- Queste parole severe, austere,
scritte oltre quarant’anni fa nell’Avvento dell’uomo
interiore, esprimono in maniera chiara e radicale quale
debba essere l’atteggiamento interiore necessario a
percorrere il sentiero spirituale e il clima dell’anima,
nel quale si deve svolgere l’ascesi di colui che, sentendo
il richiamo dell’Assoluto, vuole rispondere all’Appello
del Mondo spirituale. L’ascesi interiore non è un’attività
ricreativa o diversiva, volta a distrarre dalla routine o
dalla noia di una vita quotidiana vuota e ripetitiva; non è
un training o una ginnastica psichica, che debba far
conseguire prestazioni eccezionali, per soddisfare la brama
di vita e le velleità dell’ego; non è neppure un
sedativo consolatorio o un narcotico che ci aiuti ad
evitare, comodamente, le paure o le pene che la fatica di
esistere, con indesiderata generosità, in abbondanza ci
dona. L’ascesi interiore, il sentiero della iniziazione ad
una piú alta vita spirituale, è una via eroica che vuole
portare il discepolo ad una totale trasformazione dell’anima,
tale da renderlo capace di rispondere all’Appello del
Mondo spirituale. Per metterlo in grado di rispondere
sinceramente e autenticamente a questo Appello, l’ascesi
lo deve rendere forte – ma non si tratta della forza
ordinaria – e lo deve rendere cosciente. Non è un training
o una tecnica, è un sentiero sacrale e necessita dell’intenso
clima conoscitivo, volitivo e morale descritto nelle parole
dell’Uomo Interiore. È una Via – sacra – che deve
rendere l’asceta tanto forte e cosciente da essere egli
capace di attuare la consacrazione di sé.
- La consacrazione di sé è la
risposta all’Appello del Mondo spirituale. La
consacrazione integrale di sé è l’unica risposta
possibile a questo Appello: è l’unica possibile perché
è l’unica sincera, l’unica autentica.
- Questo Appello, questa chiamata,
che si manifesta ormai con un’urgenza sempre crescente ed
un’insistenza pressante che non hanno uguali nel divenire
dell’umanità, richiede – esige – una risposta. È un
Appello che, oggi, piú che come una chiamata, risuona,
sempre piú alto e forte, come un drammatico grido d’allarme,
come un incitamento impellente ad affrontare energicamente
– e coraggiosamente – la battaglia suprema contro
potenze antispirituali, la cui azione può rivelarsi fatale
– o addirittura annientatrice – nei confronti dell’uomo.
- A chi è rivolto questo drammatico
Appello; chi è chiamato, in questo tragico momento, a dare
la risposta risolutrice? L’Appello è rivolto all’Uomo e
alle comunità spirituali.
- È rivolto all’Uomo perché –
prima che sia troppo tardi – egli si scuota dall’ubriacatura
ottenebrante che lo lega ad un apparire effimero e
illusorio, risvegli nel proprio cuore la memoria della sua
essenza eterna, si ricordi della patria celeste dimenticata,
della sua originaria grandezza spirituale da lungo tempo
smarrita, divenga consapevole dell’alta missione legata al
suo lottare terrestre – vita est militia sacra super
terram – e affronti risolutamente, con coraggio, l’impresa
affidatagli dal Cielo e dal Destino.
- È nel cuore che deve risvegliarsi
questa memoria celeste, ed è dal cuore che deve essere
attinto il coraggio necessario a tanto ardua impresa.
- Il Mondo spirituale rivolge questo
Appello, questa chiamata, all’Uomo nella sua universalità
e alle comunità spirituali, ma è l’individuo, il singolo
uomo che deve rispondervi. La richiesta, l’invito alla
compromissione interiore, è rivolta a ogni uomo, ma la
risposta non è imposta ad alcuno: soltanto in libertà e
per amore l’individuo, il singolo uomo – in una
autonomia totale e in una solitudine interiore assoluta –
sceglie di rispondere all’Appello dello Spirito, al
richiamo dell’Assoluto, con la consacrazione integrale di
sé.
- Questa risposta al richiamo,
questa scelta di compromettersi totalmente e definitivamente
con l’Assoluto scaturisce dal coraggio del cuore, acceso
dalla memoria celeste. È opera della intelligenza celeste
del cuore che è, appunto, Intelletto d’Amore. Non può,
quindi, non essere una via d’audacia e di dedizione: una
via eroica d’Amore.
