Terminate
le riprese al Santo Sepolcro e al Golgotha, Edo aveva
lasciato la troupe composta dall’operatore Magnani e due
tecnici di supporto. Dopo aver recuperato le attrezzature, i
tre stavano progettando un lauto pasto pre-natalizio da
qualche parte nella città vecchia, e lui non se la sentiva
di rimettersi al chiuso per stordirsi di chiacchiere e fumo,
sottoponendo i suoi delicati succhi gastrici alle speziate
ricette offerte dai variopinti localini che funghivano
ovunque, annidati negli stretti vicoli della Gerusalemme
medievale, oppressa dagli indefinibili umori stantii dei
secoli.
- Mentre si
dirigeva alla Spianata delle Moschee, riudí la voce del suo
direttore che lo ammoniva: «E si ricordi,
Vivanti che non è come passeggiare a Piazza del Popolo,
sorbendo un gelato. Lí si spara, anche se dicono di aver
stabilito una tregua per le Feste di Natale! Metta il suo badge
con la scritta “Press” bene in vista, e si fermi ad ogni
intimazione di alt! Quelli non scherzano, e sono nervosi da
una parte e dall’altra. La nostra emittente è lí per
testimoniare il tentativo, se pure precario, di pace e il
senso religioso delle varie comunità. Insomma, non
facciamola scoppiare noi un’altra intifada!».
- Nelle viuzze
anguste e muffite, Edo sfiorava uomini e donne di cui
ignorava l’appartenenza etnica e religiosa. Andavano
ognuno per i fatti propri, agli affari o ad altre
incombenze, e nulla lasciava trasparire da segni o gesti l’angoscia
e il sospetto di cui gli eventi riportati dalle cronache li
ritenevano segnati nel quotidiano. Eppure, sarebbero bastati
uno scatto d’intolleranza, un grido, un allarme, a fare da
detonatori immediati a nuove violenze. “Acqua chèta
logora i ponti…” ed era proprio un logorio sotterraneo
di anime e cervelli quello che si coglieva nell’aria.
Poteva del resto toccare anche a lui una scheggia, un
proiettile vagante, un fendente di pugnale. Morire non lo
spaventava, e nessuno lo avrebbe rimpianto, almeno non
troppo. La moglie e i figli erano a Cortina, dai nonni
ricchi. Avrebbero pianto magari un po’ prima di prendere
lo ski-lift, oppure quella sera di vigilia, scartando
i costosi regali messi dai nonni sotto l’albero. E forse
sarebbero stati persino un po’ fieri della sua morte, i
figli, una volta tornati a scuola dalle vacanze. Cadere
vittima del dovere a Gerusalemme era quanto di piú
prestigioso potesse capitare a un cronista.
- Pensò alla
situazione che vivevano le tre fedi coabitanti nella città:
cristiani, musulmani ed ebrei uniti da un denominatore
unico, il rimpianto. I primi piangevano la crocifissione del
Cristo, i secondi la civiltà sontuosa degli emirati
scomparsi e delle antiche conquiste, gli altri la
distruzione di una patria che tentavano con disperata
determinazione di ricreare. Tutte e tre le religioni legate
all’effimera materialità di reliquie, di oggetti
venerabili, di luoghi sacri da difendere. Ma quanto,
rifletteva Edo, rimaneva dei valori antichi, delle gloriose
imprese passate, delle rivelazioni messianiche? Si moriva e
si sperava per una terra arida, quasi ostile, che si
concedeva agli uomini e ai loro sogni e ideali esigendo un
grave tributo di odio e di sangue. Un perenne olocausto.
Sarebbe mai finito? E a che prezzo?
- Dopo l’oppressione
claustrofobica dei vicoli, ecco il bagliore ventilato della
Spianata, con le moschee di Omar e di Al Aqxa. Gli si
allargò il cuore. Edo amava gli spazi aperti. Anche a Roma
gli dava sempre un’emozione liberatoria uscire dalla
strettoia delle viuzze del centro storico per sbucare nel
chiarore arioso delle piazze, specie se animate dal getto di
una fontana o scandite nella loro simmetrica vastità dall’ombra
di un obelisco.
- Guardò, oltre
la stretta valle del torrente Cedron, il Monte degli Ulivi.
Un’oasi di verdi alberi nell’asprezza rocciosa del
deserto di Giuda, digradante verso il Mar Morto, con l’azzurro
sfumato delle colline di Moab sullo sfondo. Gli tornavano
alla mente le scenografie ingenue e sognanti dei presepi
allestiti in quel periodo nelle chiese romane, con lo
scenario di una terra felice: fertilità, abbondanza,
armonia. La gloria del Cielo che si riversa provvida sulla
terra: la mano di un Dio benevolo e prodigo di grazie. Qui
invece, con sudore e fatica gli uomini ricavavano dalla
pietraia e dalla sabbia spazi coltivabili, aree appena
vivibili.
