- Nel
proliferare di iniziative e “gruppi” che affermano
richiamarsi alla Scienza dello Spirito, può risultare
opportuno rammentare alcune indicazioni di Rudolf Steiner e
Massimo Scaligero particolarmente attuali; avendo già
affrontato in qualche misura le problematiche relative alla
disciplina individuale interiore ne «L’Archetipo» di
gennaio 2003, esamineremo ora, almeno in parte, quanto i due
Maestri sottolineano nei confronti dell’impegno esteriore
del discepolo, sia come singolo che quale membro di un
gruppo di lavoro antroposofico. Primario appare il richiamo
ad “onorare la Madre”(1),
cioè a non lasciarsi coinvolgere tanto dall’azione
esteriore specialistica da obliare la fedeltà verso l’approfondimento
dell’Antroposofia generale: «...Spesso è avvenuto che un
eccellente insegnante di scuola Waldorf, avendo acquisito la
capacità di un maestro Waldorf, sia diventato un pessimo
atroposofo. Non si obietta nulla contro le singole
istituzioni [Scuola Waldorf, Movimento per la
Triarticolazione, Euritmia/Arte, Rinnovamento religioso,
Ampliamento medico e altro ancora, n.d.r.], ma il fatto è
che tutte quelle iniziative sono maturate dal terreno madre
dell’Antroposofia e se ne deve essere memori, innanzitutto
rimanendo realmente antroposofi. Non deve neanche
lontanamente venire in mente di dire: non ho tempo per i
problemi antroposofici generali»(2).
- Evidentemente
trascurare l’approfondimento della Scienza dello Spirito
in quanto tale, nonché la pratica degli esercizi correlati,
sacrificando risorse nelle varie specializzazioni operative
senza restituirle arricchite delle singole esperienze
derivate, priverebbe “la Madre” di un sostentamento
fondamentale.
- Con
energia veniamo contemporaneamente richiamati ad un
incessante rigore: «…si deve prendere veramente sul serio
il lavoro antroposofico»(3).
Quindi nessun pressappochismo dilettantistico, ma impegno
addirittura piú intenso, se possibile, di quello richiesto
nella vita quotidiana: sconcerta in proposito, per esempio,
la leggerezza con cui si moltiplicano estemporanei corsi terapeutici
antroposofici di varia natura, talvolta professionali e
aperti anche a medici cui non si richiede alcuna conoscenza
antroposofica preliminare, o addirittura a non-medici; come
pure il pressappochismo evidente di insegnamenti anche
pratici a carattere artistico/pedagogico, spesso in mano a
docenti genuinamente volenterosi quanto improvvisati. Non v’è
poi da meravigliarsi se accuse di superficialità e
dilettantismo offuscano l’immagine della Scienza dello
Spirito! Addirittura si nota un fiorire di temerarie
concezioni piú o meno articolate, pubblicizzate come veri e
propri sviluppi originali sulla scia della rivelazione
steineriana, con una leggerezza già a suo tempo rilevata
dal Dottore: «Fa sempre una certa impressione quando si
nota quanta poca sensibilità esista per la serietà con la
quale vengono espresse verità scientifico-spirituali.
Giudizi inerenti al mondo di tutti i giorni si ottengono con
la logica. …Per la Scienza dello Spirito non può essere
cosí. Qui non è sufficiente aver formulato una volta un
giudizio. ...Si ha il dovere di non esternarlo. Dopo un
certo tempo, magari soltanto dopo anni, si arriverà alla
prima rifusione di quel giudizio nella propria anima... Quel
giudizio, pur rimanendo lo stesso quanto al contenuto, dopo
quella rifusione assumerà una diversa sfumatura: esso
scende nell’inconscio ove continua una sua vita autonoma
indipendente dall’Io. È necessario, in tal modo si
elimina l’egoità dal giudizio. ...Poi lo si ritrova ed
ora ci dice: “Mi hai in un primo tempo imperfettamente
formulato, … mi sono rettificato da solo”. Cosí è il
giudizio che cercherà il vero scienziato dello Spirito.
...Ci vuole pazienza ...La scrupolosità che si deve
sviluppare nella Scienza dello Spirito richiede
assolutamente di non dare la parola a se stessi, ma di
lasciare che siano le cose a parlare [sottolineatura
d.r.]. In questa sua terza figura il giudizio è ora una
concezione. Soltanto adesso ci si sente autorizzati a
comunicare»(4). Dunque
prudenza estrema in materia di diffusione di personali “scoperte”
a carattere spirituale, anche in problematiche
apparentemente secondarie.
