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The noblest man
that ever lived
in the tide of times…
From you great Rome shall suck
reviving blood and
great men shall press for
tinctures, stains, relics and cognizance. |
Il piú nobile uomo
che mai sia apparso
nella marea dei tempi…
Da te la grande Roma suggerà
nuovo sangue vivificatore e
spiriti magni si accalcheranno per trovarvi
colori e stimmate, reliquie e sapienza.
William Shakespeare |
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Un
protagonista della storia umana sul quale sono stati versati
oceani d’inchiostro eppure resta ancora un mistero, uno
dei piú storicamente documentati eppure non si sa in lui
dove finisca la cronaca e cominci il mito, dove finisca un
umano destino e cominci la volontà degli Dei.
- Czar, Kaiser, Scià sono tre nomi
di re che a distanza di quindici, venti secoli si ispirano a
lui, che re non è mai stato, eppure ha incarnato per sua
virtú intrinseca lo spirito stesso della regalità. Il
giornale londinese «Times» fino agli anni Ottanta ogni
anno, dopo duemila anni, lo ricordava con un necrologio nel
giorno delle Idi di Marzo, e ancora oggi ci sono molte
persone che portano fiori freschi sulla sua ara nel Foro
Romano.
- La sua figura piú popolarmente
diffusa è quella del soldato, infaticabile,
indistruttibile, invincibile, fulmineo nelle decisioni e
nell’azione, capace di cambiare tattica e decisioni anche
all’ultimo secondo, di piombare addosso agli avversari
prima ancora che quelli avessero avuto il tempo di
rendersene conto, di far allestire navi e macchine da guerra
efficientissime con velocità impensabili persino oggi, nell’era
delle “automazioni” e dei messaggi “in tempo reale”,
e non ci dimentichiamo che all’epoca i legionari
camminavano a piedi e le navi e le macchine da guerra si
costruivano con le asce e le mani. E soffriva di epilessia!
C’è da chiedersi dove sarebbe arrivato, se fosse stato
perfettamente sano.
- Un
destino segnato nelle stelle
Ma
Cesare non fu soltanto uno dei piú grandi soldati apparsi
nella storia del mondo, non basterebbe questo a spiegare la
sua fortuna storica, il suo mito dal fascino travolgente.
Non ci si deve dimenticare che era anche un Pontefice
Massimo, di discendenza divina, cosa che, anche oggi che non
crediamo piú agli Dei nella forma usata nell’antico mondo
pagano, adombra una realtà di forze cosmiche che,
attraverso i millenni, avevano lentamente contribuito a
creare la sua entità, e ad un certo momento si manifesta
fisicamente sulla terra come Gaius Iulius Caesar, cives
romanus.
- Pronto a raccogliere senza albagia
tutte le sfide degli uomini e del Fato, devoto alle
divinità, mai arretra neppure di fronte al piú folle dei
rischi: il sacrilegio, rispettoso di tutte le piú potenti
tradizioni, ma votato a incarnare soprattutto quella sul
suolo italico piú potente: superare i limiti di tutte le
tradizioni.
- Cosí, mentre Ulisse sfida le
colonne d’Ercole, ma non è capace di tornarne indietro,
Cesare passa il Rubicone e, in una marcia trionfale
attraverso mezza Italia, ritorna ad una Roma per la quale
era indispensabile scrollarsi di dosso tutte le
incrostazioni paralizzanti di ottimati gloriosi ma ormai
superati nel tempo, perpetuanti se stessi nell’irrigidimento
di strutture istituzionali ostaggio di una mentalità ormai
sclerotizzata, molti convinti che le cariche pubbliche
fossero ad uso delle persone e non per i piú grandi destini
della Città.
