Redazione

Leggevo un articolo molto interessante di Fortunato Pavisi dal titolo “La lotta di Michele contro il peccato originale” [L’Archetipo V, 12, Ottobre 2000]. Ho un dubbio “feroce”: se il pensiero, il sentimento e la volontà personale portano l’uomo a sentirsi un ente separato da tutti gli altri, come posso giustificare il mio lavoro personale di autoconoscenza, di allontanamento dalle “dipendenze”, il mio sforzo di ragionare con la mia testa e non con quella dei miei genitori o datori di lavoro, la mia ricerca del giusto e della verità? Forse il discrimine è sottile… 

PdR

Il fatto che l’uomo si senta un ente separato da chi gli sta intorno, lo contrappone con il suo pensiero personale agli altri esseri, permettendogli di fatto anche di nuocere loro: questo è lo scotto che deve pagare per la sua libertà: la possibilità dell’errore, della menzogna, dell’egoismo. Ma lo stesso pensiero attraverso il quale si sente staccato dal resto dell’universo – microcosmo di fronte al macrocosmo – gli permette di comprendere il mondo esterno in maniera obiettiva, di penetrarlo, di conoscerne le leggi. E la conoscenza del mondo diviene anche conoscenza dell’Io. Il conoscere, soprattutto il “conoscere se stesso”, elimina le dipendenze. Queste sono necessarie, in particolare nell’infanzia, quando il bambino apprende dagli adulti e fa tesoro della loro esperienza. Ma in seguito, è l’individuo che costruisce ogni giorno la propria esperienza di vita, e anche se tiene conto dei consigli degli altri, è sempre lui a decidere, lui a pensare. L’importante è che il suo pensiero sia il piú limpido possibile, che divenga un pensiero realmente obiettivo, in grado di entrare in contatto con l’entità dell’Arcangelo Michele: attraverso gli esercizi di purificazione del proprio pensare, come la concentrazione e la meditazione, e attraverso la preghiera, l’uomo diviene uno strumento adatto a ricevere le ispirazioni del Mondo spirituale: per la sua crescita, ma insieme per il bene di tutta l’umanità.
Guardavo il telegiornale e riflettevo sul caso di diversi operai dell’Enichem che si sono ammalati di tumore ai polmoni respirando le schifezze emanate dalla fabbrica. Mi domandavo come è possibile distinguere una malattia voluta dall’Io spirituale come possibilità di cambiamento e crescita interiore e malattia causata da inquinamento o di natura infettiva (virus) dove l’Io spirituale non credo possa essere parte causativa ma il corpo fisico subisce la logica conseguenza di un fattore patogeno esterno. 

Cius Po

Il karma ha le sue leggi, e quando riesamineremo la nostra vita, una volta dall’altra parte, ne potremo verificare l’esatta e perfetta rispondenza. Questo fa sí che in uno stesso contesto ambientale alcuni si ammalino e altri no. Ma non dobbiamo intendere il karma come un elemento “punitivo”: alcune persone accettano su di sé un sacrificio per scuotere le coscienze, per causare pentimenti o ripensamenti alla società che li circonda. Questa società è profondamente malata, corrosa nell’anima dall’esasperata ricerca del profitto a tutti i costi, o del potere. Si assiste allora al fatto che alcuni detentori del potere arrivino a un tale senso di prevaricazione sugli altri da ignorare volutamente pericoli tragici come l’inquinamento ambientale per ottenere quanto si sono prefissi, a tutti i costi, persino a danno della loro stessa salute, di quella dei loro figli o dei loro concittadini. Come far comprendere che siamo l’uno indissolubilmente legato all’altro, che nulla è piú importante dell’armonia individuale e sociale per lo sviluppo reale di una società? Solo il dolore e la malattia per ora servono a ridestare le anime cosí addormentate o indurite o accecate o atrofizzate. C’è da sperare che in un futuro non lontano non sia piú necessario ricorrere a un mezzo tanto primitivo e arcaico, ma per ora è ancora indispensabile il sacrificio di alcuni (sempre accettato a livello spirituale dalle “vittime sacrificali”) per operare il ricollegamento a quella coscienza che alcuni cercano di mettere a tacere.
Sono un’insegnante e vedo le nuove generazioni di giovani e giovanissimi necessitare sempre piú di un serio orientamento verso i valori fondanti della società, non solo culturali ma anche etici e spirituali: ciò che i genitori non riescono a dare, perché a loro volta non li posseggono, non ne tengono conto, o addirittura non ne suppongono l’esistenza. Però, quando in classe cerco di portare l’argomento al centro dell’attenzione, vedo sguardi annoiati, o infastiditi, e i ragazzi mi sembrano lontani anni luce da quanto sto dicendo… 

