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- Nell’ambito della sfera
economica si evidenzia con particolare efficacia la mai
abbastanza sottolineata necessità di allontanare dalla
concezione sociale steineriana ogni elemento di
staticità, di separazione innaturale, in favore di un
approccio dinamico continuamente alla ricerca di un
funzionale coordinamento tra le tre sfere, attento a
preservarne la specifica autonomia: «Nell’economia le
idee debbono essere assolutamente mobili: dobbiamo
perdere l’abitudine di fare delle costruzioni
concettuali che si prestino ad una definizione. Dobbiamo
capire che abbiamo a che fare con un processo vivente e
che dobbiamo riplasmare e trasformare i concetti nel
processo vivente»(1).
Ed ancora: “La tragedia del momento attuale è che …da
secoli l’umanità si è abituata a concetti rigidi che
non si possono applicare a processi vivi»(2).
Ad ulteriore conferma l’Autore dimostra come all’interno
del fenomeno economico stesso si presenti la necessità
di modulare funzionalmente tutte e tre le sfere,
risultando indispensabile il concorso delle altre due
(giuridica e spirituale); entrambe da coordinarsi
sagacemente tra di loro e con quella economica,
affinché, coerentemente con l’impostazione generale
tripartita, collaborino senza incepparla e conservando
la propria fisionomia: «...partendo dalla vita
economica propriamente detta, nella quale si svolgono
produzione, circolazione e consumo di merci, dobbiamo
mettere in relazione con la vita legislativa-statale (o
sfera giuridica, n.d.r.) l’elemento che vi fluisce
come lavoro, e mettere in relazione con la vita
spirituale il capitale che ne è l’elemento
propriamente spirituale …come a dire che intendiamo
distinguere questi tre settori anche all’interno della
vita economica stessa»(3).
- Quindi tutt’altro che una
suddivisione burocratica del tessuto sociale in una
triade irreale, costituita da compartimenti monolitici
– indubbiamente gestibili con comodità da un pensiero
pigro e proprio per ciò impari al compito – ma una
continua integrazione dei tre settori che sappia
articolarli difendendone l’identità.
- Il passo testé riportato
individua nei processi legati alla merce l’essenza
dell’economia, sfera che l’Autore sceglie di
approfondire per prima «...perché è evidente che essa
...è diventata prevalente in tutta la società umana»(4);
introduce inoltre il grave tema del rapporto
merce-lavoro e della disciplina di quest’ultimo, che
sottrae senza mezzi termini alla sfera economica in
favore di quella giuridica; collega infine il capitale
con la vita spirituale in una prospettiva veramente “rivoluzionaria”.
- A ben vedere, la sostanza dei
processi economici coincide con il ruolo della merce nei
suoi tre momenti fondamentali: produzione, circolazione,
consumo: «È merce una sostanza naturale trasformata
dal lavoro umano e quindi inserita nel processo
economico»(5).
Pertanto il concetto economico di bene non esaurisce
quello di merce: indubbiamente le arance sull’albero
costituiscono un bene naturale, ma divengono merce solo
dopo che il lavoro umano le ha raccolte e la
distribuzione commerciale inserite nel proprio circuito;
lasciate sulla pianta, cadrebbero per poi marcire;
raccolte ma non acquisite dal mercato, ugualmente non
diverrebbero com-merci-abili, cioè disponibili
al consumo. Infatti: «Chiamo merce qualsiasi cosa che
mediante l’attività umana sia divenuta tale che,
ovunque venga portata dagli uomini, va verso il suo
consumo…»(6). E
ancora piú esplicitamente: «La merce riceve il suo
valore da chi la consuma»(7).
- A questo punto emerge il ruolo
indispensabile della concezione tripartita, poiché il
dinamismo dei processi economici tende per sua natura ad
impadronirsi anche di quelle componenti necessarie al
suo funzionamento per loro essenza estranee: «…è una
caratteristica della vita economica stessa dare
carattere di merce a tutto ciò che vi si incorpora»(8).
Proprio il lavoro – che R. Steiner nella fattispecie
cosí definisce: “attività umana che viene impiegata
al fine di rendere un prodotto adatto al consumo”(9)
– soprattutto nelle condizioni socio economiche
determinatesi a partire dalla rivoluzione industriale
del XIX secolo, risulta particolarmente esposto al
rischio descritto: «...la moderna forma dell’economia
…ha impresso al lavoro umano il carattere di merce.
…Per il carattere stesso che gli è proprio, il
processo economico tende a consumare la forza lavoro nel
modo piú utilitario, come fa appunto con le merci. …Nella
vita economica la produzione, lo scambio ed il consumo
delle merci si svolgono secondo leggi che vengono
determinate da interessi ai quali non è lecito
estendere il proprio dominio alla forza lavoro»(10).