- Genio
militare, fulmine della guerra
La sua abilità militare è leggendaria: capace in una sola
stagione (55 a.C.), piú o meno da maggio a ottobre, di
battere i Germani, in un mese o poco piú costruire un ponte
sul Reno, fiume di notevole ampiezza, in grado di reggere il
passaggio dell’intero esercito, restare diciotto giorni
oltre il fiume punendo gli infidi nemici, tornare indietro e
rismontare il ponte, organizzare la spedizione in Britannia,
sbarcarci, affrontare e superare gli sconosciuti problemi
delle maree e tempeste oceaniche, vincere due volte i
Britanni nonostante i guasti e le perdite causate dalla
furia della natura, riportare incolumi navi ed esercito sul
continente e ribattere una ribellione celtica che credeva di
poter approfittare dei danni subiti dal suo esercito.
- Personalmente onnipresente sui
campi di battaglia, in cui non risparmia mai se stesso,
tanto da far dire a Colleen Mac Cullough, scrittrice inglese
nel Duemila ancora affascinata dal personaggio, nel suo Cesare:
il genio e la passione (solo un romanzo ma che riproduce
la dimensione del mito) che Vercingetorige, nello scontro
finale del suo tentativo di ribellione «ovunque si girasse
vedeva “il rosso mantello di Cesare” che sul suo cavallo
preferito caracollava sul campo di battaglia».
- Divinum
ingenium
E tutto questo è solo una piccola parte del personaggio
Cesare, che Carlo Carena (Cesare - Le guerre in Gallia,
Oscar Mondadori) definisce “genio terrificante” ma
Tacito invece aveva definito “divino”: divinum
ingenium. La sua cultura era immensa, nutrita dei
classici greci, Pontefice Massimo sia dal punto di vista
sacerdotale che tecnico, come abbiamo visto nella
costruzione del ponte sul Reno, ma anche nella attività di
edile curule, custode delle strade consolari, in particolare
dell’Appia Regina viarum, diede anche opere
letterarie che sono tra gli esempi piú luminosi di
letteratura latina: le stranote De bello gallico e De
bello civili, ma anche i poemetti Laudes Herculis
e Iter, un tentativo di tragedia su Edipo, un Dialogo
degli oratori in prosa, un trattato sulla lingua De
analogia, uno di astronomia, De astris, suo o da
lui ispirato, una orazione Anticato in risposta a
quella di Cicerone su Catone morto, purtroppo perduta ma che
sarebbe molto interessante proprio come testimonianza dello
scontro tra due delle personalità piú potenti che siano
esistite nella storia, e poi altre opere minori come le Dicta,
raccolta di modi di dire singolari ed arguti.
- Fedeltà
agli ideali e alle alleanze, idolo del popolo
Le sue doti morali e la sua ampia visione dei problemi lo
portarono ad essere totalmente magnanimo e affidabile con
gli alleati, romani e non, che sapevano di poter contare
completamente su di lui in caso di necessità, spietato nel
punire quando indispensabile, sempre pronto a perdonare
quando possibile e talvolta anche se rischioso, adorato dal
popolo che, lui patrizio della piú antica nobiltà,
mettendosi contro la sua “casta” natale, scelse come
roccaforte politica contro l’oligarchia degli ottimati.
Durante la guerra civile, passato il Rubicone, cioè il
confine del territorio sacro del Pomerio, non transitabile
da eserciti in armi, scese verso Roma come un fulmine, si
può dire veramente volando come un’aquila sulle mani
delle popolazioni che acclamavano il suo passaggio, e
incutendo tale terrore negli avversari politici da farli
fuggire “dimenticandosi” persino del tesoro del pubblico
erario.
- Riunire
Roma e l’Italia
Un’altra sua grandiosa intuizione: ricollega l’Italia
con Roma e Roma con l’Italia perché, come dice Aldo
Ferrabino nella sua Nuova storia di Roma (III vol.
p.13) «A Pompeo consentiva e applaudiva l’Urbe (o almeno
una parte di essa) ma l’Italia aspettava Cesare», e
difatti proprio lui ne completò la configurazione
politico-geografica, facendo dare la cittadinanza romana a
tutta la zona compresa tra le Alpi e la pianura padana.