Amelia Cossa

Per indirizzare nel giusto modo i giovani, i quali, anche quando appaiono svogliati e disattenti, sono comunque portatori di forze nuove, spesso inedite, bisogna innanzitutto possedere la vera conoscenza, quella non astratta ma vivente: essa agirà allora senza neanche bisogno di parole, come una forza che passa attraverso di noi. Se arriviamo, con l’intensità e l’assiduità degli esercizi, a portare su un certo piano le nostre facoltà umane incontro al divino, nell’esperienza del pensiero libero dai sensi, questo non è solo un raggiungimento personale, ma è altresí un ottenimento per chi ci è vicino, e si comunica poi a tutta la società, divenendo un reale aiuto per il futuro karma collettivo. Nell’insegnamento, bisogna soprattutto vigilare a evitare che l’organo eterico di conoscenza venga impiegato per consolidare ancor piú l’attaccamento del giovane alla terra fisica, cosa che darebbe luogo a una deformazione mentale in seguito difficilmente superabile. Importante è invece incoraggiare gli studenti ad appassionarsi alle varie materie come stimoli a penetrare, nei suoi multiformi aspetti, il senso vero dell’esistenza terrena. Rudolf Steiner, a conclusione di un ciclo di conferenze tenuto a Stoccarda dal 21 agosto al 5 settembre 1919, in occasione della fondazione della Libera Scuola Waldorf, cosí si esprimeva, rivolgendosi agli insegnanti: «Oggi desidero concludere queste osservazioni richiamando ancora una volta quanto vorrei in un certo senso depositare nel vostro cuore, cioè che teniate presenti quattro cose. La prima è che il maestro, sia nelle piccole sia nelle grandi cose, in tutto il modo in cui spiritualizza la professione e in cui pronuncia ogni parola, sviluppa ogni concetto e ogni sentimento, esplica sempre un’azione sui suoi alunni. Curate quindi che il maestro sia un uomo di iniziativa, che non diventi mai negligente, cioè che non gli accada mai di non partecipare con tutto il suo essere a quanto fa in classe, al modo come si comporta di fronte ai ragazzi. Questa è la prima cosa: il maestro sia un uomo di iniziativa nelle cose grandi e nei particolari. La seconda cosa è che come maestri dobbiamo avere interesse per tutto quanto vi è al mondo e per tutte le cose umane. L’estraniarsi da qualsiasi cosa che può essere interessante per l’uomo sarebbe molto riprovevole in un maestro. Noi ci dobbiamo interessare alle grandi e alle minime vicende dell’umanità. Dobbiamo poterci interessare alle grandi e alle minime vicende del singolo bambino. Questa è la seconda cosa: il maestro deve essere un uomo che prova interesse per tutto quanto concerne il mondo e l’uomo. La terza cosa è: il maestro deve essere un uomo che nel suo intimo non fa mai compromessi col falso. Il maestro deve essere un uomo profondamente sincero nel suo intimo, non deve mai fare compromessi con quanto non è vero, altrimenti vedremmo come attraverso molti canali il falso passerebbe specialmente nel metodo, nel nostro insegnamento. Il nostro insegnamento sarà una manifestazione di verità se porremo molta cura a tendere in noi stessi verso la verità. Poi viene una cosa che è piú facile a dirsi che a farsi, ma che è una regola d’oro per la professione dell’insegnante. Il maestro non deve mai inaridirsi né inacidirsi. Un atteggiamento animico non inaridito, fresco! Non inaridirsi e non inacidirsi. A questo deve aspirare il maestro». Regole che, se seguite non pedissequamente ma con intimo e pieno convincimento, non potranno generare nei ragazzi “sguardi annoiati, o infastiditi”.
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«Il viandante sulla strada della conoscenza»

«Quando l’anima sa corrispondere
al sentiero della verità,
gli Dei ci proteggeranno
senza che noi li invochiamo».
 

Da un antico testo scintoista