- Le potenze
divino-spirituali conferirono all’uomo la sua figura, la
sua immagine esteriore; ma quel che visse in tale figura
esteriore, a partire dall’antica epoca lemurica, si
trovò sempre sotto l’influsso delle forze luciferiche e
più tardi anche di quelle arimaniche. Sotto gli influssi
di tali forze venne in seguito sviluppandosi ciò che gli
uomini chiamarono scienza, conoscenza, intendimento. Non
è quindi da meravigliarsi che, essendo stata presentata
all’umanità proprio in quell’epoca [al tempo del
mistero del Golgota] la vera essenza, l’essenza
spirituale dell’uomo, gli uomini non fossero in grado di
riconoscerla e di comprendere che cosa fosse diventato l’uomo
nel corso dei tempi. Il sapere umano, l’umana
conoscenza, si erano andati impigliando sempre piú nell’esistenza
sensibile, diventando cosí sempre meno capaci di
accostarsi alla vera natura dell’uomo.
- …Al
cospetto dell’umanità si trovava “l’uomo”, nella
figura conferitagli dalle potenze divino-spirituali:
nobilitata però e spiritualizzata dalla triennale
presenza del Cristo in Gesú di Nazaret. Cosí “l’uomo”
si trovava in quell’ora davanti agli occhi di tutti gli
altri uomini. Per quanto riguarda la comprensione e la
conoscenza di questo mistero, gli uomini avevano potuto
conquistarne soltanto quanto lo consentiva la loro
intelligenza sottoposta al millenario influsso di Lucifero
e di Arimane. Ed ecco che ai loro occhi si presentò l’uomo
che durante tre anni aveva espulso da sé gli influssi
luciferici e arimanici, l’uomo ripristinato nella
condizione precedente a Lucifero e ad Arimane. Solo grazie
all’impulso del Cristo cosmico l’uomo era ritornato
quale era stato posto nel mondo fisico, proveniente dal
mondo spirituale. Lo spirito dell’umanità, il figlio
dell’uomo, stava dinanzi a coloro che il quel momento
erano giudici o carnefici, a Gerusalemme; si presentava
però quale era divenuto per il fatto di avere eliminato
dalla propria natura tutto ciò che aveva trascinato l’uomo
verso il basso. Cosí, al compiersi del mistero del
Golgota, l’uomo si presentava in immagine a tutti gli
altri uomini; gli uomini avrebbero dovuto stare davanti a
lui, venerandolo e pregando: ecco lí la mia vera essenza
umana, ecco il mio ideale piú sublime, ecco lí la figura
che io dovrei assumere con il piú strenuo sforzo dell’anima
mia. Dinanzi a me vedo ciò che solo è venerabile e degno
di adorazione nella mia natura, vedo il divino che è in
me. Di quella figura, gli apostoli avrebbero dovuto dire
(se fossero stati in grado, allora, di esplicare una vera
autoconoscenza): in tutto il mondo non esiste nulla che
sia confrontabile, per valore e grandezza, a questo figlio
dell’uomo che sta dinanzi a noi.
- L’umanità
avrebbe dovuto disporre di questo grado di autoconoscenza
in quel momento storico. Cosa fece invece? Sputò sul
figlio dell’uomo, lo flagellò, lo trascinò al
calvario. Questo è il drammatico punto di svolta fra ciò
che avrebbe dovuto avvenire (cioè il riconoscimento che
ci si trovava di fronte a qualcuno di assolutamente
incomparabile con qualunque cosa al mondo) e quello che
avvenne realmente e che ci viene descritto subito dopo. I
Vangeli ci descrivono che l’uomo, incapace di
discernere, invece di riconoscere se stesso calpestò il
meglio di se stesso, lo uccise: solo mediante questa
tragica lezione cosmica l’uomo poté accogliere l’impulso
a conquistarsi a poco a poco la sua vera essenza, in tutto
il corso dell’ulteriore storia della Terra.