In
Guarire con il pensiero di Massimo Scaligero mi ha
interessato la parte che riguarda la gratitudine. ...Mi
chiedevo se chi ci viene incontro per aiutarci nei momenti
di disagio debba essere accolto dal nostro Io con
riconoscenza e quindi gratitudine oppure “rifiutare” l’aiuto
perché siamo noi ad autoaiutarci.
- La gratitudine è un sentimento
di importanza fondamentale, che agisce terapeuticamente,
direi quasi magicamente, quando è sentito in maniera
profonda e consapevole. Il riportare alla mente quanto gli
altri hanno fatto o fanno per noi è un balsamo per il
cuore, potente piú di qualsiasi medicina. Questo non
significa che dobbiamo aspettarci dagli altri, come cosa
dovuta, il sostegno per iniziative e decisioni che spetta
a noi prendere, o per il lavoro che tocca a noi fare,
divenendo vittime passive dell’altrui influenza. Se
però qualcuno ci viene incontro amorevolmente,
donandoci un sostegno fattivo che non leda ma anzi
favorisca la nostra libertà, dobbiamo essergli
profondamente grati e ricambiare il dono con la nostra
attenzione e disponibilità per quanto ci è possibile.
- Dalla
cronaca dell’Akasha, che in parte ho letto, emergerebbe
una veggenza sulla sorte del mondo e dell’umanità, ma non
si fa mai riferimento a eventi particolari che possono
determinare svolte “clamorose” tipo la seconda guerra
mondiale, la caduta del muro di Berlino e la crisi in Medio
Oriente. Per quale motivo? Inoltre, la prima cosa che mi
viene in mente è che Dio non può aver scritto già il
futuro dell’umanità o l’accadimento di determinati
eventi perché ci ha donato la libertà di agire, o non è
cosí?
- Rudolf Steiner, in La cronaca
dell’Akasha, traccia il divenire dell’umanità
considerando ère passate e future di vasta ampiezza, in cui
la storia dei singoli accadimenti fa solo parte di un
grandioso disegno generale. Suo compito non era la profezia
– anche se in molti casi l’ha data, e con molta
precisione – ma solo l’indicazione di una Via, quella
dei Nuovi Tempi, sulla quale l’uomo deve incamminarsi come
individuo, superando l’istintività legata all’anima di
gruppo. Le Gerarchie spirituali non hanno predeterminato i
singoli avvenimenti storici, ma hanno tracciato per grandi
linee l’ordito del divenire dell’umanità, sul quale l’uomo
intesse giorno per giorno la sua trama. Nulla è
prestabilito: l’umanità può salvarsi o dannarsi
definitivamente, entrambe le soluzioni sono previste. Questo
è il prezzo della vera libertà. Una libertà che, sola,
può dar luogo all’Amore: quello della creatura verso il
Creatore e della singola creatura verso tutte le altre e
verso le meravigliose opere della natura, in cui si è
profusa la saggezza divina. E anche nel peggiore dei casi,
quello della dannazione, c’è sempre un’ulteriore
possibilità di recupero, con l’inizio di un nuovo
processo creativo e di una nuova linea evolutiva.
- …Come si
ponevano Steiner e Scaligero nei confronti dei miracoli?
Riguardo ai miracoli, Rudolf
Steiner parla con profonda commozione di alcuni di essi
rimasti nella storia, come quello dell’ostia sanguinante
del miracolo di Bolsena, raffigurata magistralmente da
Raffaello nelle Stanze Vaticane. Massimo Scaligero, da parte
sua, aveva una vera venerazione per Padre Pio, o per altre
grandi figure della cristianità come Caterina Emmerick e
Santa Caterina da Siena. I miracoli, per Maestri come
Steiner e Scaligero, sono “pane quotidiano”: li hanno
sempre compiuti, in silenzio, senza clamore, ma quello non
era il loro compito in questa incarnazione: essi sono venuti
a insegnarci come compierli a nostra volta, collegandoci con
il Logos Solare attraverso il quale fluisce l’energia
divina che “rimette i peccati” e quindi sana ogni male e
supera le barriere fisiche che al materialista sembrano
invalicabili.
- Uno degli
esercizi complementari richiede di non lasciarsi andare a
sentimenti di gioia e di depressione. …Come posso amare
gli altri se poi mi propongo di essere quello che non sono
solo perché Steiner dice di non lasciarsi andare alla
gioia?
