Nel
numero scorso ho letto con interesse, ma anche con un
certo disorientamento, l’articolo su Dostoevskij. Mi è
sembrato di cogliervi un riferimento – che leggo in
chiave politica piú che etica – al socialismo di una
sinistra di tipo umanitario, del quale si sia fatto
pronubo un personaggio del calibro dello scrittore russo,
in contrapposizione a un rigido nazionalismo della destra.
È questa solo una mia impressione?
Aurelio Chierici
- Abbiamo girato l’interrogativo
del lettore all’autore dell’articolo, Luca Fantini,
che ha cosí risposto:
«Il socialismo dostoevskiano azzera e redime le astratte
e statiche rappresentazioni-contrapposizioni tra destra e
sinistra. La destra è, nella sua prospettiva sociale, la
sede del conservatorismo economicistico, della difesa
della logica del privilegio; da un punto di vista etico,
la morale dell’uomo-dio prevale in essa: un atto
radicale (omicidio, suicidio ecc.) non è vissuto
originariamente nella sua tragica realtà cosmica, ma è
giustificato da una visione in cui il superomismo
antropoteista (nel quale il nichilismo a-spirituale e
a-morale deifica l’uomo scisso dalla sorgente
originaria, legittimando quindi la sua azione, frutto di
una scissione metafisica e universale tra l’Io e l’ego)
non è un vero ed eroico superumanesimo cristico,
realmente deificante e trasmutante. La sinistra è invece
la sede di un originariamente legittimo impulso di
fraternità sociale, poi tradito da un messianesimo
meccanicistico, pesudoevoluzionistico, di radice
intrinsecamente dogmatico-religiosa; in essa il nichilismo
assume le vesti di una metafisica secolarizzata, che tutto
giustifica in vista del fine, ma che non si rende conto,
come sottolinea Dostoevskij, che il suo contenuto
spirituale non differisce minimamente da quello della
destra conservatrice. L’ideologismo razionalizzatore
politicizzante patisce sempre, per Dostoevskij, un limite,
che è la prigione del materialismo nichilista, sia esso
superomista borghese classista oppure falsamente
umanitarista. Come ha infatti scritto Massimo Scaligero:
“Nella realtà, ogni slittamento verso destra o verso
sinistra è l’identico evento del meccanicismo
arimanico, fuori della tripartizione profonda dell’organismo
sociale” (Lotta di classe e karma, Perseo, Roma 1970,
pag. 209). La Comunità spirituale di Popolo, alla quale
si richiama Dostoevskij (“Nel popolo sta la salvezza
della Russia” dice lo scrittore per bocca dello starec
Zosima), lungi dal riflettere pedissequamente qualsivoglia
ideologia politica, trae viceversa il suo impulso luminoso
e autocreatore dal sacrificio del Golgotha, dallo Spirito
che tramite quello fluisce nella storia. Unico motivo
superiore a poter rendere concreta la fraternità
sociale».
…Non
c’è augurio migliore che possa fare a tutti noi se non
che ognuno possa seguire le indicazioni del suo cuore, delle
profondità della sua anima, dove questa vive perennemente
con il Logos che la mente ignora e l’ego teme. L’uomo
dovrebbe oggi orientarsi verso questa ricerca, questa
Presenza. Che è la Presenza della totalità dello Spirito,
della sua realtà. Passare, dunque, dal rappresentare al
pensare e da questo al percepire. Di fronte a quanto accade
nel mondo, al pandemonio scatenato anche dentro le nostre
anime, ci si sente impotenti. Questa impotenza deve
diventare il veicolo di un’accettazione profonda; allora,
abbandonandoci al pensiero che non possiamo fare nulla da
soli, ci mettiamo nelle condizioni di incontrare il Logos,
il quale disse: «Senza di me nulla potrete fare!». Egli
agisce sul piano eterico. Dobbiamo però chiederci: qual è
l’eterico del quale si riveste? Ebbene, penso che sia il
corpo eterico di ognuno di noi: è lí, intimamente connesso
con il nostro essere, che Egli si presenta. Sconosciuto e
ignorato perché, appunto, troppo vicino, paurosamente
vicino. I nostri piccoli pensieri non lo reggono, le nostre
meschinità se ne sentono bruciate, annientate. Solo la
disperazione dell’impotenza ci fa gettare la maschera e
guardare la Verità. Ed è la resa totale che ogni volta
compiamo rinunciando ai nostri pensieri quotidiani per la
concentrazione, per tutti e cinque gli esercizi, senza i
quali non potremmo nemmeno concepire la realtà di una
simile dedizione.
Renzo Arcon
- Un impegno che facciamo nostro e
un augurio che estendiamo a tutti i lettori per l’anno da
poco iniziato.
Ho
letto in un libro di Rudolf Steiner che la via dell’Oriente
è la via del pensiero, mentre la via dell’Occidente è
la via della volontà. Pensavo che fosse esattamente l’opposto.