- «Le
piacerebbe andare lassú?». La voce alle sue spalle lo
riportò alla realtà. Si voltò per vedere a chi
appartenesse. Vide un uomo sulla trentina, di media statura,
magro, dal volto aperto e cordiale, in cui due occhi chiari
e intensi erano ombreggiati da una capigliatura fluente con
riflessi ramati.
- «Mi scusi,
– chiese Edo allo sconosciuto, che ora gli sorrideva –
come fa a sapere che sono italiano?».
- «Uno come me
deve sapere tutto di tutti. È il mio mestiere» fu la calma
risposta.
- “Ecco, il
Mossad” pensò il giornalista con un certo disappunto.
Chiese poi: «E che mestiere fa lei?».
- «Mi occupo di
varie cose. Diciamo che sono un supervisore, mi sta a cuore
la condizione umana nel mondo».
- «Un mestiere
difficile».
- «Tutti i
mestieri lo sono. Dipende da quanto uno ama quello che fa».
- Edo si fermò
un attimo e indicò con un cenno della mano la città che si
distendeva tutt’intorno. «Avrà un bel da fare con la
situazione che si è creata in questa regione. Come andrà a
finire? – L’altro non rispose. Assunse un’aria grave.
Temendo di averlo messo in imbarazzo o di averlo in qualche
modo contrariato, Edo riprese il discorso in tono piú
colloquiale: – Non ci siamo neppure presentati» disse
tendendo la mano. L’altro la strinse con calore.
- «Mi chiamo
Jeshua Ben Ami».
- «E io Edo
Vivanti, vengo da Roma. Sono qui per un servizio televisivo
sul Natale in Terra Santa. Lei è del posto?»
- «Sí, sono
originario di questa terra, ma non di Gerusalemme. Vengo dal
Nord». Il tono era vago.
«E com’è che parla cosí bene l’italiano?».
- «Parlo
diverse lingue. Viaggio molto. – Un sorriso modesto gli
illuminò il volto. – Lavoro per le nazioni unite,
collaboro con chi è impegnato per il progresso e il
benessere del mondo».
- «Sarà stato
quindi anche alla FAO di Roma».
- «Vengo a Roma
molto spesso».
- «E come
riesce a star dietro a tante cose?»
- «Per fare del
bene, il tempo si trova sempre» fu la risposta decisa.
- Intanto che
discorrevano, l’uomo che diceva di chiamarsi Jeshua s’incamminò
verso il lato settentrionale della Spianata, dove
anticamente si trovava la piscina probatica di purificazione
del Tempio. Ora vi avevano installato un presidio militare
che controllava l’uscita dalla città.
- «Non si
preoccupi – disse l’uomo notando l’apprensione del
reporter. – Non faranno difficoltà». Il tono della voce
era rassicurante. Ad ogni buon conto, Edo si aggiustò il
contrassegno con la scritta “Press” ponendolo ben in
vista sul bavero della giacca. Ma i soldati sembrarono non
accorgersi di loro.
- Erano intanto
giunti all’Orto del Getsemani, dopo aver superato il corpo
di guardia alla Porta di Gerico.
- «Qui Gesú
pianse – informò l’uomo, indicando una chiesa rosata a
ridosso di una grotta. E aggiunse: – Lei crede a quanto
narrato dai Vangeli?».
- Edo provò
imbarazzo di fronte allo sguardo che accompagnava la
domanda. «Per credere ci vuole innocenza – si
giustificò, dopo una breve esitazione – e io da tanto l’ho
perduta. Ora credo solo a ciò che vedo».
- Cadde il
silenzio tra i due. Poi Joshua richiamò l’attenzione dell’altro
sulle molte lapidi che spuntavano dal terreno incolto della
stretta Valle di Giosafat, incassata tra le mura della
città e il Monte degli Ulivi.
«Sa perché molti si sono fatti seppellire qui?». Il
giornalista scosse la testa.
- «Perché
ritenevano, secondo un’interpretazione letterale delle
Scritture, che nel giorno del Giudizio da questo luogo
sarebbero risorti con il corpo fisico».
- Mentre
salivano al Monte degli Ulivi, una vivida luce filtrava
dalle chiome dei cipressi, e dove la via tortuosa abbordava
la collina piú aperta, ecco le piante nodose dalle foglie
argentate, gli ulivi secolari che davano il nome all’altura.
Drupe marroni non colte tempestavano i rami, e altre erano
sparse tra la poca erba e le zolle cretose. Contrastato
dagli alberi e dalle rocce, il sole declinante proiettava
lunghe ombre. La sua e quella dell’uomo sembravano fuse in
una sola.
