Al centro della piazza il
Quetzalcoatl,
non serpente piumato degli Aztechi
bensí refuso metropolitano,
agita le sue penne, si dimena.
Con frasi oscene e versi animaleschi
apostrofa pedoni e guidatori.
La civiltà che sfila in automobile
o corre trafelata a incerti business
provoca estemporanee esternazioni
nel giullare toccato da follia
oppure da incredibile saggezza.
A vederlo cosí determinato,
sempre al suo posto, inverno e primavera,
vien fatto di pensare con angoscia:
se fosse lui nel giusto? Se indicasse
quel delirio mimato il solo modo
di porsi nei confronti del progresso
che fa girare tutti in tondo e stronca
i nostri meccanismi di pupazzi
animati dai miti dell’effimero?
Forse è un ammonimento quella danza
dissennata e scomposta, oppure il grido |
di Cola o
Masaniello che trascina
fuori delle viltà, contro l’andazzo
del tran-tran quotidiano, le congiure,
gli intrighi perpetrati dal Palazzo.
L’estremo avviso forse ai naviganti
che hanno perso la bussola e la fede
di trovare la Terra oltre l’ignoto.
Un beffardo messaggio agli integrati
tutti giacca, cravatta e perbenismo,
ai farisei sensibili al richiamo
di mille consumistiche sirene
e di materialistici traguardi,
negati alle evasioni nella favola,
incapaci di rompere gli schemi
entro cui si costringono a morire,
cigni divini chiusi in un pollaio.
Questa soltanto è la pazzia, la vera,
refrattaria al sublime, l’alienata
volontà di fuggire il trascendente
per i valori cosiddetti pratici
conquistati passando col bulldozer
sugli slanci poetici del cuore.
Il
cronista
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