- Particolarmente
delicata si presenta la realizzazione di attività di
gruppo, la costituzione di autentiche comunità spirituali,
che, se correttamente realizzate, sono di fondamentale
importanza, innanzitutto quale “maieutica” verso un’autentica
comprensione del Sovrasensibile. Steiner lo afferma
esplicitamente, invitandoci in proposito ad un decisivo ed
indispensabile atteggiamento di partecipe attenzione all’“altro”:
«...C’è un risveglio di grado superiore, quando ci
destiamo all’elemento animico-spirituale del nostro
prossimo, quando impariamo a sentire in noi l’animico-spirituale
del prossimo. Possiamo accogliere tante belle idee dall’antroposofia
senza però comprendere ancora il Mondo Spirituale.
Cominciamo a sviluppare la prima comprensione per esso solo
destandoci all’elemento animico-spirituale degli altri
uomini. Allora soltanto comincia la reale comprensione per l’antroposofia.
...Dobbiamo cominciare da questa condizione: la si può
chiamare il destarsi dell’uomo all’animico-spirituale
dell’altro. Si può generare questo risveglio immettendo
idealismo spirituale in una comunità umana»(5).
Quale migliore comunità verso il compito assegnato di
quella costituita da coloro che si riuniscono per leggere,
ascoltare e meditare insieme i contenuti della Scienza dello
Spirito! Grande è conseguentemente la loro responsabilità,
sia verso il Sovrasensibile che quale esempio nei confronti
dell’evoluzione della civiltà, come sagacemente intuisce
Scaligero: «I partiti politici, le associazioni profane, su
di un piano di ingenuo realismo, preparano oscuramente un
impulso alla comunità, mediante la cooperazione di esseri
non ancora realmente pronti all’esperienza cosciente dell’individualità
e della libertà. ...Onde seria è la responsabilità dell’associazione
spirituale che venga meno all’impegno per cui è sorta, in
quanto non fornisce al mondo che si va organizzando in
gruppi, in associazioni, in comunità, il modello che gli
urge»(6).
- Il
paventato “venir meno all’impegno” spesso può
ricondursi soprattutto ad un atteggiamento di progressiva
assuefazione, che induce a dimenticare come una comunità
spirituale non vada considerata una realtà realizzata e
conclusa, ma una meta da perseguire e ricreare
incessantemente: «Un’associazione spirituale non può che
essere accordo di anime secondo l’esigenza della libertà
attuata come momento vivente del pensiero. Ma anche in tal
caso l’accordo non è qualcosa di già fatto, bensí da
farsi; è la creazione sempre nuova perché ogni volta
rivelante il suo segreto»(7).
Viene inoltre di seguito sottolineato l’indispensabile
apporto individuale: «L’associarsi è un tendere a
coltivare lo spirito di comunione, in quanto si sia
individui singolarmente operanti per lo Spirito».
- Rudolf
Steiner richiama la nostra attenzione sulla necessità che
la partecipazione sia cosí pura ed intensa, da manifestarsi
anche in comportamenti apparentemente ordinari: «Possiamo
dunque ottenerlo [il fine comunitario perseguito] se ci
diamo la pena, ovunque si coltivi antroposofia, di
compenetrare quest’azione di sentimenti spiritualizzati,
se siamo pronti a passare già con riverenza la porta del
locale che, per quanto profano, sarà santificato dalle
letture [o altra attività antroposofica] che vi si tengono
in comune.
Dobbiamo
suscitare la sensazione che ciò avviene in ogni singolo che
si unisca a noi nel comune accoglimento di vita
antroposofica. Questo non dobbiamo portare solo a intimo
convincimento astratto, ma ad esperienza interiore»(8).
- Se si
perviene effettivamente alla descritta vivente comunione di
devoti partecipanti, tra i medesimi si verifica un alto
mistero, evento centrale per la missione della Scienza dello
Spirito: la reale presenza di un Essere superiore che viene
a dimorare nel tempio invisibile costruito dalla comune
azione spirituale dei membri del gruppo; finalmente si
manifestano le condizioni per un concreto collegamento tra l’animico-spirituale
umano e le Entità sovrasensibili: “…in modo che nell’accogliere
idee spirituali [in conseguenza della raggiunta comunione
spirituale] sia presente un vero essere spiritualmente
reale, la presenza sovrasensibile di una reale entità
spirituale nell’ambiente in cui risuona la parola
antroposofica. ...Dobbiamo sentire una presenza
sovrasensibile che è qui perché ci occupiamo
[correttamente] di antroposofia»(9).
- È
superfluo sottolineare l’universale importanza di quanto
precede, configurante un passaggio decisivo verso l’alta
missione della Scienza dello Spirito antroposofica, cosi
sintetizzata dal suo fondatore quale introduzione a numerosi
testi: «La Scienza dello Spirito vorrebbe riunificare lo
spirituale che è nell’uomo con lo spirituale che è nell’universo».
