Al
termine di una prolungata meditazione: seduto eretto, mani
abbandonate sulle gambe, occhi chiusi. Aprii gli occhi che
vennero catturati da un punto luminoso ovvero dallo spigolo
di un oggetto di vetro casualmente illuminato dalla poca
luce filtrata alle mie spalle dalle persiane semichiuse. Non
subii alcuna “trance” e rivedendo nella memoria
l’episodio non mi è dato sapere se il punto di luce abbia
avuto una importanza primaria per gli eventi successivi o
favorí soltanto l’intenso impatto tra il silenzio
interiore con cui avevo concluso la meditazione e la
percezione sensoriale. Forse fui troppo brusco, forse andava
bene cosí. Comunque la forte impressione causata
dall’immediato passaggio fece scattare o accese un
qualcosa, mai provato prima, che salí dalle gambe, simile
ad invisibili lingue di fiamma e fuoco che però non
bruciavano. Salendo, queste cancellavano ogni sensazione
fisica, in assoluto. Ad esempio, quando attraversarono il
torace, cessai di respirare. All’ipotetica domanda se
questo fosse un fenomeno reale o soggettivo, posso soltanto
rispondere che per la mia esperienza tutto fu perfettamente,
inequivocabilmente, vero. Dopo aver attraversato
completamente il corpo, questa “flamma non urens” mi
lasciò immobile e vivo come un pezzo di legno, bruciato e
spento, però sveglio e cosciente. Forse fu un bene che
perduto il respiro non mi erano possibili emozioni, almeno
quelle piú plateali, poiché a circa due metri da dove ero
rimasto seduto comparve un essere, alquanto grande e
massiccio. Il corpo pareva costituito da una sostanza grigio
scura, definita e compatta, mentre la testa mancava, o
meglio al suo posto si alzavano in un incessante moto corte
folate verticali di denso fumo. Avvertii che l’esperienza
o l’incontro non era casuale. Un grandissimo libro si
materializzò tra le sue mani. Senza suono o parole avvertii
il suo appello di concentrare tutta la mia anima su quel
libro; dall’essere emanava un impulso forte ma non
imperioso o supplichevole: aveva forse il peculiare
carattere della potenza delle cose ineluttabili. L’essere
che sembrava costituito da fumo concentrato aprí il librone
lentamente e lo tenne aperto su due ampie pagine piene di
segni o lettere o ideogrammi che non capivo, estranei,
indecifrabili. Mi sforzai di guardare meglio e le immagini
ingrandirono con quell’effetto di telescopia che a volte
è l’inizio dello sperimentare nel percepire puro. Mi
accorsi che i caratteri si muovevano ed erano composti da
colori brillanti, tutti i colori possibili e altri ancora
che non dimorano nel nostro solito mondo. Inoltre
scivolavano gli uni negli altri, ruotavano, si modificavano
senza sosta. Come una bolla d’aria sale nel mare verso la
superficie, dalla zona del cuore che non batteva, ascese
alla coscienza un pensiero-forza: “Sono le Parole Viventi,
quello è il Libro della Vita”. Compresi in una immediata
trasparenza intellettiva che a quelle lettere corrispondeva
un nome o meglio “il Nome” e la vita di un essere,
mentre nel mutare dei colori si tesseva il suo destino.
Volli con forza sapere ciò che riguardava le individualità
a me care. Sulla pagina apparvero nomi e destini che ancora
non conoscevo, mentre qualcuno a cui ero molto legato
scoloriva e spariva dal foglio. Benedetta la fredda fiamma
che aveva fermato anche il cuore preservandolo
dall’esultanza e dallo strazio, poiché tanta era
l’intensità ed il significato emanati dal Libro dei Vivi
e dei Morti. Poi l’essere di denso fumo chiuse il libro e
svaní. Mi accorsi, un attimo dopo, che respiravo ed il
cuore batteva e le sensazioni corporee erano tornate. Quale
fu l’effetto di quella strana esperienza? Posso dire, dopo
molto tempo, che “vidi” alcuni destini che la vita ha
confermato, ma non c’è rassegnazione o repulsione in
ciò, poiché in pochi attimi, in quei colori viventi, vidi
anche le scelte possibili. Ho potuto constatare e
sperimentare l’ampio margine di libertà che accompagna,
sotto il segno dell’Io, le azioni della nostra vita.
Perciò la fiducia nella libertà umana non mi ha
abbandonato e so che ogni nostro atto può essere speso in
ogni istante per conquistare i cieli o per tradire la nostra
essenza.
Isidoro
Ringraziamo l’Autore della
lettera, che testimonia una viva e straordinaria esperienza,
tanto particolare e unica da rendere inadeguato ogni
commento. Essa ci riconferma, al di là di qualunque nostra
interpretazione personale, nella consapevolezza che il Mondo
spirituale premia la volitiva e costante dedizione alla Via.