Potete aiutarmi a uscire dalla mia confusione su questo
punto e chiarirmi in proposito la differenza che
intercorre tra la concentrazione fatta secondo la Scienza
dello Spirito e quella dello Yoga?
Isabella Sormano
Non avendo citato il titolo del
libro di Steiner, non conosciamo il contesto nel quale egli
dà tale precisazione, che comunque collima con quanto
appreso dal Maestro d’Occidente. Questi in proposito
diceva che si tratta di un diverso modo di porsi dell’uomo
nei confronti del pensiero, perché il pensiero “occidentale”,
per cui si ha l’esperienza del concetto, è un atto di
volontà: il pensare è dunque la via della volontà. Fuori
di questa via, non ce n’è nessuna in cui l’uomo possa
esercitare una vera forza di volontà. L’anima dell’uomo
ha un principio sul quale può fondarsi, e questo è l’Io.
In antico era piú facile per l’uomo collegarsi a questo
fondamento: bastava la tradizione che, pur se egli
conservava in sé forme istintive, serviva a difenderlo per
il fatto che si basava su qualcosa che era al di sopra della
natura. Quando l’anima si è avvinta al fisico sino a
coincidere, è venuto a mancare all’uomo non il
fondamento, ma il suo rapporto con esso. La possibilità di
ristabilire tale rapporto può attuarsi solo con la volontà
dell’uomo di risalire la corrente che fluisce in lui
immediata come pensiero. Se egli non attiva la possibilità
di ricongiungimento con l’Io pensante, avviene che l’anima,
coincidendo con il fisico, si identifica con quelle zone
dell’eterico che sono dominate dagli Ostacolatori. Tali
forze lo muovono senza che lui stesso lo sappia: egli si
crede libero ma non lo è, essendo invece alla loro mercé.
Non c’è via d’uscita nemmeno per coloro che seguono la
Scienza dello Spirito, se essi ne afferrano i contenuti solo
intellettualmente: tutto ciò che possono imparare si
traduce in un sapere, in una “scienza”, o in un modo di
essere che non può veramente cambiare la situazione. Solo l’esercizio
del pensare, attivato dalla libera volontà, è la chiave
per ricollegarsi al proprio fondamento divino, la
possibilità di una vera realizzazione dell’Io.
È molto importante comprendere la
differenza nel percorso seguíto dal pensiero occidentale
rispetto a quello orientale. Coloro che cercano consolazione
spirituale nell’Oriente non sanno che quel pensiero non
può essere libero, perché è il pensiero che rinuncia a se
stesso, che crede di dover recidere i legami con il mondo
per trovare la salvezza. Fra l’esercizio di concentrazione
yoga e quello della Scienza dello Spirito c’è una
differenza fondamentale: nei primi l’uomo cerca il samadhi,
rinunciando quindi a un rapporto con la realtà, alla
relazione del pensiero con l’oggetto, che è ciò che ha
invece voluto l’Occidente. Da questa relazione con l’oggetto
è nata l’attuale civiltà occidentale, l’odierna
tecnologia. Bisogna afferrare questa distinzione tra Oriente
e Occidente, capire l’abisso che c’è tra il pensiero
occidentale e quello orientale, fondato quest’ultimo su un
voler lasciare l’oggetto e non sapere che cosa è come
oggetto fisico: perché solo la potenza dell’Io può
comprenderlo, attraverso la forza dell’anima cosciente che
stabilisce un rapporto volitivo dell’Io con il mondo
fisico. Da questo rapporto volitivo è nata la possibilità
del concetto delle cose. Quando facciamo la concentrazione
secondo il nostro sistema, lavoriamo prima di tutto sulla
rappresentazione dell’oggetto, poi sul concetto, quindi
raggiungiamo l’immagine che ci dà l’essenza dell’oggetto
stesso. Noi siamo fortunati ad aver incontrato l’antroposofia
e il suo metodo di lavoro interiore. Ma dobbiamo sapere il
valore di tale metodo, che è la via di Michele, per poterlo
far funzionare. Finché abbiamo solo il sentimento
della Scienza dello Spirito, questo non è sufficiente.
Dobbiamo comprendere che quella che Massimo Scaligero ha
chiamato “La via della volontà solare” è la via di
conoscenza piú sublime che possiamo seguire per svincolarci
dal dominio delle forze luciferiche e arimaniche, le quali
possono arrivare sino a suggerire i nostri pensieri. Se si
pensa un oggetto come un “in sé” fondato su di sé,
questo è un pensiero arimanico, perché si fa valere
qualcosa sulla propria coscienza dal di fuori. Quando però
facciamo la concentrazione, arriviamo a eliminare tutti i
pensieri che ci dominano dal di fuori, svincolandoci da essi
e raggiungendo l’indipendenza dell’Io. Il volere
ordinario, sempre soggiogato dalla necessità egoica,
impegnando se stesso nella concentrazione fluisce libero,
facendo risorgere nel pensiero libero dai sensi una
ritrovata vita spirituale.
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