Nell’ultimo
numero di marzo dell’Archetipo, ho letto la leggenda di
Esclarmonda e del Graal, un tema al quale fate spesso
riferimento nella vostra rivista e di cui conosco solo
qualche accenno molto frammentario. Potrei averne un’idea
piú precisa, spiegata possibilmente in maniera
elementare?
Italia Testarmata
- Riesce alquanto difficile dare
in poche e semplici parole un’idea precisa di un cosí
alto mistero, in cui realtà, mito e leggenda s’intersecano
in un tutt’uno inestricabile. Per raccontarne per sommi
capi storia e leggenda, si narra che quando Lucifero si
ribellò al Dio Creatore, questi lo fece precipitare dall’alto
dei Cieli nell’abisso piú profondo. Mentre cadeva,
dalla sua fronte d’Angelo ormai divenuto demonio si
staccò il gioiello che l’adornava, un verde smeraldo
risplendente. Questa pietra preziosa, dalla forma a coppa
arrotondata, cadde sulla Terra, e uomini dotati di
veggenza che in seguito la trovarono, la custodirono
gelosamente per millenni. Fu conservata nei templi dei
Misteri dell’antica Atlantide, e da qui, nelle
migrazioni che precedettero l’inabissamento di quel
continente, attraverso l’Europa fu portata al centro
dell’Asia. Essa fu sempre presente, anche se occultata,
nei templi delle varie civiltà che seguirono: dalla
mesopotamica all’egizia, fino a comparire in Palestina
all’epoca di Gesú. Fu con essa che il Cristo,
celebrando l’Ultima Cena, offrí da bere agli Apostoli
il simbolo del suo sangue. Fu in quella coppa che Giuseppe
d’Arimatea – un membro del Sinedrio che si era
rifiutato di condannare il Nazareno, riconoscendo in Lui
il Messia annunciato dalle Scritture – sotto la croce
raccolse il sangue che sgorgava abbondante dalle ferite
dell’Uomo-Dio crocefisso. Dopo la morte di Gesú,
Giuseppe d’Arimatea chiese ai Romani il corpo del
Redentore per poterlo tumulare in una tomba nuova che
aveva acquistato per la sua famiglia. Avvenuta la
Resurrezione, egli si diede, insieme agli apostoli, alla
predicazione, che lo spinse, con la sua preziosa reliquia,
fino in Europa, dove giunse dal mare, sbarcando sulle
coste della Francia meridionale. Giuseppe d’Arimatea
proseguí poi la sua peregrinazione, che lo portò fino in
Albione, nell’attuale Inghilterra. Qui sparse i semi del
messaggio evangelico tra gli abitanti, dediti ai culti e
ai riti del druidismo celtico. Le conversioni furono
numerose, e da quel nucleo iniziale di fedeli sorse in
seguito quel che ci viene tramandato come leggenda dei
Cavalieri del Graal e della Tavola Rotonda di Artú.
Intorno alla sacra coppa, che conteneva il “reale sangue”
del Redentore, il “Sang réal”, da cui per contrazione
derivò “Sangral” e infine “San Graal”, si formò
sin dai primi secoli del cristianesimo una comunità che
ebbe sedi in molte parti d’Europa, e si concentrò
infine, verso l’anno Mille, nella Francia meridionale.
Essa si ispirava all’insegnamento evangelico, senza
collegamento con la Chiesa di Roma. Vi si praticava il
Battesimo in Spirito invece che in acqua, ispirandosi alla
Pentecoste, alla discesa cioè dello Spirito Santo sugli
apostoli. Molti erano i fedeli, chiamati uditori, e alcuni
assurgevano al rango di sacerdoti. Tra loro vi erano
studiosi di vasta cultura, oltre che grandi devoti, e
spesso venivano da famiglie di alto lignaggio della
nobiltà di Francia, ma vestivano con semplicità – in
genere con un saio grigio – praticavano l’astinenza,
la carità, si prestavano ad aiutare la popolazione locale
con la loro saggezza e anche praticamente, nel lavoro dei
campi. Ricercavano la purezza in ogni sua forma, per
questo erano detti Catari, ovvero Puri. Loro invece si
denominavano “buoni uomini”, dato che cercavano di
essere, secondo la volontà del Cielo, uomini di “buona
volontà”. Si astenevano dal mangiare carne, conoscevano
le proprietà delle erbe e curavano i malati
gratuitamente, non solo con i prodotti della natura, ma
soprattutto attraverso l’imposizione delle mani. Le
guarigioni miracolose si moltiplicavano, e il confronto
con il clero romano finí col nuocere a quest’ultimo,
che, preoccupandosi piú dei beni terreni che di quelli
celesti, aveva perduto il dono delle guarigioni del tempo
delle origini, cioè il “carisma” dello Spirito Santo.
