- All’alba del
20 settembre dell’anno 19 a.C., la flotta romana tolse le
ancore dai fondali del Pireo. Su una delle hexeres
imperiali la sera prima avevano imbarcato un uomo malato,
arso dalla febbre. Disteso sulla lettiga, vaneggiava
sillabando versi. A tratti, nei momenti di lucidità, si
rivolgeva a uno dei suoi accompagnatori e stringendogli il
braccio lo supplicava: «Lo brucerai, vero? Lo hai
giurato!».
- L’illustre
infermo, ormai in agonia, era il poeta Virgilio, e l’uomo
al quale egli rivolgeva la supplica accorata era Lucio
Vario, amico di sempre e poeta anche lui, del circolo di
Mecenate. L’oggetto di cui il malato chiedeva la
distruzione per fuoco era il manoscritto dell’Eneide,
che Virgilio aveva affidato a Vario in un cofanetto di
legno, facendosi giurare che mai lo avrebbe fatto
pubblicare, ma che anzi, appena possibile, magari subito
dopo la morte che egli sentiva imminente, avrebbe dovuto
bruciare, disperdendone le ceneri. Vario, di cui a Roma si
vociferava che la moglie Hieria avesse avuto una storia d’amore
col grande poeta, si era guardato bene dal nascondere le
richieste di Virgilio alla persona che piú teneva al poema,
Ottaviano Augusto. E cosí, il cofanetto col prezioso
contenuto era già nella cabina dell’Imperatore. Una volta
a Roma, questo era il progetto di Ottaviano, con o senza il
consenso dell’Autore, Vario e l’altro poeta, Plozio
Tucca, che avevano seguito il decennale lavoro di Virgilio
nella stesura del grandioso affresco celebrativo della
civiltà romana delle origini, avrebbero dovuto curarne la
definitiva revisione e poi la pubblicazione.
- Virgilio era
partito alla volta dell’Asia Minore e della Grecia nella
tarda primavera, per un viaggio che sarebbe dovuto durare
tre anni. Una specie di full immersion in quei luoghi
che egli aveva descritto con l’ausilio di una fantasia da
Iniziato e il corredo di una solida e profonda cultura, ma
che comunque andavano passati al vaglio del riscontro sul
territorio, per verificarne l’assoluta aderenza e fedeltà
alle vicende storiche e all’ambientazione geografica.
Operazione già svolta con meticoloso zelo in Italia, a Cuma
e in Sicilia in particolare.
- Ad Atene,
imprevisto, l’incontro con Ottaviano Augusto, di ritorno
da una delle tante spedizioni in Asia Minore, questa volta
per accordarsi con i Parti. L’Imperatore chiese al poeta
di accompagnarlo a Mègara, 40 chilometri da Atene, nella
città dove aveva visto la luce la scuola filosofica degli
stoici, fondata da Euclide. Un sopralluogo piú sentimentale
che funzionale, dato che dell’antica tradizione stoica
poco o nulla restava, cosí come la gloria della città un
tempo rivale di Atene si teneva soltanto al filo dei
ricordi. Virgilio non poté rifiutarsi, e forse non volle,
visto che le sue simpatie, come per tanti altri artisti
della sua cerchia, andavano ormai piú agli stoici che agli
epicurei, se non alle rinate correnti neopitagoriche. Quel
breve tragitto sotto il cocente sole ellenico, unito all’emozione
di trovarsi a tu per tu con un personaggio – il quale,
benché lo stimasse e si dichiarasse suo amico e protettore
deteneva ormai il potere assoluto su Roma e sull’Impero
– lo prostrarono.