- Che cosa impedisce, allora, all’uomo
singolo di rispondere senza indugio a questo urgente
Appello, che cosa fa sí che egli si sottragga, pavidamente
e irresponsabilmente, ad un compito che, in maniera sempre
piú decisiva, l’incalzare degli eventi gli pone dinanzi e
che le prove estreme esigono da lui di affrontare, senza
concedere spazio al disimpegno, al procrastinare, alla
fiacchezza, alla latitanza? È uno stato di profonda “ignoranza”,
che in molti uomini si manifesta come una condizione di
sordità e di ottusità del cuore, di offuscamento e di
opacità dell’anima, di stordimento e di alienazione della
coscienza spirituale. In tale condizione l’intelligenza
celeste del cuore è paralizzata perché l’anima è
tramortita, immersa in uno stato comatoso, come morta. Per
cui si può dire che nell’uomo, che sia totalmente immerso
nell’“ignoranza” – e sono i piú – è spenta la
luce dello spirito, perché questo non conosce; è estinta e
morta la vita del sentire, perché in tale stato di sordità
e ottusità del cuore celeste nulla risuona; è inerte e
paralizzata la forza del volere originario dell’anima,
perché questa non ama. L’anima non ama, perché non sente
e non conosce. Tradisce se stessa e il Cielo per viltà nata
da ignoranza. E questo rinnegamento codardo ha conseguenze
pericolose, letali, come letali sono le acque del Lete che
procurano un oblio di morte.
Non
vi è Sapienza o Conoscenza celeste senza Amore; non vi è
Amore senza coraggio; non vi è coraggio senza fedeltà; né
fedeltà senza consacrazione. Il compito, quindi, è quello
di conquistare la forza di attuare la consacrazione di sé
allo Spirito. Ma l’uomo, generalmente – anche se
spiritualista – teme questa forza, come teme lo sforzo di
conquistarla, e teme soprattutto la trasformazione totale
dell’anima che l’attuarsi di questa forza comporta. Per
cui egli si abbandona alla necessità e alla fatalità,
siano esse d’ordine materiale o spirituale. Non
concepisce, anzi evita di concepire, una possibilità
diversa, attiva, responsabile e coraggiosa. Il piú delle
volte immagina anche il Divino o il Mondo spirituale come
qualcosa di necessario e di fatale. Desidererebbe che lo
Spirito lo afferrasse o lo travolgesse, senza la sua
iniziativa e senza la sua responsabilità. Il Divino lo
dovrebbe assolvere dal faticoso compito di scegliere, di
lottare, di realizzare: vorrebbe – anzi bramerebbe –
essere posseduto dal Divino che dovrebbe funzionare in lui,
al posto suo, in maniera meccanica, automatica.
- Proprio questa è la viltà dell’uomo:
la sua rinuncia a conoscere lo Spirituale autentico, l’abdicazione
all’atto libero di essere coscientemente l’Io, il
Soggetto autonomo, responsabile, del conoscere e dell’agire.
È proprio da questa visione fatale e necessaria dello
Spirito e del Divino che nasce l’anelito alla via egoica,
ossia ad una via comoda che lasci indisturbato il dominio
che la fatalità e la necessità hanno sull’uomo, dominio
che non è del Divino o dello Spirito, ma delle potenze
antispirituali che vogliono l’asservimento o l’annientamento
dell’uomo.
- La Via spirituale è la Via
eroica, proprio perché l’asceta, mosso dall’intelligenza
celeste del cuore, da Intelletto d’Amore, lotta contro la
necessità e la fatalità, l’apparente onnipotenza degli
Ostacolatori – che lo legano al divenire sensibile e al
suo invadente risuonare nell’anima. Egli accetta che
vengano messe nelle sue mani la responsabilità e le redini
della sua esistenza esteriore e interiore, perché «delude
gli Dei chi vuol dipendere dagli Dei», e quindi il suo
andare avanti comporta un incessante lottare. Il lottare
contro il sonno della coscienza, contro la seduzione ad
abbandonarsi alla fatalità “naturale”, la rinuncia ad
appoggiarsi ad una spiritualità tradizionale ormai esangue
e spenta, lo portano ad essere un “lottatore contro la
morte”.
- «Qui si convien lasciare ogni
sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta». Non vi è
piú aiuto o sostegno da verità già fatte o da regole
trasmesse alle quali sia sufficiente conformarsi: si possono
accogliere quelle
verità o adeguarsi a quelle sapienti regole e restare
tuttavia morti nell’anima, perché ci si aspetta che esse
funzionino da sé, fatalmente o meccanicamente, come un
fatto “naturale”, necessario, automatico. Tutto ciò è
la morte dello Spirito, e contro questa morte, contro tutto
ciò che è “naturale”, automatico, necessario,
ripetitivo, abitudinario, deve imporsi l’atto dello
Spirito. Non può non essere una lotta coraggiosa, risoluta,
tenace, inesorabile, instancabile, malgrado tutto ciò che l’usura
della quotidianità e l’“immane potenza del
convenzionale” oppongono a questo atto dello Spirito: non
può non essere una via eroica.
