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Il riscatto della Terra dalla sua
bruta oggettività di “materia” è la essenza
spirituale di quello che si suole chiamare “ricchezza”.
Il latino dives, “ricco”, indica
etimologicamente colui che partecipa della natura
luminosa (rad. div) delle cose, come pure il
germanico reiks (longobardo rihho)
sembra condurre all’idea di “raggiare” e “reggere”,
non certamente a quella di ammucchiare cose attorno a
sé. Lo Avesta stesso indica la Terra (Zam)
come lo specchio in cui si riflette l’essenza
spirituale dell’uomo, la daena: il lavorare e
il trasformare l’ambiente terrestre, rendendolo
fertile e fruttuoso, è per Zarathushtra il fine
celeste della presenza corporale dell’uomo nel mondo
visibile e minerale, che egli denominava “ossoso”
(astvant). Trasformare la pietra in luce, il
piombo in oro, questo è il potere innato dell’uomo
terrestre ed il senso della sua missione attiva. È
significativo il fatto che gli antichi Persiani
indicassero l’angelo femminile della Terra col nome
di Aremaiti, “il Ben-connesso Pensiero”:
chi pensa con forza e coerenza trae la retta misura
delle cose, le fa esistere: è ricco.
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L’uomo naturalmente possiede la
Terra; il fatto di coglierne interiormente il senso,
di avvertire intuitivamente la connessione fra le
varie forme con cui essa appare, è la base per la
ricchezza. Anche i moderni “ricchi ”, sia pure nel
senso degradato del termine odierno, i vari Ford o
Gulbenkian, sono stati in primo luogo dei poeti, degli
inventori, dei trasformatori. Occorre però
distinguere fra la ricchezza propria, che è un fatto
spirituale, e la ricchezza accumulata, comunque sia,
in bene e in male, che è un fatto karmico, il
risultato misurabile, pesabile, divisibile (il biblico
“mane, thekel, phares”) di un atto trascorso,
qualcosa, cioè, la cui realtà deve venire addebitata
ad altro da sé. Questo è proprio ciò dietro a cui
gli uomini si affannano fino allo spasimo. Si nasce
predisposti alla ricchezza o all’inopia:
indipendentemente da ciò occorre lavorare, adoprarsi
con passione, percependo l’armonia di ciò che si
fa, realizzando il potere saturnio della volontà
fluente nell’azione, analogo a quello del calore che
fonde i metalli. Perciò gli antichi fabbri erano
creduti maghi: il loro martello spezzava rocce e
consacrava unioni nuziali, come forgiava il ferro
cadente in acciaio durissimo.
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Nella “quantificazione” della
ricchezza, astrattamente concepita come denaro,
abbiamo la caduta dell’uomo incapace di moltiplicare
le “buone cose del mondo” attorno a sé e, di
converso, odiatore del suo simile perché impotente di
penetrarlo spiritualmente. La produzione della
ricchezza implica un “solve”, cioè la visione
delle cose nella loro trasparenza, secondo il legame
che le unisce, ed un “coagula”, cioè la
realizzazione di questo legame secondo un fine
particolare. Per un istante le cose si smaterializzano
e ridiventano idea. La materia sognata dai
materialisti si situa esattamente al polo opposto di
questa “materia” che, attraverso l’uomo, ritorna
ad essere sostanza di Luce universale. Oltre a ciò,
la produzione della ricchezza esige un accordo
fraterno fra le diverse gerarchie dei suoi produttori,
l’inverarsi, in ogni fase della sua fruttificazione,
di una condizione umana “pre-caínica”, l’opposto,
cioè, della “lotta di classe” che impone il
permanere teologico di un’incomunicabilità
patologica fra gli uomini come loro condizione
politica naturale. La generazione di vera ricchezza
implica, pertanto, un senso di devozione verso il
prossimo che ti aiuta, verso il prossimo che non l’ha
(affinché tu l’abbia, questa è la bronzea
necessità della gerarchia reale!) e verso la Natura
universa nel cui seno si realizza il miracolo.
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La moneta, di cui l’oro è
impropriamente il simbolo effimero, è un puro
strumento numerale della ricchezza proprio ad una
particolare fase della civiltà umana. È un emblema
provvisorio della ricchezza, solo in quanto essa è
suscettibile ad essere computata, non per quanto essa
è un potere di trasformazione. Anche
materialisticamente considerata, la ricchezza è il
lavoro, è l’idea che lo guida, non certo il suo
simbolo astratto. Tanto meno può esserlo il denaro,
che è il tramite provvisorio e deperibile fra una
fase e l’altra della ricchezza.
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La caccia all’oro e la sua
identificazione alla ricchezza, come mero strumento
per il suo acquisto, ebbe il suo momento ossessivo
molto prima della nascita del capitalismo borghese
moderno, con l’accaparramento tentato da Filippo il
Bello di Francia allorché distrusse l’Ordine del
Tempio ed iniziò la fine della Cavalleria.
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Per l’occulto ricercatore l’oro
è il testimonio della Luce entro la dimensione
minerale; anzi, è la luce rappresa, solida. Diventa
potere risanatore di vita allorché è contemplato,
meditato, realizzato interiormente. Avere molto oro,
per quanto confortevole sia nel breve spazio di una
vita, non significa affatto “avere oro”: talvolta
è il contrario. Filippo il Bello voleva avere tutti
gli specchi di Francia (l’oro dei Templari)
presumendo che cosí avrebbe posseduto la luce che in
essi si rifletteva. L’oro è bello ed è giusto
amarlo, come si ama un fiore, per ciò che esso è,
non per il valore che gli si attribuisce: valore che,
in fondo, è un’opinione.
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La vera ricerca dell’oro si attua
con la discesa cosciente dell’Io entro le percezioni
sensibili, fino a raggiungere il dominio del cuore,
ove esso vive come Sole spirituale. Processo che
avviene tutte le notti, allorché dormiamo e l’oro
risana ciò che il pensiero mentalizzato ha distrutto
durante la veglia. Compiere questo processo da svegli:
ecco la coincidenza fra oro e ricchezza!
Pio Filippani Ronconi |
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