Storia

L’Imperatore stava ritto di fronte alla panoplia di caccia e osservava l’ultimo trofeo: una grande testa di cervo, maestosa e possente. L’imbalsamatore aveva lavorato di fino, lasciando intatto il pelo nella sua lucentezza dorata, le froge e il muso irti di setole, con un abile espediente di laccatura, umettati al punto da sembrare quelli di un animale vivo. E con la stessa astuzia di mestiere, sostituendo agli occhi veri due globi di vetro, l’artigiano era riuscito a mantenere la liquida trasparenza delle pupille. Ora quei tondi cristallini, risaltando per contrasto nel biancore delle cornee, lo fissavano inquietanti, quasi volessero ammonirlo nella loro saettante lucentezza resa vieppiù temibile dall’incombente minaccia delle vaste corna acuminate.
Rivide i particolari della battuta e dell’uccisione. Era stato agli inizi di luglio, in una mattinata afosa e umida, nel bosco di faggi a poca distanza dalla villa. Il cervo si era attardato a brucare germogli, dopo aver bevuto a un rigagnolo che scorreva lungo il pendio della collina tra le radici e i massi sporgenti. Per la prima volta, ricordava, nella sua lunga esistenza di cacciatore aveva osservato il cervo non come una semplice preda ma come una creatura intenta a svolgere una semplice ed essenziale liturgia nella pace della foresta, fiduciosa e serena. La scena era idilliaca. Sparare gli era sembrato come lacerare un quadro di soggetto bucolico con un pugnale: un atto vandalico. Aveva imbracciato il fucile ma non si decideva a mirare:
«Maestà – lo aveva sollecitato impaziente il suo accompagnatore – lo perdiamo!».
L’animale a quel punto, fiutando il pericolo, aveva rizzato la testa; obbedendo all’istinto, il Maestro di Caccia aveva sparato. Il seguito era stato penoso. Il cervo ferito scalciava tra l’erba e i rizomi.
«Occorre finirlo, Maestà – era stato il parere dell’accompagnatore. – Soffre troppo!». E vedendo che l’Imperatore esitava volgendo quasi le spalle a quello strazio, aveva esploso a bruciapelo il colpo mortale. L’animale si era irrigidito, ma i suoi occhi erano rimasti spalancati continuando a vivere del riflesso ondulante di rami e foglie, del fluire silenzioso delle nuvole.
Quegli occhi, rifrangendo nel loro artificioso realismo le luci degli ambienti, incombevano ora su di lui dal muro della residenza estiva di Bad Ischl, unico elemento dinamico nella spenta anatomia montata su un pannello di velluto cremisi. Insieme a tanti altri occhi di daini, cervi, stambecchi, capre selvatiche, aquile e galli cedroni. Stanza dopo stanza, mentre l’alba estiva filtrava dalle grandi vetrate, il vecchio Imperatore fece l’inventario di tutte quelle morti. Migliaia, un’ecatombe. Per la prima volta ne teneva il conto, avvertendone il peso.
Il Maestro di Caccia, tornando dalla battuta, nel riferirne ad altri aveva usato una clemente piaggeria:
«Ancora in gamba, l’Imperatore, nonostante la distanza e il vento a sfavore!».
Perché quella esitazione, quella debolezza per lui inusuale?
