La
pianola meccanica difende
con le sue note discordanti un tempo
di innocenza poetica, riprende
confuse voci scivolate a perdersi
in fondo all’obsoleto reliquiario
di passioni e memorie. Grazie ai dolci
suoni ovattati simili a singhiozzi
modulati su incerti pentagrammi,
cosí evocati affiorano i ricordi
al chiarore del giorno, rinverdiscono
negletti viridari cittadini:
tronchi recisi marcano stagioni
di linfe che percorsero la trama
integra degli alburni, ore segnate
nei diagrammi ondulanti chiusi a cerchio
intorno all’invincibile durame.
E la vita non muore, si perpetua,
Sulpicio, nutre foglie nelle pietre,
consegna spore al vento, ad ogni ala
pollini e semi, salva dalle vaghe
consunte partiture il canto nuovo.
Cosí fiorisce il marmo che riporta |
incisa
la tua storia, e la pianola
affida le sue corde logorate
alle dita di Orfeo. Per un incanto
la città si trasforma: levitando
alle gronde vetuste, agli acroteri
popolati di mutili figure,
la sovrumana eterica armonia
lentamente s’innalza. Richiamati
dal portentoso arpeggio qui convergono
dall’universo rutili presenze,
angeli folgoranti nel pulviscolo
di ineffabili essenze. La tua Musa,
Sulpicio, s’incorona di selvagge
erbe rupestri nell’avvicendarsi
ininterrotto di albe e di crepuscoli,
sole vincente in una gloria eterna
che fa di queste labili rovine
vestigia fecondate dalla luce.
E agli estri delle arcane melodie
ritorna il mondo alla sua antica pace.
Fulvio Di
Lieto |