- Ma cosa
avvenne realmente tra i due durante l’escursione a
Mègara? Cosa si dissero apertamente o lasciarono soltanto
intendere? La storia non lo dice, e dove essa tace parla la
leggenda. Ne sono fiorite molte, alcune al limite del
surreale. Si volevano ad esempio l’imperatore e il poeta
appartenenti a una consorteria occulta. Avvalorava tale
ipotesi proprio l’andata a Mègara, dove l’antica
dottrina dell’Essere eleatico, il Sommo Bene non legato al
molteplice, introdotta da Euclide e dai suoi epigoni, si era
degradata volgendosi alla pratica di rituali magici. Da
queste illazioni gratuite e fantasiose le successive
congetture sui poteri negromantici di Virgilio, mantenute in
vita per secoli dalle tradizioni popolari soprattutto
meridionali.
- Piú
verosimile è che durante il tragitto verso la città che
aveva fatto parte della Lega peloponnesiaca, Virgilio si sia
reso conto che l’uomo che era con lui non era piú lo
stesso di quando undici anni prima, in una villa di Atella,
in Campania, alternandosi con Mecenate, aveva letto ad
Augusto, reduce da Azio, i quattro libri delle Georgiche.
Quale diletto sublime nei quattro giorni che era durata la
lettura, un vero sortilegio. E quanto entusiasmo nel futuro
imperatore che vedeva in quei versi il disegno della
società perfetta, un regno prospero e sacrale, di cui
voleva farsi promotore e artefice, con l’aiuto politico di
Mecenate e l’afflato di una cosí alta poesia. Ottaviano
allora era un uomo al quale il potere non aveva ancora tolto
quella carica di giovanile spontaneità. Padrone ormai del
mondo, prossimo a elevarsi alla massima carica religiosa, si
rivelava ora guardingo, calcolatore, preso nel gioco
politico delle alleanze e dei compromessi, soprattutto
attento a non dispiacere a quell’oligarchia cui doveva
buona parte del successo militare e politico. E l’Eneide
avrebbe dovuto celebrare un potere che, discendendo dai
sacri lombi dell’eroe troiano, si era perduto nelle panie
dell’opportunismo che non disdegnava di avere commercio
con la corruzione. Erano lontani gli esempi dei Gracchi e di
Catone, l’austera dignità repubblicana, e di quel
Cincinnato, cosí calzante al modello del sano uomo rurale,
celebrato dai versi delle Bucoliche e delle Georgiche,
devoto agli Dei, rispettoso della natura e fraternamente
sensibile alla vita delle creature, degli animali e delle
piante, pronto a servire la patria senza clamori né
prebende.
- Si annidavano
forse in quella disillusione o presa di coscienza, il seme
del ripudio che il poeta aveva maturato per la sua opera e
la causa fisica del suo malore? Cosí, al ritorno da Mègara
ecco la febbre, il delirio, la mortale stanchezza e l’estrema
richiesta all’amico Vario di distruggere il poema.
- Adesso
Virgilio era lí, avvolto nel livido biancore del lino, uno
spettro della grandezza, abbandonato al rullío del mare,
sotto la protezione di un baldacchino issato apposta sul
belvedere di poppa. Vario gli era accanto e lo confortava.
Di tanto in tanto gli passava sulle labbra riarse un panno
imbevuto di acqua di fonte e miele del Taigeto. Man mano che
il chiarore del giorno aumentava, intorno alla chiglia che
fendeva il mare blu indaco le focene si davano a
improvvisare danze e salti, liberando guizzi iridati dalla
pelle offerta al sole, e uccelli dalle grandi ali si
posavano sui bordi della possente nave da guerra, spinta da
sei ordini di rematori e dalle due ampie vele quadre che ne
rinforzavano l’andatura. I timonieri reggevano a taglio
dritto i due grandi gubernacula che mantenevano la
rotta.
- Quando ormai
il profilo delle coste italiche si stagliava all’orizzonte,
Vario udí chiaramente il suo amico recitare un verso delle Georgiche:
- Me vero primum dulces ante omnia
Musae,
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent…
- «Piú dolci d’ogni
cosa le Muse, a cui sono consacrato pervaso da infinito
amore, mi accolgano e mi mostrino le vie del cielo e delle
stelle». Poi la nobile testa, per anni ronzante di versi e
pensieri, reclinando era scivolata nel silenzio dell’eternità.