Innumerevoli testimonianze provano come interessi
economici non giuridicamente disciplinati tendano
fisiologicamente allo sfruttamento del lavoratore
considerato come un mero strumento al servizio della
produzione, privo di qualsiasi dignità umana;
parallelamente alquanto offuscata permane la conoscenza
della reale natura del lavoro, la cui appropriata
identificazione si deve al fondatore dell’Antroposofia:
«…Il lavoro si è incorporato nell’organismo
sociale in modo che il datore di lavoro lo compera dall’operaio
come una merce. Si effettua cosí uno scambio tra il
denaro ed il lavoro. Sembra soltanto che si effettui. In
realtà il datore di lavoro riceve dall’operaio delle
merci che possono essere prodotte solo se l’operaio
fornisce la sua mano d’opera. Dell’equivalente di
queste merci l’operaio riceve una parte, il datore l’altra.
La produzione si effettua grazie alla collaborazione
dell’operaio e del datore di lavoro. Soltanto il
prodotto comune entra nel giro della vita economica».
Ancora piú esplicita la nota a piè di pagina: «È
senz’altro possibile che nella vita certi processi
vengano non soltanto spiegati in senso falso, ma anche
compiuti in senso falso. Denaro e lavoro non sono valori
che si possano tra loro scambiare; lo sono solo denaro e
prodotto del lavoro»(11).
Dunque “sembra” che il salario sia il corrispettivo
del lavoro svolto: in realtà il vero scambio si
realizza tra fattori omogenei, cioè tra merci: da un
lato la merce
creata
dal lavoro, dall’altro merce-denaro,
rappresentante il valore del prodotto del lavoro: «La
banconota ...porta al suo attivo la merce che
rappresenta»(12);
cioè, il prezzo di listino (la “banconota”, n.d.r.)
di un’automobile, per esempio, indica il valore sul
mercato di quel determinato bene espresso appunto in
denaro; una volta venduto il bene prodotto, una parte
del ricavato va all’operaio sotto forma di salario, l’altra
al datore di lavoro, secondo un accordo evidentemente di
natura giuridica: «Per la produzione della merce
occorre un rapporto di diritto tra lavoratore e datore.
…Esso solo può impedire che dalla vita economica l’uomo
venga tanto logorato da non sentire piú la sua
esistenza come degna dell’uomo, sentimento che
veramente è la causa di tutte le perturbazioni dell’organismo
sociale»(13).
- Appare pertanto evidente come
solo il prodotto della collaborazione tra salariato e
datore di lavoro, diventando merce una volta offerto in
vendita, possa (e debba) essere sottoposto
(esclusivamente) alla sfera economica; la disciplina del
lavoro invece (monte-ore, riposi/congedi/ferie,
assistenza malattia, condizioni igieniche e cosí via),
concernendo sempre un essere umano, il lavoratore, e non
merci (che, come si è visto, esauriscono l’oggetto
dei processi economici), non può dipendere dal
complesso di interessi che governano l’economia, ma
deve scaturire da una sfera, quella giuridica, che
stabilisca diritti e doveri inalienabili degli individui
in quanto persone, indipendentemente da qualunque altra
considerazione.
- In proposito giova rilevare
come, particolarmente in Europa, la descritta
prospettiva tripartita in materia di disciplina del
lavoro, anche se concettualmente acquisita solo in
parte, stia conquistando terreno, pur risultando tutt’altro
che sradicata la tendenza allo sfruttamento, drammatica
soprattutto nel cosiddetto lavoro “nero”.
Indubbiamente gli attuali statuti del lavoratori sono
frutto di vitali conquiste da proteggere, estendere,
nonché perfezionare, onde evitare, per esempio, che un’eccessiva
tutela garantista ostacoli esasperatamente l’accesso
al lavoro e/o pregiudichi i processi produttivi; ma la
controprova del cammino comunque svolto dagli albori
della rivoluzione industriale, si ricava immediatamente
considerando l’attuale disumana situazione della
stragrande maggioranza dei lavoratori nel cosiddetto
terzo mondo, normalmente privi di ogni tutela:
drammatico paradosso rappresentato da milioni di esseri
umani che legittimamente attendono proprio un indirizzo
tripartito da quell’Occidente che, pur essendone il
vero destinatario, appunto per averlo realizzato solo
parzialmente, sopperisce ancora alle inevitabili
conseguenze negative correlate, quasi sempre a spese di
coloro la cui evoluzione sociale sarebbe suo dovere
illuminare(14). Da
qualche tempo, comunque, si avverte come l’impulso
tripartito, in virtú della sua ineludibile attualità
storica, cominci ad esercitare un’influenza positiva
anche sulla globalizzazione in atto, per il momento
soprattutto attraverso una crescente solidarietà
economica “trasversale” progressivamente
emancipantesi dalle politiche nazionalistiche dei
singoli Stati, e tramite una incisiva pressione dell’opinione
pubblica internazionale piú sensibile verso
circoscritti episodi di manifesta ingiustizia, ritenuti
particolarmente gravi.