- Clemenza,
salvarsi dal fratricidio
Ogni volta che gli fu possibile impedí che le sue legioni
attaccassero altre legioni romane, che i fratelli
uccidessero i fratelli. In Spagna circonda e assedia Afranio
e le sue truppe, ma blocca i propri militi che volevano
passare direttamente a battaglia, limitandosi ad aspettare,
con nervi d’acciaio, che i Pompeiani gli si arrendessero
per sfinimento. Riconosce e loda il merito del nemico
valoroso anche quando questo è lo stesso Vercingetorige e,
sempre finché possibile, impedisce saccheggi e
devastazioni, salva per due volte il tesoro del tempio di
Diana in Efeso. La sua proverbiale “clemenza” si può
dire incarni nel senso piú totale la virtus romana.
- Quando arriva al massimo del suo
potere fa ricollocare al loro posto in Senato le statue di
Silla e Pompeo, suoi personali nemici, perdona chi l’ha
combattuto, protegge le mogli e i figli di coloro che contro
di lui sono caduti, restaura Corinto in Grecia e Cartagine
in Africa, città che dai Romani erano state distrutte,
riconducendo Elleni e Semiti sotto un universale impero di
magnanimità.
- Il
complesso dei Francesi
A prescindere dall’infinita letteratura apologetica sul
suo conto, c’è un episodio di questi ultimi anni,
apparentemente di poco conto ma che invece dimostra, proprio
per contrasto, l’infinita potenza della sua immagine: i
Francesi, negli anni Cinquanta, quindi neppure prima della
Seconda Guerra Mondiale (cosa che avrebbe potuto essere
giustificata dalla loro lotta contro il Fascismo), ma dopo,
hanno inventato il personaggio dei fumetti di grande
successo popolare Asterix, che dopo duemila anni ancora
combatte contro i Romani, cosa con la quale hanno creduto di
prendere in giro noi, e in realtà hanno dato testimonianza
di un complesso d’inferiorità di cui non si sono mai
liberati, ci sarebbe da dire che dopo duemila anni ancora
nessuno aveva informato Asterix che la guerra era finita.
Chi ci ha fatto piú pubblicità di loro?
- Perché oltre tutto Asterix, o chi
l’ha inventato, non vuole ricordarsi che Cesare andò in
Gallia perché proprio i Celti l’avevano chiamato in
soccorso, terrorizzati dalla minaccia germanica, anche se
non tutti erano d’accordo.
- Sociologo
ante litteram, rispettoso dei “valori”
Qui sta un altro aspetto dell’abilità di Cesare, alleato
e politico, che sempre o quasi, prima di affrontare un’impresa,
riusciva ad assicurarsi l’alleanza e l’appoggio almeno
di una parte delle popolazioni in mezzo alle quali andava a
combattere: in Gallia certamente, ma anche in Oriente e in
Africa. Come capo militare infatti conosce politicamente
molto bene le popolazioni su cui porta le sue legioni
vittoriose e molto accuratamente le descrive nei suoi
commentari.
- Come dalle origini è politica di
Roma, quasi sempre aspetta di essere chiamato in soccorso da
popolazioni minacciate, crea poi degli equilibri per cui
nessuno possa prendere un sopravvento talmente forte da
mettere in pericolo la supremazia romana. Si ferma di fronte
ai Germani perché questi in certo senso erano una
incontrollabile forza della natura: troppo disorganizzati da
costituire pericolo, erano però un magma troppo primordiale
e fluido perché potesse essere in qualche modo inquadrato e
incanalato, si limita a vincerli in diretta e poi a
stabilire dei capisaldi per difenderne l’Impero. Non si
immischia però nelle questioni religiose, di fede, di
usanze dei vari popoli; non disturba mai i Druidi, sacerdoti
celtici, né le caste sacerdotali ebraiche, greche o egizie,
quali detentrici dei princípi ideali delle nazionalità,
sottomesse politicamente ma rispettate spiritualmente, oggi
si direbbe nei loro “valori-guida”. Era l’antica
saggezza romana che troverà piú avanti simbolo e
consistenza architettonica nel Pantheon: venivano distrutte
le cause della debolezza dei vari popoli, non quelle della
vera forza che, anzi, veniva come assorbita nella sovrana
imperiale autorità di Roma, prescelta dal destino a
regolare l’intera terra: “capitale del mondo” come la
definisce Goethe.