La Chiesa diede avvio allora a una persecuzione che
costrinse i Catari a rifugiarsi in una regione montuosa
dell’Occitania. In particolare, ai primi del XIII
secolo, da alcuni di loro era stato scelto un vecchio
castello dell’Ariège, per ritrovarsi e vivere in un
luogo sicuro: Montségur. Sulla vetta dell’alto monte
dalla forma a picco arrotondato, detto “pog”, si
ergeva questo gigante di pietra, ai cui lati si era andato
agglomerando, negli anni, un piccolo villaggio. Il papa,
dopo aver dichiarato che solo chi applicava alla lettera i
dettami e i dogmi della religione di Pietro potesse essere
detto “vero cristiano”, decise di lanciare un’offensiva
contro coloro che, pur seguendo una via evangelica,
enunciavano princípi che si discostavano da quelli dei
Padri della Chiesa, e soprattutto non riconoscevano la
sovranità del papato. Per soffocare le eresie fu
istituito il Tribunale della Santa Inquisizione – che di
santo aveva solo il nome – che metteva al rogo, dopo
processi unilaterali e senza possibilità d’appello,
tutti coloro che, a seguito di interrogatori fatti spesso
con l’ausilio di atroci torture, risultavano “in odore
d’eresia”. Si arrivò fino a scatenare una vera e
propria Crociata contro i Catari, cui dette appoggio la
monarchia di Francia. Numerosi cavalieri dei paesi del
Nord, in nome della corona e del papato, partirono per
eliminare “gli infedeli” del Sud e impadronirsi cosí
delle terre catare. Con ferocia inaudita borghi e
cittadelle furono espugnati e gli abitanti trucidati.
Giunti poi all’ultimo baluardo, Montségur, buoni uomini
e fedeli furono catturati e trascinati alle pendici del
pog, dove, rinchiusi in un recinto di alti pali di legno,
fu loro appiccato il fuoco. In quello che fu chiamato il
Campo dei Cremati, arsero tutti insieme nella grande pira,
cantando le lodi del Signore. Ma la coppa del Graal, che i
vincitori avrebbero voluto assicurarsi, non fu mai
trovata. Una stele, eretta sul luogo, ricorda ancor oggi
al visitatore l’eccidio perpetrato in nome di Cristo.
-
Sto
attraversando un periodo di grande avvilimento e
scoraggiamento dovuto a problemi originati da una persona a
me molto vicina, che si è dimostrata indegna di quell’affetto
che le avevo sempre donato con generosità e che sembrava
ricambiare. Ne sono stata addolorata a tal punto da aver
somatizzato la cosa, e ho dovuto affrontare gravi disturbi a
livello fisico. Ne è risultato che non riesco neppure piú
a seguire la via spirituale con la serietà e la dedizione
di un tempo…
Maria Teresa Barbiani
- A una discepola che descriveva una
situazione molto simile a quella che ha cosí profondamente
turbato la nostra lettrice, Scaligero rispondeva, nell’agosto
1962, con queste esemplari parole: «La lettera descrive
difficoltà che sono tipiche di tutti coloro che compiono un
lavoro spirituale. La natura attraverso la quale ci facciamo
strada mediante lo spirito, la incontriamo come dolore: la
penetriamo a condizione che il contatto sia dolore. O che
sorga come visione obiettiva. …L’importante è non
dimenticare che le difficoltà o asperità laceranti che ci
si presentano, in sostanza le abbiamo chieste. Occorre non
dare ad esse stati d’animo. Gli stati d’animo ormai per
noi debbono essere dati solo ai contenuti della meditazione,
alle immagini dello spirituale: siano gioiosi o dolorosi. Le
delusioni che ci vengono da uomini o da situazioni sono la
realtà che per ora si rivela cosí e non può essere
diversa. Ciascuno ci dà quel che può: quel che può darci
è il segno obiettivo di quel che può ora: dobbiamo
accettarlo. La delusione riguarda noi, non l’altro o la
cosa. Non v’è altro rimedio che essere piú forti. Noi
sostituiamo ai problemi la forza. La forza è la
concentrazione: quella vera. La concentrazione fatta con
tutta intensità ci libera da qualsiasi situazione, ogni
situazione essendo solo un fatto interiore. La
concentrazione va resa piú profonda e piú obiettiva:
allora è il massimo della forza dell’uomo ed ha il potere
del destino».
Vorrei
sapere se se una persona che sta facendo un percorso di
autoconoscenza come me, seppur non sperimentandosi con gli
esercizi, può riconoscere in sé momenti in cui ha
consapevolezza che sta amando il prossimo. A volte di
fronte a quello che scrivono Scaligero e Steiner mi sento
talmente piccolo ed incapace di “amare” nel piú alto
senso della parola che mi viene da deprimermi. Invece,
credo di poter esprimere qualcosa che si può avvicinare
all’amore anche se non sono un “illuminato”, per es.
ascoltando senza giudizio ed accettando il prossimo senza
volerlo diverso, o provando compassione per chi è piú
sfortunato di me.
P. Ledro
Alla richiesta se è possibile
riconoscere in sé l’amore verso il prossimo, pur non
misurandosi ancora (perché no?) con gli esercizi, la
risposta è naturalmente positiva: l’amore è l’unica
moneta corrente che può essere spesa ovunque, non conosce
frontiere e non è soggetta a controlli doganali. Non
lasciamoci intimidire dall’amore senza limiti dei “grandi”,
dei Maestri, anzi, consideriamo un privilegio il saper
riconoscere in loro l’esempio di quello che, con il tempo
e la buona volontà, saremo anche noi in grado di fare. L’importante
è cominciare! E non amando l’“umanità intera”. Non
sarebbe che un’astratta recitazione verso noi stessi e gli
altri. L’amore che dobbiamo donare, ci insegna il Cristo,
è verso “il prossimo”, quindi verso le persone che ci
sono vicine, e non astratte, ma ben concrete, con tutte le
loro debolezze e asperità, che certe volte ci rendono il
compito molto difficile...
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