In
questo periodo mi sto dedicando in maniera assidua alle
letture di testi di antroposofia e agli esercizi interiori.
Ne ho tratto una conclusione che vorrei verificare. È
questa: il Bene è il pensiero che si realizza e il Male il
pensiero che non si realizza.
Roberto Castiglioni
Secondo l’insegnamento del
Maestro d’Occidente, si tratta di una giusta conclusione:
tutto quello che è l’errore umano – “il male” –
è ciò che si oppone allo Spirito e che si può ravvisare
come una realtà già fatta che ci suggerisce i pensieri da
pensare. Questa realtà già fatta è la natura, è ciò che
ci appare, ma è anche tutto quello che sappiamo, la nostra
cultura, la storia, i pensieri già acquisiti. Sono tutte
cose, si può dire, immobili, ferme, appartenenti al passato
dell’uomo. Il male è tutto ciò che come passato sta
fermo, senza che sia revivificato dal pensiero. L’errore
è il pensiero che non possiamo o non vogliamo pensare.
Mentre la verità – “il bene” – è il pensiero che
pensiamo, che ci è impossibile non pensare. L’errore è
la non coscienza del vero che è nel pensare. Non c’è
nessuno che non acquisti forze dal pensiero che pensa.
Questo pensiero assume a volte una forma che può essere
anche un errore logico, però il pensare di per sé è vero.
Mentre pensiamo, prendiamo contatto con quella volontà che
continuamente fluisce in noi come dono dello Spirito.
Superiamo l’errore quando sperimentiamo il contenuto del
pensiero, persino se tale pensiero è errato. Arriviamo anzi
a comprendere che l’errore è necessario, perché pone al
nostro pensare un problema da risolvere: verrà il momento
in cui, quando la vita del pensiero sarà finalmente desta,
non dovremo piú temere di essere travolti dall’errore, e
quindi dal male. Può accadere che una luce di verità che
abbiamo intuito, che si è accesa in noi per un momento,
resti in noi come un ricordo. Ricordo che si trasforma poi
in un tracciato dialettico. Questo è l’errore. L’errore
è il pensiero che non sappiamo ripensare di nuovo, che non
siamo piú capaci di ritrovare come l’abbiamo pensato nel
momento intuitivo. Anche tutte le meravigliose conoscenze in
cui ci immergiamo quando leggiamo i testi della Scienza
dello Spirito, devono essere restituite alla vita. Siamo in
un’epoca in cui il rappresentare si è strettamente
vincolato alla cerebralità. Anche le piú profonde verità
della Scienza dello Spirito rischiano di essere accolte solo
cerebralmente, divenendo delle forme riflesse che al massimo
possono destare un sentimento nella nostra anima. Ci sono
delle conoscenze dell’antroposofia che sarebbe meglio
dimenticare, se non si è capaci di viverle alla luce di una
immaginazione limpida come il pensiero che possiamo
conseguire nella concentrazione piú intensa. Ma questa
concentrazione deve a sua volta conquistare un’autonomia
dal corpo e dalla psiche. Quando si inizia a studiare la
Scienza dello Spirito, l’entusiasmo spinge a leggere di
tutto. È necessario però a un certo punto acquisire quella
saggezza che ci suggerisce di leggere solo ciò che
riusciamo a far vivere veramente, ciò che siamo capaci di
compenetrare col pensiero che abbia in sé una potenza di
impersonalità.
Circa
4 o 5 anni fa, ho fatto un sogno che mi ha molto colpito:
all’inizio c’era molta acqua, mi arrivava fino alla
vita. Poi è comparso un leone alato, ed un qualcosa che ho
associato al sole. Il tutto, con una sequenza di note
(do-re-mi-sol) che si ripeteva ad libitum e che era
piena di risonanze armoniche. Non ricordo lo stato in cui
ero al risveglio. Alcune ricerche di quei simboli mi hanno
portato a individuare in quel leone nientemeno che Ahrimane.
È possibile? E cosa voleva dirmi quel sogno?
F.R.
Il linguaggio dei sogni non è
universale, bensí strettamente personale, e chiedere a
un’altra persona di interpretarli (come si fa con lo
psicanalista, ad esempio), piú che inutile è dannoso,
portando spesso a grande confusione: esattamente il
contrario di quel che si potrebbe ottenere conservando
integra la memoria del sogno. In realtà, la cosa piú
importante dei sogni è l’atmosfera in cui essi si
svolgono, e che riportiamo indietro con noi dal Mondo
spirituale. È quell’atmosfera che dobbiamo cercare di
mantenere viva, anche a distanza di tempo. Si tratta di un
linguaggio sottile che un giorno riusciremo a interpretare,
ma che per il momento è bene non guastare con
sovrapposizioni posticce.
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