- «Di là si va
a Betania – informò Jeshua, accennando a una strada che
svoltava a Nord. E mentre Edo guardava in quella direzione,
proseguí: – Gesú passava molto tempo in quella città.
Lí aveva amici: Marta, Maria e Lazzaro».
- «Ah, già, il resuscitato!» esclamò l’italiano in tono
scettico.
- «Naturalmente
lei non crede neppure ai miracoli».
- «Gliel’ho
detto. Io credo in ciò che vedo».
- «Oppure vuol
vedere soltanto le cose in cui crede – puntualizzò
Jeshua. Dopo una pausa, seguitò: – Gli uomini venerano
luoghi che celebrano la morte dei corpi piú di quelli dove
essa è stata sconfitta, come Betania, dove avvenne la
resurrezione di Lazzaro, o Cafarnao, dov’era la casa della
figlia di Giairo. Lei teme la morte, Edo?».
- «Temo la
violenza e l’oltraggio alla dignità umana che talvolta
essa comporta, piú che il morire in sé».
- Avevano
raggiunto la cima del monte. Davanti ai loro occhi, estesa
nel biancore delle sue mura, la città santa, per
conquistare e tenere la quale tanto sangue era stato versato
nei secoli. L’uomo ne scorreva intento il profilo. Poi
disse in tono grave: «Tanti anni fa qualcuno in questo
luogo dove noi siamo ora, guardando Gerusalemme, pianse per
la sua sorte».
- «Quanti anni
fa?».
- «Tanti. Ma
ora non è piú tempo di lacrime. È tempo che gli uomini
lavorino per edificare una vera civiltà».
- Edo ebbe un
sorriso forzato. «Vorrei che fosse come lei dice»
commentò.
- Jeshua indicò
uno slargo pianeggiante sulla sommità del monte, dove piú
radi erano i filari di ulivi.
- «Qui fu data
al mondo la preghiera del “Padre nostro”. E sempre qui
il Cristo risorto prese congedo dagli Apostoli e ascese al
Cielo».
- «La fine di
una incredibile vicenda» osservò con distacco il cronista.
- «Vorrà dire
l’inizio».
- Queste parole, pronunciate con fervore, turbarono Edo. Non
seppe e non volle seguire il suo interlocutore su un terreno
cosí difficile e fuorviante per le sue certezze
intellettuali. Cambiò discorso: «S’è fatto tardi. Temo
che i miei colleghi mi stiano cercando. Non sanno che mi
sono allontanato dalla città. Domani ripartiamo per Roma.
Ci sono da preparare i bagagli e compiere tutte le
formalità per il viaggio».
- «Allora non
viene a Betlemme, stasera» disse Jeshua con una punta di
rammarico nella voce.
- «Betlemme?
No, non è stata prevista nel servizio. Si tratta di una
celebrazione esclusivamente cristiana, e noi siamo venuti
qui a Gerusalemme per commentare e testimoniare la
convivenza pacifica delle varie etnie e religioni in seguito
alla tregua stabilita dalle Nazioni Unite e accettata dalle
diverse parti».
- «Quando un
bambino nasce – osservò Jeshua – non ha né religione
né appartenenza politica. È un’anima libera, aperta ad
ogni possibilità. Betlemme è un evento universale. Quel
bambino è nato per tutti gli uomini».
- Edo allargò
le braccia: «Mi dispiace, e le confesso che ci verrei
volentieri, ma il dovere… E non solo quello, c’è il
budget stabilito».
- «Vuol dire,
questioni di denaro?».
- «Già! –
ammise imbarazzato il reporter. – Per quanto prosaico, si
tratta soprattutto di quello».
- «Chissà –
soggiunse enigmatico Jeshua. – Tutto è possibile,
volendo».
- Edo scrutò
perplesso il volto di quell’uomo, sempre piú
indecifrabile. Poi annunciò: «Sono dunque costretto a
rientrare, se non le dispiace».

- L’altro
esitava.
- «Andiamo?»
sollecitò educatamente il giornalista.
- «Qui
purtroppo devo lasciarla. Vado laggiú – informò l’uomo,
additando un piccolo agglomerato di case bianche
al di là delle macchie di ulivi e cipressi. – Piú tardi
sarò a Betlemme, la “casa del pane” in ebraico».
- Edo appariva
deluso. «Allora ci dobbiamo salutare. Addio!».
- «Arrivederci!»,
fu la replica dell’altro. Sorrideva.
- Il cronista
guardò con apprensione il posto di blocco giú nella valle.
- «Non abbia
timore – lo rassicurò Jeshua. – Passerà senza
difficoltà».
