- Fino a qualche anno fa , una o
piú mani ignote tracciavano di notte sui piloni dei ponti
autostradali, accanto alla scritta “Dio c’è” una
parola misteriosa e intrigante:
.
Progredendo nel tempo, l’epigrafe lapidaria venne
persino stampata con una specie di timbro a secco,
lasciando capire che gli autori di quell’avvertenza, o
proposta, avevano raggiunto una notevole capacità
organizzativa.
- Circolarono voci e illazioni
sulla loro consistenza numerica, congetture varie sui loro
agganci politici e gli ideali etici, finché si giunse
alla constatazione, peraltro mai accertata in forma
definitiva e attendibile, che l’ideazione e la messa in
opera di quelle scritte, complice il buio, risalivano a
una sorta di profeta, il cui credo consisteva in una
succinta strategia ecumenica: lo scambio ematico tra gli
abitanti del pianeta, come a dire: «Tu dai una piastrina
a me, io do un globulo a te». Proposito ideale di quel
messia del DNA era di eliminare le differenze razziali e
le sperequazioni biologiche attraverso le continue
trasfusioni di sangue. Dopo un certo tempo, ipotizzava l’artefice
del progetto, quozienti intellettivi, umori caratteriali,
attitudini espressive, virtú animiche e cerebrali,
talenti e doti creative, si sarebbero fusi in un amalgama
indifferenziato grazie al quale avrebbe avuto luogo la
vera fratellanza universale sancita dal patrimonio
genetico equiparato.

- Il tentativo, dopo ambigui esiti
iniziali, non approdò a nulla, entrando nel novero delle
umane chimere fortunatamente di non facile accettazione
per l’uomo, come il panopticon, il carcere ideale
di Bentham, i falansteri marsigliesi di Le Corbusier, o
altre utopie concepite da spiriti esaltati.
- Eppure si trattava, a ben
vedere, di un abbozzo ante litteram di
globalizzazione ideato con trenta e piú anni di anticipo.
Attualmente, proporre il baratto ematico implicherebbe due
azzardi, derivanti ambedue dalla qualità del sangue:
avvelenato da innumerevoli prostrazioni animiche, nevrosi,
stress, paranoie, depauperamento globulare, oltre che da
miasmi vari di sostanze inquinanti che ne ossidano le
forze rigeneranti; e poi, insidiato nella sua purezza
archetipica da subdoli malanni di nuovo conio, tra tutti
il piú deleterio e letale l’AIDS.
- Oggi si propongono altri scambi,
ma il fine globalizzante è lo stesso. Passa per i canali
della civiltà dei consumi, proponendo baratti economici e
finanziari tra i diversi popoli della terra. Aboliti i
blocchi territoriali e le frontiere, neutralizzate le
distanze e le pastoie burocratiche e doganali, accelerate
le informazioni, ecco stabilirsi un mondialismo che non
piú accomuna e affratella per via di sangue – come in
certi romanzi d’avventura e nelle cruente saghe,
cavalleresche o piratesche che fossero, dove il “patto
di sangue” tra eroi o furfanti avveniva mediante un
taglio sui polsi e l’accostamento delle due incisioni,
attraverso le quali si operava il travaso ematico,
sancendo la bontà imperitura di un’amicizia o di un
sodalizio – piuttosto diventiamo affini e promiscui in
base alla circolazione, pletorica e vistosa, di prodotti
mercantili, finanziari e tecnologici. In realtà, quello
che si vuole dalle lobby occulte che governano le nazioni,
è l’appiattimento etico e comportamentale delle masse
su un modello uniforme facilmente gestibile, proprio
perché obbediente ad un’unica volontà planetaria.
- Ma se lo scambio di sangue
comporta rischi anche mortali, oltre che psichici, per chi
volesse praticarlo, non meno deleterie sono le conseguenze
che la moderna globalizzazione produce, essendo i soggetti
di tale scambio portatori di guasti altrettanto
perniciosi. Comunità e nazioni ritenute sane e ben
costituite si rivelano portatrici di economie fraudolente
e inaffidabili; paesi noti per il rigore profilattico e le
attitudini quasi maniacali per l’igiene, vengono colpiti
da morbi e pandemie bibliche; altri popoli esemplari per
precisione e puntualità si rendono responsabili di
fornire dalle torri di controllo coordinate inesatte agli
aerei che sorvolano il loro territorio, causandone la
collisione. E noi, nell’Italia del “vivi e lascia
vivere”, nutriamo oltre ad assassini di bimbi, di
giovani donne e di incolpevoli autisti di piazza anche
avvelenatori di acquedotti, piromani ai danni di teatri e
discoteche, bombaroli e stragisti.
- Che tipo di globalizzazione
quindi ci accingiamo a realizzare, noi tutti abitanti del
pianeta terra? Perché, se questi sono i valori animici e
spirituali di cui disponiamo, lo scambio sarà perverso o
comunque improduttivo. Terrore, virus, mine, bombe,
patacche finanziarie e sanitarie (valvole cardiache
difettose, medicinali scaduti, plasma infetto), si ha
quasi l’impressione che coloro i quali propugnano la
globalizzazione a tutto campo non abbiano altro fine che
lo spaccio di merci avariate, economie dissestate, carni
ammorbate, pesci impazziti o carrette stracolme di nuovi
schiavi.
