Incontri

Il regista Roberto Rossellini raccontava una strana storia. Trovandosi in India per girare un film, aveva fatto visita a un rishi che viveva da eremita in una foresta del Bengala. Il sant’uomo si esprimeva solo in un idioma locale e Rossellini masticava un inglese per l’altro poco comprensibile. E cosí si accordarono per un dialogo a vista, un incontro degli occhi che durò solo alcuni istanti perché, non appena le pupille del guru si fissarono in quelle del visitatore, questi scoppiò in un pianto dirotto, copioso e irrefrenabile, una cateratta di lacrime corroborate da singhiozzi quasi infantili, che non si fermò neppure quando il romito prese le mani del forestiero tra le sue e le trattenne con dolcezza. Nonostante quel gesto compassionevole, vieppiú zampillavano fiotti di lacrime e squassanti singulti. In altra occasione il regista, intellettuale disincantato, si sarebbe vergognato di quella esibizione di vulnerabilità emotiva, ma allora, vis-à-vis con quella creatura dedita alla penitenza e alla preghiera, si lasciò andare allo sfogo.
A chi, dopo quell’episodio, gli chiedeva le ragioni del suo comportamento, Rossellini spiegava che il contatto con il romito gli aveva sciolto dentro un grumo di sofferenza vecchio di anni, di cui non aveva quasi piú consapevolezza e memoria: erano angosce, frustrazioni, dolori, forse sin dall’infanzia sedimentati al fondo dell’anima e lí solidificatisi, rappresi in una durezza pietrosa e opaca, incapaci di autoassolversi e quindi dissolversi.
Cosí accade a tanti uomini. La vita insegna sin dai primi approcci alle vicissitudini esistenziali a tacere il dolore, a non farne segno all’esterno. Ciò permette di celare le vulnerabilità fisiche, mentali e sentimentali, impedendo quindi le mille fagocitazioni e prevaricazioni che l’imprevedibile giungla della socialità allestisce diuturnamente variandone gli inganni e le seduzioni. Per difesa ci si chiude, rendendosi ermetici e stagni, impenetrabili e indecifrabili, sfingi guardinghe attente a ogni sfaglio delle gibigiane allestite da altri uomini o da entità avverse.
Ma benché occultato da espedienti mimetici e rimozioni mnemoniche, il dolore permane, scorre come un fiume carsico, ingrottato nel tenebrore della dimenticanza. Sta lí, coatto nel fruscío del sangue, fugacemente obliterato ma non del tutto domato. E basta un niente, un cenno degli eventi, uno spasmo, perché quel fiume trabocchi, erompa. Allora, inopinatamente, accade che qualcosa forzi il tegumento protettivo, scalzi le difese gelose e tetragone, ci faccia propendere per l’abbandono e ci consegni all’ineffabile. Diciamo che il male in noi può recedere, persino nullificarsi irreversibilmente. In tal caso guariamo, ci vengono rimessi dubbi e peccati, ché il male quello è in realtà: peccato da redimere e convertire, trasmutare in empito salvifico e taumaturgico.
L’effetto di tale processo riequilibrante – appunto il benevolo sorriso di un savio rishi, il contatto delle sue mani devote, o il candore di una qualunque anima chiara e pulita, in stato di grazia – può collegarci alla dimensione delle forze superiori capaci di sovvertire ogni condizione all’apparenza irredimibile.
Azione catartica che può essere svolta efficacemente in special modo dall’opera d’arte, allorquando si produce sintonia tra il potere immaginativo dell’artista, l’espressione realizzata nel concreto dal suo talento e la capacità percettiva dell’osservatore dinanzi al prodotto finito. Una linfa invisibile scorre infatti dalla sfera degli archetipi e, passando il vaglio interpretativo di chi elabora l’opera, raggiunge il fruitore toccandone il registro emotivo, la cui qualità, se adeguata alla sorgiva ispirazione, gli consentirà di coglierne la portata trascendente. È ormai assegnato al novero delle leggende plausibili, il pianto di Raffaello davanti alla Gioconda osservata nello studio di Leonardo: due immensità creative che si incontravano sul piano della piú perfetta e profonda comprensione.