- E mantenendo
quel sorriso luminoso, a passo veloce e lieve si allontanò,
quasi scivolando tra l’erba e le pietre della collina. Fu
presto tra gli ulivi nodosi, ancora visibile agli occhi di
Edo. Poi l’assorbirono l’intrico delle piante e la
distanza.
- Il giornalista
ripercorse la strada verso la città. Alla porta di Gerico,
stessa scena d’indifferenza dei soldati, che non lo
notarono neppure. Passato il blocco, si girò per rimirare
la cima del monte. Una luce vibrante aleggiava sugli ulivi,
rischiarava il cielo come una stella rara.
- Tornò all’albergo
risollevato e privo di ogni triste pensiero. Non cosí
sereni erano i colleghi della troupe, che lo accolsero in
preda a una visibile agitazione. Magnani appariva il piú
ansioso: «Dotto’, ma dov’era finito? Poteva almeno
portarsi dietro questo!» e mostrò il cellulare.«Sono
stato al Monte degli Ulivi, con uno del posto che mi ha
fatto da guida».
- «Le pare il
momento? Con tutto quello che c’è da fare… Dobbiamo
prepararci alla partenza per Roma!».
- «Contrordine
– avvisò Edo. – Rimandiamo. Stasera si va a Betlemme,
alla Natività. Lí ci sarà anche l’amico di cui le ho
detto. Attrezzatura leggera, portatile, materiale ad alta
luminosità per gli interni».
- «E chi glielo
dice al direttore?» obiettò il tecnico.
- «Ci penso io,
gli telefono subito. – Poi ebbe un’uscita scherzosa: –
Ma lo sa, Magnani, che Betlemme vuole dire “casa del pane?”».
- «Bene, – fu
il commento dell’operatore – almeno quello è
assicurato, se da Roma ci tagliano i viveri!».
- Edo chiamò il
suo direttore. «Porto la troupe a Betlemme – lo informò
in tono deciso, – per la celebrazione della Natività».
Con sua sorpresa, all’altro capo del filo non ci furono
rimostranze.
- «Sí, un’idea
non male. Ma mi raccomando, non abbondiamo con le riprese,
con le mance alla gente locale e con le spese a piè di
lista dello staff. Anche se è Natale, non esageriamo con la
generosità».
- La liturgia
alla grotta della Natività fu semplice e toccante. Gli
operatori ripresero tutta la
cerimonia con zelo e immedesimazione.
- «L’amico di
cui mi ha parlato non si è fatto vedere» disse Magnani al
termine delle riprese, riponendo l’attrezzatura. Edo non
rispose, ma guardò con intensità e commozione la piccola
mangiatoia dove poco prima l’officiante, aiutato da due
bambini, aveva deposto il Re dei Re nella sua risplendente
nudità.
- «Credo invece
che sia venuto…» mormorò tra sé.
- Fuori della
Basilica li accolse, sotto il grande cielo stellato, un’aria
tersa e fredda, vagamente aromata di spezie e fioriture
notturne.
- Abu Khalil, l’arabo-israeliano
che guidava il fuoristrada preso a nolo, mentre sorvegliava
il veicolo aveva fraternizzato con i locali. Vedendoli
uscire, si staccò dall’animato capannello in cui stava
scambiando vivaci battute in arabo e si affrettò a
raggiungerli. Teneva in mano un involto rotondo. Quando si
trovò alla loro portata, lo svolse, scoprendo la forma di
una pagnotta.
- «Io amico di
tutti – disse poi nel suo italiano stentato. – Loro dato
a me questo, io do a te! Tu porta a tua famiglia in
Italia!» e tese il pane a Edo, che non poté fare altro che
prendere, alquanto imbarazzato, quel dono.
- Magnani
commentò, in tono divertito: «Allora, non è una leggenda,
dotto’, qui si rimedia veramente il pane!»
- Il gippone si
mosse, lasciò la città, prese la rotabile verso
Gerusalemme. Toccato dal prodigioso riverbero astrale, l’asfalto
incideva piú scuro nel paesaggio di pietre calcinate il suo
nastro sinuoso. Lo scenario che si apriva scorrendo ai lati
del mezzo in corsa rifletteva l’incanto di quel chiarore.
E la terra ne esultava.
- Senza parlare,
Edo spezzò la pagnotta ancora tiepida. Ne distribuí a
tutti. La fragranza di ataviche bontà segnò quel rito
improvvisato.
- Forse,
concluse mentalmente il reporter, era quella la nuova
civiltà di cui aveva parlato il suo accompagnatore al Monte
degli Ulivi: dare spontaneamente, chiedere senza pretendere.
Fraternamente scambiarsi il pane della vita.
- L’unica
soluzione ipotizzabile per gli uomini di quella terra
martoriata, per tutti gli uomini del mondo.