- Insomma, al mercato comune
tentano di smaltire, con orpelli e fantasmagorie i fondi
di magazzino, si comportano come i vampiri della migliore
tradizione transilvanica: attirano gli ignari viandanti
nei loro castelli impeccabilmente funzionali e seducenti,
lussuosamente arredati e forniti a tavola di ogni ben di
Dio, per poi, scoccata la mezzanotte, riprendersi dagli
ospiti l’equivalente in sangue delle sontuose portate
servite, delle comodità godute. O, se volete, è come il
“Paese dei balocchi”: la turlupinatura consumistica
globalizzante non dissangua ma stravolge le qualità
animiche, le identità individuali e di popolo, stempera
le virtú ataviche in un relativismo morale, le tradizioni
in scimmiottamenti folklorici. E si diventa perciò
somari, carichi della soma dei nostri stessi smarrimenti e
rimorsi.
- Tutto ciò non giunge nuovo e
inaspettato. In tempi non sospetti altre figure
messianiche, di caratura ben diversa dal bizzarro apostolo
dell’emoscambio, si erano levate ad ammonire il mondo
sul rischio di soggiacere alla nemesi industriale che
imponeva la progressiva sostituzione di beni e servizi ai
valori esistenziali e di cedere al tentativo, spesso
riuscito, da parte delle istituzioni totalizzanti, di
ridurre gli individui a semplici utenti di erogazioni
pagate al prezzo di una totale abdicazione alle proprie
potenzialità umane, sociali e creative.
- Un mese fa, il 2 dicembre, è
morto a Brema, all’età di 76 anni, Ivan Illich. Nella
sua vasta produzione letteraria aveva prospettato i rischi
di una globalizzazione che non aumenta la ricchezza ma si
limita a modernizzare la povertà: «La dipendenza dall’abbondanza
castrante, una volta radicata in una cultura, genera la
“povertà modernizzata”. Si tratta di una forma di
disvalore che non può non accompagnarsi alla
proliferazione delle merci. Questa disutilità crescente
della produzione industriale di massa è sfuggita all’attenzione
degli economisti, perché non è rilevabile con i loro
strumenti di misura, e a quella dei servizi sociali,
perché non può essere oggetto di “ricerca operativa”.
Gli economisti non dispongono di alcun mezzo efficace per
comprendere nei loro calcoli la perdita che subisce l’intera
società quando resta priva d’un tipo di soddisfazione
che non ha un equivalente commerciale; sicché gli
economisti si potrebbero oggi definire come i membri di
una confraternita aperta soltanto a coloro che, nello
svolgimento del lavoro professionale, danno prova d’una
ben addestrata cecità sociale nei riguardi del piú
importante fenomeno di sostituzione che stia avvenendo nei
sistemi contemporanei, d’Oriente come d’Occidente: il
declino della capacità personale di agire e di fare, che
è il prezzo pagato per ogni sovrappiú di abbondanza di
prodotti(1)».
- Quasi contemporaneo del
visionario emoscambista, Illich aveva preconizzato le
degenerazioni attuali della morale, dovute all’opera del
materialismo consumistico: l’umanità, abbandonato l’esercizio
verace della carità cristiana, si sarebbe ritrovata sola
e smarrita ad affrontare il supplizio di Tantalo,
colpevole di aver bramato l’ambrosia divina e condannato
a non poter mai soddisfare la sete e la fame, pur essendo
immerso in un ruscello e avendo a portata di mano frutti
succosi: acqua e pomi che si ritraevano a ogni suo
tentativo di toccarli. «La brama di ambrosia ha oggi
contagiato i comuni mortali. L’ottimismo scientifico e
quello politico hanno insieme contribuito a propagarla.
Per sostenerla, si è costituito un corpo di sacerdoti di
Tantalo, che promette un miglioramento medico illimitato
della salute umana. I membri di questa congregazione si
dicono discepoli di Asclepio, il guaritore, ma in realtà
sono spacciatori di ambrosia. La gente si rivolge a loro
perché la sua vita migliori, sia prolungata, resa
compatibile con le macchine e capace di resistere a ogni
sorta di accelerazione, di alterazione e di tensione. Per
tutto risultato, la salute è divenuta scarsa al punto che
l’uomo comune la fa dipendere dal consumo di ambrosia»(2).
- E a proposito di materialismo,
dice Massimo Scaligero che esso «non può realizzare la
comunità o la fraternità, in quanto deve limitarsi ad
essere organizzazione di biologie umane, ossia di
corporeità staccate dal loro principio, in un sistema che
si veste di astratta fraternità e socialità, erigendo di
queste il simulacro e inducendo i membri a comportarsi
come se esse fossero realizzate. …Non è possibile che
vi sia umanità, ossia relazione sociale, là dove l’uomo
diviene un congegno dell’enorme macchinario della
produzione»(3).
- Soltanto un uomo sano di corpo,
di mente e di anima , e mosso dallo Spirito, potrà
realizzare lo scambio di valori veri e santi, proficui per
la sua dimensione fisica, morale e creativa. La civiltà
da lui finora sviluppata è manchevole, imperfetta e
ingiusta. Ha troppi refusi e reietti, troppi scheletri
negli armadi delle sue vicende storiche. È stata spinta a
colpi di spada, legata con catene, alimentata dai venefici
umori della materialità. È tempo che essa proceda e si
evolva secondo i dettami evangelici, animata dall’uomo
pienamente realizzato nel proprio Io. Soltanto allora egli
potrà attuare il “patto di sangue” con gli altri
uomini: la salvifica osmosi del vero scambio interiore.