- Il
capolavoro finale Ma il suo maggior capolavoro
politico, in una Politica intesa veramente con la P
maiuscola, contrariamente a quanto molti pensano, fu proprio
la sua morte, che questa fosse accettata coscientemente o
meno. Molte sciocchezze sono state dette intorno all’argomento,
che fosse decaduto perché innamorato di Cleopatra; certo,
molti lo criticavano, ma anche questo faceva parte del
personaggio, che aveva il coraggio di essere vero fino alle
ultime conseguenze, e lo dimostrerà proprio nelle Idi di
Marzo. Per curiosità citiamo la stupidaggine estrema:
Elifas Levi, nel suo libro su Il dogma dell’alta magia,
a pagina 71 (Ed. Atanor), scritto nell’Inghilterra
vittoriana, afferma che «Cesare è stato assassinato
perché arrossiva della sua calvizie». Che meschino
concetto della storia umana!
- In realtà morire dobbiamo tutti,
il difficile è farlo bene. Il Cesare umano, trafitto in
Senato da ventitré pugnalate, da queste stesse è reso
immortale, ascende veramente nell’Olimpo degli Dei per non
piú ridiscenderne e, al tempo stesso, riconsacra per i
secoli futuri l’Impero della città eterna, mandando il
diadema di Re, che durante le feste dei Lupercali il
collegio sacerdotale dei Luperci, tramite Antonio che ne
faceva parte, gli aveva offerto, al Tempio di Giove, massimo
protettore della sacra rocca capitolina, ed affermando
«Solo Giove è Re» (del popolo romano).
- Esasperazioni
e segnali negativi
Quando, nel 46-5 a.C., era ormai considerato ufficialmente
un semidio e forse volutamente per “farne esplodere” il
personaggio viene glorificato in maniera iperbolica, anche i
segnali negativi non mancavano e la stessa esagerazione
negli onori non era scevra di sarcasmo, in una Roma abituata
ancora alla sobrietà dell’era repubblicana. Mormorazioni
in molti ambienti, opuscoli e libelli anonimi contro di lui
erano stati fatti circolare, una grossa parte della vecchia
nobiltà romana non gli perdonava di aver estremamente
accresciuto l’importanza della borghesia, sia in Roma che
fuori, e dei municipi del resto d’Italia, concentrando
cosí in se stesso il potere sia della nascita nobile che
del favore popolare, e questo aveva portato in molti il
timore che la sua potenza ormai immensa si trasformasse in
tirannide. Tutto questo si sapeva, molti non ne facevano
mistero, molti addirittura cominciarono appositamente ad
attribuirgli in pubblico il nome, a Roma odiatissimo, di Re,
per dileggio furono ornate di diadema le statue di lui che
erano state innalzate sui rostri del Foro. Lo stesso gesto
di Antonio dell’offerta del diadema e il suo rifiuto, da
molti, tra i quali gli stessi Bruto e Cassio, vennero
interpretati come una commedia fatta ad arte.
- Denunzie
e presagi ignorati
Molte denunzie vennero fatte, lui non ne accolse nessuna;
molte spie gli riferivano, lui ne frenò l’azione. Sogni e
vaticini, presagi infausti. I sacerdoti videro nelle vittime
dei sacrifici e nel volo degli uccelli altri lugubri indizi.
Segni piú o meno attendibili o superstiziosi che però ci
riportano gli storici. Un’ultima denunzia gli fu posta in
mano mentre andava per l’ultima volta in Senato, non la
lesse; lo stesso astrologo che, tra la storia la leggenda,
lo aveva avvisato di “stare attento alle Idi di Marzo”,
rincontrato, non fu ascoltato. Il fatto è che Cesare da
questi pericoli non si guardava piú.