- Non si devono estremizzare le
parole di Steiner. Quello che egli dà come esercizio, è
qualcosa che non riguarda che temporaneamente il normale
svolgimento della quotidianità e i rapporti umani che ne
derivano. Certo che dobbiamo addolorarci dei dolori del
prossimo, come e talvolta anche piú dei nostri, e saper
gioire con gli altri: questo è ciò che le grandi anime,
improntate alla figura del Cristo, hanno sempre fatto. San
Francesco sapeva godere di ogni opera del creato, Rudolf
Steiner e Massimo Scaligero avevano un finissimo senso di
spirito, di quello che sa generare il sorriso, non la
caustica ironia che va a detrimento di qualcuno. E
sapevano con-patire, cioè soffrire con l’altro,
alleviandone il dolore tramite la condivisione. Qui si
tratta invece dello svolgimento di un esercizio, quindi di
un comportamento diverso, voluto e predeterminato,
applicato al normale svolgersi della vita per sviluppare
il nostro equilibrio interiore. Se noi facciamo l’esercizio
della concentrazione, pensiamo con intensità a uno spillo
o a un cucchiaino per una mezz’ora o piú. Nella vita
normale non ci intratterremmo certo a esaminare un oggetto
della vita di tutti i giorni con pari intensità. La
stessa cosa è per l’esercizio della equanimità:
possiamo decidere per un giorno, o talvolta per piú
giorni, di agire in maniera diversa da quella che la
nostra natura ci suggerirebbe. Non si tratta di restare
assolutamente impassibili di fronte a ogni cosa che la
vita esterna ci presenta, bensí di evitare di lasciarsi
trascinare da sentimenti eccessivi, come la scomposta
ilarità o la disperazione o la cupa depressione. Tutto
va, in quel caso, vissuto come se lo vedessimo
obiettivamente riferito ad altri: l’ilarità si
trasforma quindi in sorriso, la disperazione in distaccata
pena, come quella che sentiamo di fronte a una notizia
drammatica letta su un giornale. Questo esercizio è molto
utile per affinare i nostri sentimenti, spesso trascinati
senza controllo dagli eventi esteriori che ci riguardano.
- Credo che
sia impossibile amare gli altri se poi mi perdo in pensieri
astratti su come mi devo comportare o fare. Infatti, poi mi
sento male e subentrano forze negative, rabbia e dolore
psichico. Credo che bisogna star bene fisicamente e
psicologicamente per poter dare agli altri in maniera serena…
- Per dare agli altri non è
questione di stare piú o meno bene, ma di avere piú o meno
voglia di farlo. Tutto ciò che non facciamo a nostro
esclusivo beneficio sembra faticoso, talvolta inutile,
comunque non produttivo, e quindi tendiamo a evitarlo. Se
però seguiamo con dedizione una Via spirituale, ci
accorgiamo che ci diventa meno pesante, anzi, scopriamo la
gioia del donare e del donarci agli altri.
- Ultimo
quesito: perché ho paura di vedere il mondo spirituale?
...Lo si potrebbe vedere con gli occhi fisici normali o in
stato di meditazione?
Pietro di Roma
Non dobbiamo avere paura di vedere
il mondo spirituale: solo quando saremo veramente pronti la
cosa accadrà, e se saremo veramente pronti, non ne avremo
piú paura. Il mondo fisico si vede con gli occhi fisici, il
mondo spirituale con gli occhi spirituali. Anche a questo
servono gli esercizi: a sviluppare la vista spirituale, e
cosí l’udito spirituale, con il quale potremo ascoltare
la divina armonia delle Gerarchie, la “musica delle sfere”.
…A
proposito delle trasfusioni di sangue, essendo questo succo
cosí peculiare in quanto base fisica dell’Io, quale l’effetto
spirituale nel ricevente e, di rimbalzo, nel donatore? Non
è simile, o meglio ancora piú forte, che nel trapianto di
cuore e di organi in genere?…
Ida Celli
- Alla pari dei trapianti di organi,
le trasfusioni di sangue sono una pratica assai
materialistica, dovuta a un’epoca in cui si è persa la
consapevolezza della peculiarità di tale “succo”. Nel
sangue è contenuta la divinità dell’uomo-«d’Io».
Tale divinità è capace di rigenerare se stessa da una sola
goccia, quindi il sangue ha una inesauribile virtú di
riprodursi senza dover ricorrere a tributi esterni.
Essendosi però l’uomo allontanato nel corso del tempo
dalla conoscenza delle pratiche taumaturgiche per la rapida
rigenerazione del sangue, si è arrivati a ricorrere alle
trasfusioni – quando necessario per dissanguamento da
incidenti o da troppo lunghe operazioni, o per gravi
emopatie – prelevando il sangue da chi ha caratteristiche
similari (gruppo sanguigno). Riguardo all’esito interiore
di tale forzato intervento, pur trattandosi per il donatore
di un atto di grande generosità, essendosi verificata la
dispersione di una parte essenziale di sé, questa va
compensata con una rafforzata destità nella vita quotidiana
e una maggiore attività negli esercizi, dato che
temporaneamente si diviene meno presenti a se stessi. Da
parte poi del ricevente, si tratta di sostenere il pesante
impegno di assimilazione e trasformazione di un’essenza
sottile e altissima. In questo caso è di grande aiuto la
preghiera, o la ripetizione, profondamente sentita, di un mantram:
in particolare la frase di Paolo «Non Io ma il Cristo in me»,
o i primi versetti del Vangelo di Giovanni. Non possiamo che
augurarci che l’attuale fase transitoria della medicina
“ufficiale”, cosí lontana da ogni conoscenza
iniziatica, sia presto superata, con il ritorno di
personalità illuminate, capaci di operare la guarigione con
interventi – come l’imposizione delle mani, la forza del
pensiero, la preghiera – attraverso i quali viene
riattivato il contatto dell’ammalato con il divino.
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