Materia e Luce

  1. Il riscatto della Terra dalla sua bruta oggettività di “materia” è la essenza spirituale di quello che si suole chiamare “ricchezza”. Il latino dives, “ricco”, indica etimologicamente colui che partecipa della natura luminosa (rad. div) delle cose, come pure il germanico reiks (longobardo rihho) sembra condurre all’idea di “raggiare” e “reggere”, non certamente a quella di ammucchiare cose attorno a sé. Lo Avesta stesso indica la Terra (Zam) come lo specchio in cui si riflette l’essenza spirituale dell’uomo, la daena: il lavorare e il trasformare l’ambiente terrestre, rendendolo fertile e fruttuoso, è per Zarathushtra il fine celeste della presenza corporale dell’uomo nel mondo visibile e minerale, che egli denominava “ossoso” (astvant). Trasformare la pietra in luce, il piombo in oro, questo è il potere innato dell’uomo terrestre ed il senso della sua missione attiva. È significativo il fatto che gli antichi Persiani indicassero l’angelo femminile della Terra col nome di Aremaiti, “il Ben-connesso Pensiero”: chi pensa con forza e coerenza trae la retta misura delle cose, le fa esistere: è ricco.

  2. L’uomo naturalmente possiede la Terra; il fatto di coglierne interiormente il senso, di avvertire intuitivamente la connessione fra le varie forme con cui essa appare, è la base per la ricchezza. Anche i moderni “ricchi ”, sia pure nel senso degradato del termine odierno, i vari Ford o Gulbenkian, sono stati in primo luogo dei poeti, degli inventori, dei trasformatori. Occorre però distinguere fra la ricchezza propria, che è un fatto spirituale, e la ricchezza accumulata, comunque sia, in bene e in male, che è un fatto karmico, il risultato misurabile, pesabile, divisibile (il biblico “mane, thekel, phares”) di un atto trascorso, qualcosa, cioè, la cui realtà deve venire addebitata ad altro da sé. Questo è proprio ciò dietro a cui gli uomini si affannano fino allo spasimo. Si nasce predisposti alla ricchezza o all’inopia: indipendentemente da ciò occorre lavorare, adoprarsi con passione, percependo l’armonia di ciò che si fa, realizzando il potere saturnio della volontà fluente nell’azione, analogo a quello del calore che fonde i metalli. Perciò gli antichi fabbri erano creduti maghi: il loro martello spezzava rocce e consacrava unioni nuziali, come forgiava il ferro cadente in acciaio durissimo.

  3. Nella “quantificazione” della ricchezza, astrattamente concepita come denaro, abbiamo la caduta dell’uomo incapace di moltiplicare le “buone cose del mondo” attorno a sé e, di converso, odiatore del suo simile perché impotente di penetrarlo spiritualmente. La produzione della ricchezza implica un “solve”, cioè la visione delle cose nella loro trasparenza, secondo il legame che le unisce, ed un “coagula”, cioè la realizzazione di questo legame secondo un fine particolare. Per un istante le cose si smaterializzano e ridiventano idea. La materia sognata dai materialisti si situa esattamente al polo opposto di questa “materia” che, attraverso l’uomo, ritorna ad essere sostanza di Luce universale. Oltre a ciò, la produzione della ricchezza esige un accordo fraterno fra le diverse gerarchie dei suoi produttori, l’inverarsi, in ogni fase della sua fruttificazione, di una condizione umana “pre-caínica”, l’opposto, cioè, della “lotta di classe” che impone il permanere teologico di un’incomunicabilità patologica fra gli uomini come loro condizione politica naturale. La generazione di vera ricchezza implica, pertanto, un senso di devozione verso il prossimo che ti aiuta, verso il prossimo che non l’ha (affinché tu l’abbia, questa è la bronzea necessità della gerarchia reale!) e verso la Natura universa nel cui seno si realizza il miracolo.

  4. La moneta, di cui l’oro è impropriamente il simbolo effimero, è un puro strumento numerale della ricchezza proprio ad una particolare fase della civiltà umana. È un emblema provvisorio della ricchezza, solo in quanto essa è suscettibile ad essere computata, non per quanto essa è un potere di trasformazione. Anche materialisticamente considerata, la ricchezza è il lavoro, è l’idea che lo guida, non certo il suo simbolo astratto. Tanto meno può esserlo il denaro, che è il tramite provvisorio e deperibile fra una fase e l’altra della ricchezza.

  5. La caccia all’oro e la sua identificazione alla ricchezza, come mero strumento per il suo acquisto, ebbe il suo momento ossessivo molto prima della nascita del capitalismo borghese moderno, con l’accaparramento tentato da Filippo il Bello di Francia allorché distrusse l’Ordine del Tempio ed iniziò la fine della Cavalleria.

  6. Per l’occulto ricercatore l’oro è il testimonio della Luce entro la dimensione minerale; anzi, è la luce rappresa, solida. Diventa potere risanatore di vita allorché è contemplato, meditato, realizzato interiormente. Avere molto oro, per quanto confortevole sia nel breve spazio di una vita, non significa affatto “avere oro”: talvolta è il contrario. Filippo il Bello voleva avere tutti gli specchi di Francia (l’oro dei Templari) presumendo che cosí avrebbe posseduto la luce che in essi si rifletteva. L’oro è bello ed è giusto amarlo, come si ama un fiore, per ciò che esso è, non per il valore che gli si attribuisce: valore che, in fondo, è un’opinione.

  7. La vera ricerca dell’oro si attua con la discesa cosciente dell’Io entro le percezioni sensibili, fino a raggiungere il dominio del cuore, ove esso vive come Sole spirituale. Processo che avviene tutte le notti, allorché dormiamo e l’oro risana ciò che il pensiero mentalizzato ha distrutto durante la veglia. Compiere questo processo da svegli: ecco la coincidenza fra oro e ricchezza!

Pio Filippani Ronconi