di conseguenza
si traducono sempre in un inconsapevole inganno verso se
stessi» (pagina 114), ma aggiunge anche che «il sentire
può venir direttamente educato e risollevato al livello
della sua vastità e delle sue relazioni cosmiche.
Restituito alla sua impersonalità, esso diviene esperienza
impersonale dell’Io: perciò si manifesta come amore»
(pagina 115). All’estinzione del sentire egoistico,
attraverso la liberazione dell’astratto pensiero e l’attivazione
della libera volontà, s’indirizza il lavoro del seguace
della Scienza dello Spirito. Un lavoro che contempla
soprattutto la con-passione, la condivisione cioè del
dolore dell’umanità: dolore che può essere veramente
alleviato solo dalla potenza dell’Amore.
Se
una persona che studia Antroposofia cede alla tentazione del
suicidio, nelle prossime esistenze ritroverà l’Antroposofia?
Anonimo
- Per un discepolo della Scienza
dello Spirito, come per qualunque altra persona, molteplici
sono le motivazioni di un tale gesto estremo: un suicidio
può rappresentare un atto di eroico martirio, un altro una
disfatta. In quest’ultimo caso, la persona ne risponderà
al Mondo spirituale e una volta tornata sulla Terra, il
karma le porterà incontro i mezzi per porvi riparo. Avendo
conosciuto la Via dei Nuovi Tempi, cercherà di ritrovarla,
per poter sviluppare le forze necessarie a superare la
medesima tentazione, che, come ci viene insegnato, nella
successiva incarnazione potrà ripresentarsi.
|