Catartico può essere anche un luogo, graziato da influssi metafisici, operante il transfert liberatorio, capace di far regredire a purezze primigenie, fino all’innocenza angelica, alla levità eterica. Per ottenere ciò, i Greci si recavano ad Eleusi, che di tutti i santuari era il piú dotato di quei poteri ombelicali tra l’uomo e le forze cosmiche mosse dalla divinità. A quelle stesse forze perennemente dinamiche, propizie all’uomo desideroso di evolvere in verità e Spirito, ciascuno può attingere in qualunque frangente della vita. Basta che si ponga in uno stato ricettivo di grazia, che qualcosa in lui solleciti il contatto, in assoluta libertà di scelta. Quando e come lo voglia, secondo la sua interiore necessità. Nulla gli viene imposto, tutto gli è offerto, messo a sua disposizione perché serva da strumento e presidio morale e spirituale nel suo impegno di autorealizzazione.
Ma in questa azione di avvicinamento al sublime, non si deve dimenticare che, contiguo al flusso di energie cosmiche favorevoli e benigne, scorre il fiume delle potenze ctonie e infere, impegnate a ostacolare creando inciampi e trabocchetti. Il rovescio di Eleusi è l’Ade: Demetra rappresenta allo stesso tempo fertilità e deserto, tepore primaverile e gelo dell’inverno. All’uomo la scelta. Gli conviene optare per la virtú, e non solo in termini spirituali. Il bene è pratico, produce vantaggi tangibili nella realtà fisica, risolve persino contingenze prosaiche. Questo vengono a dirci in ogni epoca maestri e profeti, a qualunque filosofia o dottrina appartengano. Confermano che il Divino è corredo di inesauribili opportunità per l’uomo, e l’ordine cosmico un perfetto kit fai-da-te per ottenere, al termine dell’assemblaggio, la vittoria sulla materialità e il dolore. Forse è proprio il rendersi conto di non averlo usato bene quel kit, anzi di averne abusato sciupandone i prodigiosi componenti e mancando in tal modo un’irripetibile opportunità di svincolamento dalle panie della caducità materica, a produrre nell’umanità le nevrosi di cui soffre.
Di recente, riferendosi a una citazione di Geremia da parte del papa, esimi personaggi di varia collocazione intellettuale e confessionale hanno discusso, con un’animosità insospettata in atei dichiarati come molti di essi erano, sull’abbandono dell’uomo da parte di Dio. Si è parlato a questo proposito di silenzio di Dio, causa questa, a detta loro, della solitudine esistenziale in cui versa l’attuale umanità. Ma la Divinità non abbandona mai l’uomo. È semmai questi che si prende la libertà di camminare da solo, per assaporare la vertigine suprema di procedere sospeso sul baratro della perdizione, anche questa una chance accordatagli affinché la determinazione finale al Bene sia convinta e totale. In ogni momento, quando tutto sembra perduto, ecco venirgli incontro chi postula per lui la salvezza: magari una creatura il cui candore animico è in grado di aprire la porta di un adyton salvifico. Come accadde per la piccola e fragile Bernadette Soubirous l’11 febbraio 1858 nella discarica presso la grotta di Massabielle a Lourdes. Lei, non ricca, non colta, non sapiente, poté dialogare con la Sophia cosmica, ne vide la radianza, entrò sicura nella sfera dell’Immacolata Concezione, testimone di un mistero di portata universale riguardante l’intero genere umano.
Chi va a Lourdes, che sia malato nel corpo o nell’anima, se è nella giusta disposizione interiore, una volta superato il fiume che divide la città dalla zona del Santuario, può sentire sgorgare da un punto recondito dell’Io quel pianto che tutto scioglie, tutto redime. E se anche non guarisce il male fisico, può accedere a quella dimensione ove fu accolta Bernadette, e nella quale si chiarisce il perché della vita e della morte, dove il dolore trova dignità e giustificazione e l’uomo prende coscienza della propria identità col Divino.

Leonida I. Elliot

Bernadette Soubirous