- Profondamente illuminante
risulta infine la descrizione della genesi del capitale
donataci dal fondatore dell’Antroposofia: «Supponiamo
di essere in un’epoca primitiva ...per cui gli operai
non abbiano altro mezzo che andare a piedi per
raggiungere il loro posto di lavoro. Un bel giorno a
qualcuno viene l’idea di costruire un carro trainato
da un cavallo; tutto ciò che prima ciascuno doveva fare
da sé (camminare, n.d.r.) viene ora fatto da ciascuno
in collaborazione con chi fornisce il veicolo. Il lavoro
viene diviso. ...In seguito ogni operaio deve pagare
qualcosa a chi trasporta. Con ciò l’inventore del
veicolo è entrato nella categoria dei capitalisti. Per
lui il carro è un vero e proprio capitale»(15).
Dunque R. Steiner evidenzia la nascita del capitale all’affermarsi
di quella divisione del lavoro da lui tanto incoraggiata(16)
che, ancora incompleta ai suoi giorni, costituendo oggi
caratteristica saliente dell’economia, possiamo
includere tra gli impulsi tripartiti già operanti:
nessun capitale evidentemente era concepibile quando
ciascuno ancora provvedeva interamente alle proprie
necessità, poiché, come si è visto, il concetto
stesso di capitale implica una funzione fisiologicamente
correlata alla dinamica dello scambio (nell’esempio
citato fra trasporto sul carro e corrispettivo in
denaro).
- L’Autore non evita il tema
della degenerazione capitalistica, tra i piú presenti
nell’analisi socioeconomica già ai suoi tempi; ne
individua la causa e ne suggerisce la soluzione: «Si è
imparato a pensare intorno al capitalismo che esso ha
prodotto nell’organismo sociale un processo
patologico. ...Si deve vedere che la malattia ha la sua
origine nell’assorbimento dello forze del capitale dal
giro della vita economica».
- Dunque l’errore
fondamentale, la causa prima delle tante tragedie ed
ingiustizie sociali riconducibili alle perniciose
deviazioni nella gestione capitalistica, è
identificabile nel suo assoggettamento al controllo dell’economia:
prospettiva davvero rivoluzionaria se si considera come
proprio il capitale venga puntigliosamente considerato
elemento fondamentale della vita economica moderna,
addirittura assurgendo a titolo dell’opera emblematica
del padre della concezione storica collettivistica. Il
fondatore dell’Antroposofia chiarisce esplicitamente
come il suo pensiero in proposito sia coerente con una
visione sociale che rifiuta di considerare l’economia
avulsa dalla sfera giuridica e da quella spirituale:
«Solo chi accolga l’idea che l’attività
capitalistica venga governata dalla libera vita
spirituale (corsivo d.r.) potrà operare nel senso
che le energie evolutive dell’umanità cominciano a
reclamare energicamente»(17).
Dunque la terapia proposta è l’affidamento del
governo delle attività correlate all’impiego di
capitali ad una sfera istituzionale deputata al libero
svolgimento della vita spirituale sulla base della
constatazione fondamentale che: «L’attività dell’imprenditore
(il gestore del capitale, n.d.r.) può intervenire
sanamente nell’organismo sociale se nella vita di
questo organismo operano forze che portino le facoltà
individuali dell’uomo ad esplicarsi nella migliore
maniera possibile. Il che può avvenire soltanto quando
vi sia ...un campo che conceda a chi ha delle attitudini
la libera iniziativa di farne uso. ...Si vede dunque che
la partecipazione sociale dell’individuo per mezzo del
capitale appartiene alla parte dell’organismo sociale
in cui la vita spirituale legifera ed amministra»(18).
Pertanto né la sfera economica, né quella giuridica
hanno alcun titolo ad intervenire: scaturendo
indubbiamente da un’attività fondata su qualità
spirituali come conoscenza, sensibilità, acume,
esperienza, intuizione e saggezza, la scelta dell’imprenditore
idoneo, nonché la sua gestione delle risorse, dovrebbe
esprimersi esclusivamente sulla base delle reali
capacità del candidato, all’interno di una sfera
spirituale autonoma, competente e provvista dell’autorità
di decidere sovranamente nel proprio ambito; al riparo,
quindi, da superficialità e pressappochismo, nonché da
quelle devastanti pressioni politico/economiche cosí
presenti nelle cronache. Pur sottolineando come la sfera
in questione, quella spirituale, risulti purtroppo al
momento la meno compiuta, occorre per altro riconoscere
che se R. Steiner a suo tempo dovette vigorosamente
evidenziare l’urgenza di rinnovamento delle procedure
correlate all’impiego dei capitali, oggi, almeno a
livello teorico, quegli ammonimenti trovano qualche
riscontro positivo: nessuno, per esempio, osa negare in
via di principio l’insostituibilità della libera
selezione meritocratica.