- Mistero
insondabile
Come e perché accada tutto questo, non abbia fatto
arrestare i congiurati, è uno dei misteri piú alti della
storia umana, per certi versi possibile anticipazione del
mistero del Golgota. Molti dicono «Non sapeva, ha sbagliato
perché ha sottovalutato il pericolo», ma noi ci chiediamo:
è possibile questo? È possibile che colui il quale aveva
sempre saputo prevedere quasi tutto, subodorato e sventato
ogni pur insospettabile attacco nemico, abilissimo nell’organizzare
anche i “servizi segreti” sugli avversari, che sapeva
interpretare come altri mai gli umori di Roma e delle genti
in genere, non si sia reso conto? Che sottovalutasse tali e
tanti segnali, compresi i presagi e i vaticini, cosa che lui
stesso aveva sempre tenuto in massima considerazione per le
sue imprese?
- Certo, l’errore umano è sempre
possibile. È storicamente vero che aveva preparato un
esercito formidabile per andare a combattere i Parti, che
avrebbe voluto ripetere in Oriente quel che aveva fatto in
Occidente e in Africa, facendo rivivere e perfezionando le
imprese di Alessandro, ma è storicamente vero anche che
aveva sciolto la sua normale scorta personale e rifiutato
quella di cavalieri e senatori che gli era stata votata.
Insomma Cesare tutto propone, tutto predispone per ulteriori
imprese, ma poi non decide, sembra che a palme aperte
attenda che il volere degli Dei protettori dell’Urbe gli
si manifesti ed agisca completamente secondo i propri
disegni, senza piú interferire con la sua personale
volontà, identificando in toto il suo destino con quello di
Roma.
- Troppo
in anticipo sui tempi?
Due cose aveva fatto, due azioni per le quali forse i tempi
non erano ancora maturi: l’inserimento nel Senato di
rappresentanti di popoli gallici e la convivenza con
Cleopatra, regina orientale ed ellenistica, non solo e non
tanto forse per personali sentimenti, quanto per significare
l’allargamento della gestione della Potestas
imperiale fuori dei confini d’Italia, fino all’estremo
Oriente e Occidente, ma in realtà l’Impero ancora doveva
rimanere “l’Impero del popolo romano”, da gestire
entro i limiti dei municipi italici, e la maestà dell’Impero
è ancora solo la “Maestà di Roma”. Anche in questo
caso, lui propone, ma attende che gli si manifesti la
volontà divina, la risposta unica giusta e necessaria.
- Perché c’è un altro aspetto
dei problema, storicamente non dimostrabile, ma neanche
negabile: abbiamo detto che Cesare era un Pontefice Massimo,
e quindi già come tale un Iniziato, ma a questo aggiungeva
il suo personale carisma e la sua superiore lucidità
mentale, forse chiaroveggenza.
- Potere
supremo, supremo rischio
Quindi forse sapeva anche l’altissimo rischio cui era
ormai esposto proprio per l’immensità del potere che
aveva riassunto nella sua persona, tale da essere
identificato con il potere stesso di Roma eterna, rischio
che lo faceva correre lungo una lama di rasoio: quella di
capovolgere con un solo moto dell’animo la sua grandiosa
opera in tradimento, riassorbendo nella sua persona tutta la
potenza vitale da lui emanata, che invece si doveva
espandere per la gloria eterna di Roma. Lui “sa”
addirittura coscientemente questo? Lo intuisce, o forse piú
semplicemente lascia che il corso del destino decida per suo
conto che cosa ancora dei suoi grandiosi disegni poteva
realizzarsi? Nessuno potrà mai avere una risposta.
- Perché lui stava evidentemente
superando questi limiti, i pur amplissimi limiti che gli
erano stati concessi dal Fato come uomo mortale, il resto
poteva farlo come entità disincarnata riassunta nel cielo
degli Dei.
- Intuizioni
shakespeariane
Quale valenza storica hanno le parole che Shakespeare fa
dire a Marco Bruto nel suo Iulius Caesar: «Cassio,
fa che noi si sia dei sacrificatori, non dei carnefici»?
Solo il mito romantico ante litteram del congiurato
nel tirannicidio che, appunto nella figura di Bruto, nacque
nel Rinascimento italiano? Quali le parole che aprono questo
articolo e che, pur messe in bocca a Decio per convincerlo a
presentarsi in Senato, restano scolpite nella pietra della
storia?