Vagando per le grandi stanze, giunse allo studio. Il tavolino era lí, tra le due finestre d’angolo. E sul ripiano di legno scuro la cartella che conteneva un solo foglio. Penna e calamaio facevano da corollario e sembravano aspettare che la sua mano aprisse la cartella, che intingesse il pennino nell’inchiostro e vergasse infine la sua firma, in basso, accanto al sigillo imperiale e alla controfirma dei ministri. Da giorni quel foglio attendeva. Per questo forse non aveva saputo e potuto sparare a quel cervo. Per questo tutte quelle creature affisse ai muri gli avevano parlato di morte e non di trionfi venatori. Dividevano gli spazi alle pareti e sui mobili con i ritratti di famiglia, trofei diversi, quelli umani, non meno inquietanti delle reliquie mummificate delle prede animali. L’impertinente sorriso di Sissi, in cui l’amore cedeva alla sfida; la smorfia triste di suo figlio Rodolfo, il ribelle, l’erede mancato; il piglio altero di suo fratello Massimiliano e l’allucinata intensità dello sguardo di Ludwig. Tutti morti, panoplie che decoravano la sua tremenda e altisonante solitudine. La vita aveva animato quei volti, come le membra di cervi e aquile. I loro pensieri si erano librati alti sul mondo dei fasti e delle tragedie, perdendosi nel vortice della storia, bruciati sul rogo delle passioni, raggiunti in volo dai colpi impietosi di un cacciatore cieco. A caso, o forse obbedendo a un occulto disegno, quasi volessero quelle tragedie fare da contrappasso agli olocausti che egli, l’Imperatore, aveva indetto. Ma quanto era dipeso da lui, quanto dall’implacabile meccanismo del potere che amministrava? E quanto non era stato quel potere nelle mani di sua madre, la volitiva Sofia, la vera despota della corte degli Asburgo? Anche lei era lí, tra gli altri pannelli decorativi, trofeo imperioso e sordo a ogni abbandono e cedimento sentimentale. Come l’ultimo cervo ucciso: gli occhi lo ammonivano intemerati, con l’amore che cedeva all’intransigenza e al rigore. Frangar non flectar. Dall’esterno, soverchiando i rumori del parco, della fontana monumentale al centro del piazzale, zittendo i pigolii degli uccelli che si svegliavano, gli giunse l’uggiolare dei cani e il passo chiodato del Maestro di Caccia. Sentí che l’uomo scambiava frasi con gli attendenti di guardia:
«No, Sua Maestà non viene, oggi. Potete andare da solo» confermò alla fine il capo pattuglia. Passi chiodati, uggiolii e latrati si persero nella lontananza, verso la foresta.
Aprí la finestra che dava sul parco e subito gli giunse, grato all’orecchio, il fruscio del Traun, che scorreva poco piú in basso, oltre gli alberi e i prati. Volle scendere al fiume, percorrendo il sentiero selciato. Gli uomini della pattuglia di guardia lo salutarono militarmente e con discrezione si misero a seguirlo a distanza.
Pochi giorni prima aveva passeggiato per la stessa via, ombreggiata dagli alti faggi e confortata dalla frescura della correntía del Traun. Era in compagnia di Padre Horatius, un benedettino venuto dall’Abbazia di Melk per un ciclo di prediche nella Hofkirche di Bad Ischl. L’imperatore aveva chiesto un colloquio con il religioso.
«Che devo fare, Padre?» era stata la sua domanda al monaco, dopo avergli confessato l’angoscia per la tremenda decisione da prendere. E l’altro:
«La risposta che io, da uomo di religione, devo darle, è contenuta già nella legge divina del Decalogo: non uccidere. È un comandamento chiaro, categorico, che non ammette false ottemperanze o interpretazioni di comodo. L’uomo purtroppo soggiace all’istinto, fa parte della sua natura. Normalmente, per convenzioni sociali, educazione, compromessi di vario genere, reprime questo impulso primordiale. Il libero arbitrio gli consente appunto ogni scelta. Ed è proprio in virtú di questa possibilità di scegliere che a un certo punto l’uomo decide di rompere i patti sociali e naturali, di dare libero sfogo a quegli istinti omicidi, quasi stabilendo un tacito accordo con altri uomini, che saranno i suoi nemici futuri. Anch’essi costretti nel quotidiano a disciplinare le loro smanie e tendenze sanguinarie. Ed ecco la guerra, una specie di gioco piú o meno esteso e partecipato, dove però è tutto vero. È una giostra poco o nulla cavalleresca dove le armi non sono spuntate e feriscono, mutilano, uccidono per davvero. È come un’operazione catartica in cui bruciare le passioni represse, gli odi inconfessati, le ingiustizie subite, e obliterare rimorsi e speranze. Fare insomma tabula rasa del mondo giunto a un punto di saturazione, per crearne forse un altro sulle rovine di quello che si è distrutto. Guardi, Maestà, l’impero che lei governa: è saturo di rivalse nazionaliste, irredentismi, con popoli avversi costretti a coabitare, subendo, mi perdoni, il rigore delle leggi di polizia. I popoli non sopportano il dispotismo, pur se illuminato, e usano male la libertà quando la ricevono. Diciamo che la civiltà umana, Maestà, registra un fallimento totale. La filosofia ha decretato la morte di Dio, l’economia del denaro per il denaro ha portato i governi alla corruzione e alla bancarotta, e i popoli alla miseria. È un organismo malato di disordine, questa civiltà. Un corpo debilitato, e quindi vulnerabile. Ecco allora che il male si impadronisce dei suoi organi vitali per distruggerli. La guerra è il male estremo, causato dal fallimento estremo della civiltà».