- Quanto precede evidenzia una
visione assolutamente pregnante e non conformista in
relazione ai concetti fondamentali di merce, lavoro,
capitale, la cui origine l’Autore medesimo riconduce
ai tre stati di coscienza superiori: immaginazione,
ispirazione, intuizione(19):
«…Nessuno può comprendere il concetto di merce se
non ha il concetto della conoscenza immaginativa. …Nessuno
può parlare del lavoro umano se non sa qualcosa della
coscienza ispirata. Nessuno potrà veramente spiegare le
funzioni del capitale senza avere un’idea dell’intuizione.
…Per sapere qualcosa dell’economia oggi è
necessario conoscere la scienza dell’Iniziazione»(20).
- Chiunque seriamente coltivi e
pratichi la Scienza dello Spirito, avverte un’immediata
sintonia con quanto essa ci disvela sulle tematiche
sociali, laddove non di rado percepisce un freddo
distacco in presenza delle relative definizioni
tradizionali, pur analiticamente pregevoli. Il Maestro
dei Nuovi Tempi è costante nel ricordarci come al grado
di Antroposofia veramente vivente nel pensare, sentire,
volere umani, corrisponda un equivalente livello di
realizzabilità dell’assetto sociale tripartito:
conseguentemente, proprio per l’indubbio
deterioramento della situazione generale e la dimostrata
centralità dell’articolazione sociale steineriana,
appare vieppiú appropriato ed urgente convogliare
decisamente le non esuberanti forze devote alla Scienza
dello Spirito verso la meditazione e l’approfondimento
dei contenuti originali della Tripartizione, la cui
manifestazione opposta piú evidente, l’ideologia
politica, lucidamente M. Scaligero identifica come
effetto: «Il problematismo …del fatto socioeconomico
non è una conseguenza dell’ideologia: è invece l’ideologia
la conseguenza di quella condizione riflessa del mentale
umano che vincola il problema ad un piano in cui non è
possibile soluzione»(21).
Arcady
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N.B.: |
Si ricordano gli
orari tra i quali sceglierne almeno uno nel quale
meditare quotidianamente un tema della Tripartizione
liberamente scelto, al fine di armonizzare gli apporti
individuali offerti alle Gerarchie operanti nel
sociale: 7.30;
11.30; 15.30;
19.30; 23.30.
In accordo con l’insegnamento di R. Steiner, colui
che meditando attiva il proprio pensiero secondo i
canoni della Scienza dello Spirito «si unisce con la
propria essenza spirituale, attua una nuova comunione
col Divino che opera nel mondo». |
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(1) R. Steiner, I capisaldi
dell’economia, O.O. 340, Ed. Antroposofica, Milano 1982,
p. 19.
(2) idem, p. 63.
(3) R. Steiner, Come si opera per la
triarticolazione dell’organismo sociale, O.O. 338, Ed.
Antr., Milano 1980, p. 50.
(4) R. Steiner, I punti essenziali della
questione sociale, O.O. 23, Ed. Antroposofica, Milano
1980, p. 48.
(5) op.cit alla nota 1, p. 62.
(6) op.cit alla nota 4, p. 55.
(7) idem, p. 55.
(8) idem, p. 42.
(9) R. Steiner, Seminario di economia, O.O.
341, Ed. Antroposofica, Milano 1982, p. 59.
(10) op.cit alla nota 4, p. 42.
(11) idem, p. 60.
(12) R. Steiner, Risposte della Scienza dello
Spirito a problemi sociali e pedagogici, O.O. 192, Ed.
Antr., Milano 1974, p. 114.
(13) op.cit alla nota 4, p. 60.
(14) M. Scaligero, La Via della Volontà Solare,
Ed. Tilopa, Roma 1986, p. 20.
(15) op.cit alla nota 1, p. 53.
(16) idem, p. 47.
(17) op.cit alla nota 4, p. 77.
(18) idem, p. 72.
(19) R. Steiner, Sulla via dell’Iniziazione,
O.O. 12, Ed. Antroposofica, Milano 1977, p. 26.
(20) op.cit alla nota 12, p. 251.
(21) M. Scaligero, Lotta di classe e karma,
Ed. Perseo, Roma 1970, p. 39.
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