- Alla fine di
quell’anno, l’Eneide, cui secondo la volontà di
Augusto nulla doveva essere aggiunto e nulla tolto, vide la
luce a Roma. Nei versi solenni, esaltati dallo splendore
alessandrino degli esametri, la gloria della città di
Romolo veniva declamata e consegnata alla storia. Quasi a
formare un ideale completamento dei due grandi poemi
omerici, l’Iliade, dove il valore guerresco e l’astuzia
facevano l’uomo, e l’Odissea, che narrava in
simboli di una patria esteriore ed interiore perduta e
lungamente ricercata, l’Eneide raccontava di un
uomo pio, valoroso e umano, impegnato a superare tutti gli
ostacoli frapposti dal destino, guadagnare un regno promesso
dagli Dei e fondare una nuova civiltà. Non semplice
celebrazione apologetica del potere umano, quindi, bensí
metafora lirica dell’uomo teso a realizzare se stesso. L’Eneide
è tutto questo e altro ancora.
- Tale e tanta
è la materia filosofica, etica, mitica e misterica
contenuta nel poema, da alimentare ogni sorta di credenza
una volta entrata nel patrimonio leggendario popolare. Dalla
tomba di Virgilio, sepolto a Napoli sulla via di Pozzuoli,
il normanno re Ruggero autorizzò uno studioso inglese, tale
Ludovicus, a recuperare una pergamena contenente, secondo la
tradizione cabalistica, gli alia Arcana, i misteri
dei misteri, e l’Ars notaria, frammenti di
superiore saggezza iniziatica.
- Il cenotafio,
a lungo conteso tra nobili romani e i sovrani normanni,
svevi, angioini, divenne meta di devoti pellegrinaggi da
parte di artisti e poeti, alla ricerca non di segreti
occulti ma di veraci emozioni. Tra i piú illustri Petrarca,
che volle piantare l’alloro sacro ad Apollo presso il
sepolcro. Da quel primo arbusto, ne proliferarono molti
altri nel tempo. Le foglie, staccate, avevano potenti virtú
terapeutiche. In seguito, le ossa di Virgilio vennero
traslate a Castel dell’Ovo, nella cinta di mura fronte al
porto. Si riteneva che quelle prodigiose reliquie salvassero
la città dagli assedi e dalle scorrerie, capaci com’erano
di sommuovere gli elementi della natura. Ingabbiate in una
teca di ferro, tuttora oggi, dicono coloro che l’hanno
sperimentato, quei resti sublimi, se esposti al mare,
aumentano la forza dei venti sollevando le onde in schiumosi
fermenti.
- Ma l’uso, se
pur arbitrario, che una cultura popolare può fare di un
alto poema come l’Eneide in particolare, e di tutta
l’opera virgiliana in generale, è sintomo di profondo
consenso. Vuol dire che l’autore è sceso nei precordi di
un popolo, conformandone l’anima. Spesso il significato
vero di certe opere sfugge agli stessi autori che le hanno
create. Non di rado trascendono la contingenza storica per
cui sono nate e i personaggi che intendono illustrare,
testimoniando il destino ultimo dell’uomo. Dopo il
tormentato peregrinare irto di lotte, sangue e inganni,
umani e subumani, ecco il territorio felice sul quale vivere
in armonia con le creature, gli animali e le piante; l’idillio
orfico caro alla mitologia degli antichi, la realizzazione
di quelle aspettative di epifanie celesti dei neopitagorici,
e infine della ormai prossima rivelazione cristiana di un
riscatto umano nella sfera del divino di cui molti autori
romani, massimamente Virgilio, avevano già avvertito e
segnalato i presagi nelle loro opere.