«Ma allora, non c’è soluzione al problema» aveva replicato l’Imperatore. E il religioso:
«Sí, ci sarà, quando la natura umana e quella divina coincideranno. Quando la legge del taglione cederà il passo al dettame evangelico del perdono e dell’amore totale». Poi, notando lo smarrimento del vecchio sovrano, Padre Horatius lo aveva guardato fisso negli occhi.
«Se può consolarla – aveva detto con amarezza – non creda che io e i miei confratelli ci troviamo in una condizione migliore e piú facile della sua, Maestà. Quando i suoi soldati muoveranno per il campo di battaglia, noi dovremo benedirli, invocando l’intervento favorevole di Dio. E cosí faranno preti e monaci della parte avversa, agitando la stessa croce, invocando l’identico Dio».
Si erano lasciati cosí, senza speranze da coltivare. E lui, col peso di quella decisione da prendere, ancora piú grave e insopportabile. Erano tutti costretti, persino i maestri morali, i tutori dello spirito, nella pania della necessità, dell’ineluttabile. Le parole del monaco gli risuonavano ora con insistenza nella mente. Ma come mettere ordine in un mondo che sembrava ormai impazzito, e che vedeva nella guerra l’unica via d’uscita dal marasma dei giochi di potere, delle faide dinastiche, dalle rovine economiche, dai tradimenti, dalle ambigue ed effimere alleanze? Regni e imperi che si sfaldavano e si ricomponevano in una ridda sfrenata di opportunismi e compromessi.
E toccava a lui fare la prima mossa sulla scacchiera, avviare il pendolo di un meccanismo che avrebbe scandito un tempo a venire pieno di rovine e di lutti. Si fermò al piccolo belvedere sul fiume, si sedette. Dal Totes Gebirge il sole era spuntato, colorando i tetti della minuscola città che pareva uscita da un libro di fiabe. La gente ci veniva per ritrovare la salute del corpo e allungare cosí la vita. Dalla terra sgorgavano acque miracolose, dono di quel Dio che vietava di uccidere.
C’era stata una festa nella residenza imperiale pochi giorni prima: dignitari, diplomatici, soprattutto ufficiali di vario grado. Tutti eleganti, impettiti e gagliardi, avevano danzato, bevuto e gustato il buffet. Gli avevano reso omaggio con diversi brindisi. Morituri te salutant, aveva pensato mentre quegli uomini, esclamando «Prosit!» e augurandogli una piú lunga vita di quella che già lo aveva baciato, si preparavano per sua mano alla carneficina. E quelle belle divise con alamari, mostrine e piume si sarebbero lacerate e combuste al fuoco dei cannoni e nelle cariche di cavalleria, nei corpo a corpo furiosi. Dopo la danza, il fango, il sangue, l’arsione, la caduta o la fuga.
Ricordò Solferino, la sua prima battaglia da generale sul campo: tanti anni trascorsi ma l’impressione permaneva ancora viva e pulsante nella memoria. Forse il suo Impero, quello che si diceva sacro e cristiano, aveva iniziato il suo declino proprio con quella sconfitta, anche se, come sempre avveniva nelle battaglie campali, vinti e vincitori avevano contato lo stesso numero di morti: 22.500 gli austriaci, 22.000 tra francesi e piemontesi. Sotto il sole implacabile di quel 24 giugno 1859, tra l’erba e i sassi della Pianura Padana, in migliaia avevano agonizzato tra grida e lamenti. Uomini che morivano, non piú soldati, non piú nemici. Accomunati nello strazio e implorando pietà e misericordia dal medesimo Dio. E quel dolore, quella sconfitta della dignità umana, non erano serviti a far rinsavire i governi e gli uomini. L’umanità, ferita ormai, abbattuta dai colpi che essa stessa si era procurata, si agitava nella frenesia preagonica alla quale attribuiva finte motivazioni materiali e morali. Il suo Impero era lo specchio di quella umanità.
«Occorre finirlo, Maestà. Soffre troppo!». L’esortazione del Maestro di Caccia risuonò adesso nella sua mente come la risposta al suo interiore tormento. Ritornò nello studio, convocò ministri e dignitari. Aprí la cartella. Il foglio vergato di poche, scarne, tremende parole gli si presentò implacabile. Vi appose in calce la sua lunga firma istoriata. E la data: 28 luglio 1914.
Dal giardino l’ombra degli alberi proiettata sul tavolo tremò appena, si fuse ai ghirigori dell’inchiostro.

Leonida I. Elliot