- Sacrificers, in inglese,
sacrificatori in italiano, due parole praticamente
identiche, derivate dal latino sacer facere, rendere
sacro, quindi non semplicemente sopprimere, uccidere, ma
compiere un rito che rende sacra la vittima, e la
precisissima frase di Shakespeare ci indica che lui ha
voluto sottolineare proprio questo significato.
- Entriamo cosí in un territorio
misterioso e affascinante, ma anche difficile da percorrere:
le tradizioni misteriche ed esoteriche. Quelle romane sono
state tra le piú potenti mai esistite al mondo, riassumendo
in sé quelle egizie, greche ed etrusche. Tutto ciò che
Romolo latino e Numa etrusco-sabino compiono nella
fondazione dell’Urbe ha la chiarissima impronta della
consacrazione iniziatica, unica base che rende spiegabile il
suo gigantesco, millenario destino, la sicurezza della sua
eternità, che mai abbandonò i Romani e li rese capaci di
imprese inimmaginabili per altri popoli, imprese non solo
militari e guerresche, che poco futuro da sole avrebbero
avuto, ma civili. Bastino le tre di cucire insieme l’intero
bacino mediterraneo, tre continenti: Europa, Asia e Africa,
attraverso strade e acquedotti da un lato, il diritto dall’altro;
la fondazione di quasi tutte le piú importanti città
europee al di sotto del Reno: Vienna (Vindobona),
Parigi (Lutezia), Colonia, Monaco ecc. ma persino
Londra al di là della Manica (Londinium) e la
capacità di dominare senza opprimere, di comandare
rispettando la vera personalità del sottoposto.
- Di tutto questo Cesare è
incarnazione, ma anche della capacità di capovolgere a suo
favore situazioni e addirittura presagi negativi, come
quando, cadendo accidentalmente a terra nel suo sbarco in
Africa, nel 47 a.C., seppe trasformare il presagio
estremamente nefasto con fulminea presenza di spirito,
allungando la mano, baciando la terra e pronunciando la
fatidica frase: «Teneo te, Africa», Africa, ti
posseggo. Con Catone e, appunto, Bruto, resta cosí
iconografia fondamentale delle forze basilari che muovono l’agire
politico degli uomini. Aveva intuito tutto questo il piú
grande tragediografo che sia esistito al mondo dopo Eschilo,
Sofocle ed Euripide?
- Un
uomo come un Dio, un nome come un’idea
Comunque stiano le cose, si può dire che, attraverso il
sacrificio supremo, coscientemente accettato o piú
fatidicamente subito, Cesare si spersonalizza, perde la sua
consistenza ma anche contingenza umana, per divenire
incarnazione pura dell’idea stessa della Romanità e della
regalità, della maestà imperiale. Idea che dalla Romanità
si allarga sull’intero pianeta: il nome di Imperator,
che veniva dato sul campo dalle legioni al comandante
vittorioso, con i secoli si trasforma nel significato di
dominatore di molte genti, di molti popoli, di molti paesi,
entrando nell’inglese come Emperor, nel Francese
come Empereur; al capo supremo dello stato romano,
non piú due Consoli, ma un unico Principe, il Senato
decreta il titolo giuridico di Augusto, ed il primo sarà
Ottaviano. Augusta diventerà poi attributo delle
Imperatrici: mogli, ma anche madri, sorelle e figlie dell’Imperatore,
piú avanti ancora diventerà aggettivo sinonimo di
maestoso, potente, civile, grande.
- Ma Cesare salirà al significato
di Vero Re per forza propria.
- Tornando all’argomento iniziale,
perfino il Cristo riconosce in quel nome il massimo titolo
del potere umano: «Date a Cesare quel che è di Cesare»,
mentre scrive Dante nella Divina Commedia «Cesare
fui, e son Giustiniano»; e piú passano i secoli piú
questo nome, incredibilmente e paradossalmente, accresce la
sua potenza, il suo irresistibile fascino, la fatalità del
suo destino.
Giordana Canti
| (Da una conferenza tenuta a
Roma presso il Gruppo Storico Romano il 20 settembre 2002) |
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