- Nel suo stato di “ignoranza”
non solo l’uomo non conosce, non sa, ma neppure sa di non
sapere. Non soltanto non conosce la realtà spirituale del
mondo e la propria essenza spirituale originaria, ma non
sospetta neppure quanto il suo stesso atto del conoscere sia
deformato e corrotto. Ignora lo spirituale che non conosce
ed anche la propria incapacità a conoscere. In questa
condizione ottusa spesso avvicina la Via spirituale, e
fatalmente è portato ad accostarla con la stessa maniera
“naturale” di conoscere che gli è abituale e che egli
ritiene necessaria e ovvia. Questa maniera “naturale” di
conoscere in realtà gli porrà ostacoli sin dai primi passi
del cammino e spesso lo arresterà, facendogli ritenere che
in fondo si tratti si solo di acquisire certe conoscenze o
di “sapere” certe verità, lasciando piú o meno
immutato tutto il resto della propria natura. Le verità
cosí acquisite da questo “sapere” nel tempo si
accumuleranno, andando a formare nell’anima una sorta di
stratificazione geologica di conoscenze morte. In taluni
casi, specialmente nei primi tempi, il contatto con queste
verità potrà accendere il sentire, che però tenderà
rapidamente ad esaurirsi, dando luogo ad una superficiale
emotività o ad una grigia e gelida intellettualità.
- L’Appello del Mondo spirituale
è rivolto all’individuo e alle comunità spirituali. Ma
è il singolo che compie l’ascesi individuale solitaria e
l’ascesi individuale compiuta ritualmente in armonia
insieme ad altri, concordi a rispondere come lui al richiamo
spirituale. È il suo agire che renderà sana ed efficace l’ascesi
solitaria e l’azione rituale comune. Altrimenti opererà
in maniera sterile, spesso distruttiva.
- Il conoscere è vero e autentico
quando trasforma colui che conosce, e la conoscenza
spirituale è una conoscenza sacra: esige la consacrazione
del conoscere e di colui che conosce. Il sentiero occulto
comincia veramente quando ci si accorge non solo che non si
conosce lo spirituale e non si è capaci di conoscere
veramente, ma anche che, cosí come siamo, senza una
radicale trasformazione, siamo incapaci di imparare a
conoscere. La conoscenza spirituale – anzi tutta la
conoscenza – deve diventare un Rito interiore sacrificale
dell’anima e l’anima deve essere educata alla sacralità
del conoscere. Per questo, il primo passo di questa
educazione dell’anima è quello di imparare ad imparare.
Una volta riconosciuta l’incapacità della conoscenza
esteriore ad imparare, soltanto lo Spirituale può insegnare
l’assolutamente nuovo: imparare ad accogliere la
conoscenza vivente dello Spirito, in modo che nel discepolo
che l’accoglie si operi una fecondazione e una
trasformazione totale dell’anima. Tutto ciò richiede un
sacrificio e una consacrazione: il coraggio di sacrificare
il morto sapere, il coraggio di liberarsi del cascame del
morto pensare intellettuale e la consacrazione dell’anima
alla conoscenza vivente dello Spirito. Il discepolo apprende
ad educare il pensiero ideante a farsi con amore forma del
Soprasensibile, ad educare l’anima a venerare questa sacra
operazione del conoscere. Questo Rito della resurrezione del
conoscere dal cadavere della conoscenza morta viene
incessantemente rinnovato, con fedeltà consacrata, nella
concentrazione, nella meditazione, nello studio devoto della
Sapienza Santa, oltre e malgrado ogni ostacolo, sino a far
sorgere quel “coraggio dell’impossibile” che è
richiesto nella prova suprema. Il secondo difficile passo è
quello di realizzare la continuità di questa fedeltà
consacrata nell’ascesi solitaria e nell’ascesi rituale
comune. Essa deve vivere nel cuore e nell’anima come un
intenso clima di devozione per la conoscenza, di
appassionato slancio per l’ascesi, di amore per l’Assoluto.
Ci è stato insegnato che il sentire è vero solo quando
sente il Divino, e poiché il sentire che si accende per l’effimero
e l’illusorio è la menzogna che oscura la luce dello
Spirito, ottunde il cuore celeste e paralizza il volere,
occorre sacrificare un’emotività che è la periferica,
superficiale eccitabilità dell’anima a custodire,
vegliando, il sentire celeste che, come una siderea fiamma,
arde sull’altare stellare del cuore. Verrà un momento,
cruciale, nel quale la consacrazione, la fedeltà, il
coraggio, l’amore per l’Assoluto daranno la forza di
compiere il terzo passo: quello di morire iniziaticamente:
di affrontare per Amore – «zelus tuus devoravit me»
– quella prova suprema di fronte alla quale si possa dire:
«Il mio cuore non trema!».