Questo è dunque il sublime dono per coloro che sappiano
realizzare una vivente comunità spirituale, come il Dottore
ulteriormente ribadisce nel precisare le caratteristiche del
descritto legame tra i membri: «...accogliendo cosí in
comune l’antroposofia, …può venir attirato un reale
Spirito comunitario. Dobbiamo suscitare una coscienza nelle
nostre comunità antroposofiche affinché, ritrovandosi in
un comune lavoro antroposofico, ognuno si desti nell’animico-spirituale
dell’altro; …e continuando ad incontrarsi, ognuno nel
frattempo ha fatto altre esperienze e quindi è un po’
progredito, e ci si risveglia negli altri in condizioni
mutate. Il destarsi è carico di nuovi e rigogliosi impulsi.
…Non si possono formare comunità antroposofiche con
dispositivi esteriori; si devono suscitare movendo dalle
sorgenti piú profonde della comunità stessa»(10).
E affinché la comunità si conservi o prosperi, veniamo
parallelamente invitati ad una continua autoeducazione alla
tolleranza: «Ci si deve educare ad accettare con assoluta
calma anche ciò con cui non si concorda minimamente, e non
solo con altezzosa sufficienza ma tollerandolo nell’intimo
come legittima espressione dell’altra persona»(11);
e ancora: «Quando la gente porta la propria comune condotta
animica [nel gruppo antroposofico], a seguito di ciò si
giunge ovviamente all’egoismo ed al litigio. ...È
necessario educarsi a tollerare gli altri in un grado molto
piú ampio di quanto si sia abituati nel mondo fisico.
Essere antroposofi non significa soltanto imparare a
conoscere l’antroposofia come una teoria, ma richiede in
un certo senso operare una trasformazione dell’anima. Ma
certe persone non lo vogliono»(12).
- Quindi
ampia tolleranza umana, ma doverosa inflessibilità nella
difesa della Verità e verso i comportamenti da essa
conseguenti. Quanto testé affermato richiama un ulteriore
ammonimento, particolarmente attuale, in materia di
propaganda: «Non è con una qualsiasi forma di propaganda
…che si possa fare qualcosa che si fondi su un’onesta
interiorità, [occorrono] persone che hanno un’inclinazione
verso la già caratterizzata inversione della volontà,
verso la vita di conoscenza e verso la partecipazione al
destino del tempo»(13). Da
quanto precede emerge dunque non solo l’insostituibile
necessità del lavoro spirituale di gruppo – per l’evoluzione
personale e, in primo luogo, quale occasione per l’urgente
presenza nell’aura terrestre di Alte Entità – ma,
parallelamente, l’estrema delicatezza dei comportamenti
indispensabili per la creazione e la sopravvivenza di vere
comunità spirituali degne di accogliere “presenze”
superiori.
- Ma non
è tutto. Il descritto rapporto di dedizione interpersonale
ha infatti anche valore determinante per l’evoluzione
esoterica generale del singolo, costituendo un’indispensabile
passaggio intermedio verso la futura riconquista cosciente
della chiaroveggenza: «Per l’uomo moderno è necessaria
ancora una fase transitoria, del tutto separata dalla
visione del mondo superiore: è necessario che possa
destarsi all’anima ed allo spirito dell’altro»(14).
- Se
dunque alla realizzazione di incontri, riunioni,
celebrazioni, commemorazioni o altri eventi collettivi, si
accompagnano gelosie, rivalità, rivendicazioni personali,
recriminazioni, discriminazioni e/o altre debolezze, è
indispensabile rilevare come proprio la solennità di una
manifestazione ispirata alla Scienza dello Spirito dovrebbe
indurre un potente impulso verso il superamento di quanto
divide verso una rinnovata illuminazione collettiva che
induca spontaneamente le rettifiche eventualmente
necessarie; se ciò non avviene, occorre coraggiosamente
riconoscere che si sta solo fingendo un rapporto col mondo
spirituale e decidersi senza indugio verso un salutare
rinnovamento che tragga nuova linfa vitale per la comunità
proprio dalla determinazione di confrontare e risolvere
contrasti e risentimenti: «Il contrasto è sempre il segno
di ciò che deve essere conosciuto ...come ciò che va
superato: esso non può che essere provvisoriamente risolto
da soluzioni esteriori come separazioni o alleanze. …Quando
si ritrova un accordo fittizio, perché fondato non su
intesa spirituale ritrovata attraverso il sacrificio e la
conoscenza, bensí su accomodanti compromessi …un simile
accordo sarebbe meglio che non ci fosse»(15).
- Impegnativi,
infine, i requisiti indicati dall’autore del Trattato
del pensiero vivente per chi sia chiamato alla non lieve
responsabilità di guidare un gruppo antroposofico: «[Sono
adatti] solo esseri che coltivino l’iniziazione…:
soprattutto non affetti dalla brama di essere dirigenti»(16).