- La Via è difficile, ma anche l’attuale
momento lo è. È un momento difficile ed estremamente
pericoloso. Lo è per tutti: per i singoli, per i popoli,
per le comunità spirituali. Non è concesso di rimandare
ulteriormente l’affrontare prove dal cui esito dipende non
solo l’ulteriore cammino, ma addirittura l’ulteriore
esistere come esseri spirituali.
- Questo è un mondo che,
coinvolgendo in un apparire illusorio, erode a grande
velocità le forze interiori dei singoli e disgrega le
comunità spirituali, deviando gli uni e le altre verso
quella via egoica, che è la via comoda della rinuncia a
lottare per realizzare lo Spirito, quella dell’impossibile
adeguamento dello Spirituale ai
bisogni della pavida fragilità umana – che non sono i
bisogni dello Spirito – che accetta una coesistenza
pacifica col male purché gli Ostacolatori lascino
indisturbati la torpida inerzia e il sonno comatoso di una
“natura” che in noi non vuole saperne di trasformarsi ed
attua ogni misura possibile per opporsi al proprio
risveglio. Viene ad attuarsi cosí un patto scellerato con
le Deità avverse nell’irragionevole speranza di essere
poi risparmiati da queste, dopo aver disertato la lotta e
aver tradito la propria anima e lo Spirito. Oltre che un’ingenuità
questa è una menzogna distruttiva, un’illusione oltremodo
pericolosa.
- Il rispondere all’Appello del
Mondo spirituale è la via eroica: è la via del coraggio e
della consacrazione di sé. Questa consacrazione non può
che essere integrale: nel pensare, nel sentire, nel volere.
È un atto che richiede molta forza. L’ascesi costruisce
in noi la forza che supera i limiti di una “natura”
labile e paurosa. Ma occorre amare l’ascesi, amare la
concentrazione e la meditazione, donandosi ogni volta ad
esse con l’impeto e la dedizione di tutta l’anima.
- Il rinnovarsi incessante di questa
consacrazione è la fedeltà: fedeltà alla Via del pensiero
vivente, fedeltà al Rito della resurrezione del conoscere
che si attua ogni volta nell’ascesi individuale solitaria
e in quella rituale comune. Il rispondere all’Appello
dello Spirito è il coraggio della compromissione con l’Assoluto,
è
lo slancio d’amore al quale risponde a sua volta il Cielo,
donandosi con la sua illimitata generosità.
- Massimo Scaligero è stato, per
taluni di noi, il Virgilio che ci ha tratto dalla selva
selvaggia e dalla diserta piaggia; ci ha indicato il cammino
alto e silvestro, percorrendo il quale è possibile passare
da uno stato di tramortimento e di morte al risveglio
spirituale, ad una vita nova dell’anima. Lungo questo
aspro sentiero egli ci è stato esempio vivente di come sia
possibile volere, comunque, realizzare lo Spirito, qualunque
sia per noi il punto di partenza, inevitabilmente
inadeguato. Ci ha insegnato che è necessario vivere vivi e
non morti, che occorre vivere nello slancio, nell’impeto,
nella dedizione assoluta, lottando con entusiasmo per la
realizzazione di un’idea, per un ideale vivente, per un
essere, per i quali si può con coraggio vivere, gioire,
soffrire, compromettersi, anche morire. Che rinunciare a
lottare per lo Spirito significa morire nell’anima;
significa, per il piú turpe dei motivi, per viltà,
sentirsi indegni di vera vita.
- Massimo Scaligero ci ha mostrato
che alla disciplina interiore, alla concentrazione e alla
meditazione possiamo dare tutto di noi, e che ad esse
possiamo chiedere, per amore dello Spirito, le piú audaci
trasformazioni interiori. Questa disciplina interiore, l’ascesi
del pensiero è la forza vivificante e la ragion d’essere
della comunità spirituale, che non deve essere smarrita,
non deve essere attenuata o appannata dalle menzogne
fuorvianti – intellettuali o sentimentali – che gli
Ostacolatori vorrebbero sostituire alla Verità dello
Spirito.
- L’ascesi del pensiero, la
disciplina della concentrazione e della meditazione, sono la
risposta all’Appello del Mondo spirituale. Esse attuano la
consacrazione e la trasformazione radicale di sé: per
questo sono la via eroica, la via solare, la via del
coraggio e della fedeltà, la via dell’Amore.