|

L’arena
culturale di Repubblica ha ospitato sulle sue pagine il
contributo dello scienziato Piergiorgio Odifreddi dal titolo
roboante: “Siamo tutti scimpanzé“ il 16 febbraio di quest’anno.
Alla primaria (e non primate) reazione indignata alla lettura
del titolo è seguito un crescendo di buon umore nello scorrere
il testo dell’articolo. Anelo di farvene partecipi riportando
alcuni brani del testo con il mio commento
scientifico-spirituale.
«E
infatti le scimmie sono nostre parenti strette. Perché, a meno
di non voler credere alle favole del Genesi, circa sette milioni
di anni fa c’era in Africa una sola specie comune, che poi si
divise e diede origine ai protogorilla a Occidente, ai
protoscimpanzé nel Centro, e ai protoumani a Oriente. Ovvero
siamo tutti scimmie africane...».
Già
ai primi paragrafi l’autore incespica sulla buccia di banana
gettatagli ad arte da qualche scherzoso scimpanzé, mancando di
rispetto sia alle favole che alla Genesi. Entrambi difatti sono
testi ricchi di spunti per uno scienziato che apra la sua mente,
come fa un paracadute, alla dimensione spirituale dell’esistenza
terrestre.
«Naturalmente,
non bisogna sottovalutare le differenze che dividono le scimmie
da noi: in fondo, non camminano erette, non fanno all’amore
(solo sesso, e solo nei periodi fecondi della femmina), non
parlano, non si vestono, non producono né trasmettono cultura e
tecnologia».
Odifreddi
si dimentica di sottolineare un’ulteriore qualificante
differenza: le scimmie non hanno autocoscienza, in quanto non
sono in grado di pensare e tanto meno di pensare sul pensare
come fa l’uomo. Il passo citato testimonia del pensiero debole
cosí di moda nell’intellighenzia del ventunesimo secolo; né
si può occultare la qualità del pensare umano dietro la
concezione dell’uomo-macchina produttore di cultura-spazzatura
e di tecnologia da retroguardia.
«Sulle
ossa c’è poco da dire: abbiamo esattamente le stesse degli
scimpanzé, con piccole differenze dovute alla nostra postura
eretta, ai nostri incisivi ridotti e alla maggior dimensione del
nostro cervello».
Altra
scivolata con frattura ossea scomposta e precisamente dell’osso
intermascellare, scoperto da Goethe, mancante nelle scimmie, uno
dei cardini della postura del cranio rispetto all’ergersi del
rachide vertebrale. A questo punto mi sta a cuore precisare che
puntualizzare le differenze tra l’uomo e le scimmie ha per
scopo la riaffermazione di un regno dell’uomo distinto dal
regno animale, ma non distante per altera superiorità quanto
piuttosto come tributo conoscitivo al servizio della verità e
del reale processo evolutivo degli esseri animali.
«Coi
cromosomi le cose divengono piú precise. Noi ne abbiamo 46, gli
scimpanzé 48, ed essi corrispondono perfettamente, a parte le
regioni di accumulazione del Dna di scarto (agli estremi del
cromosoma per le scimmie e al centro per l’uomo). L’unica
diversità sta nel cromosoma 2 (il secondo in ordine di
grandezza) umano, che corrisponde esattamente alla fusione di
due cromosomi dello scimpanzé. E che si tratti di una fusione
nell’uomo, e non di una divisione nello scimpanzé, lo si
deduce dal fatto che i due cromosomi sono separati in parenti
lontanissimi, come nel babbuino».
Se
l’emerito scienziato facesse una capriola di pensiero anziché
insistere sul preconcetto darwiniano dell’uomo derivante dalla
scimmia, ma piuttosto della scimmia derivante dal filo aureo
dell’evoluzione umana, allora potrebbe prendere in
considerazione che è razionale pensare anche l’opposto e
cioè: il cromosoma 2 si è scisso in due anziché essere il
prodotto di una fusione.
La
tracotanza del titolo si basa in realtà su una proiezione
acrobatica effettuata su raffronti genetici indiretti «poiché
la sequenziazione del genoma dello scimpanzé, a differenza di
quella dell’uomo, non è stata ancora fatta». Sentenzia
infatti cosí l’articolista: «Per questo oggi si dice che il
Dna dell’uomo coincide (circa) al 98 per cento con quello
dello scimpanzé». Questa affermazione, qualora venisse
confermata, non farebbe che ridimensionare il ruolo della
genetica. Sfido qualunque genetista ancora dotato di buonsenso a
fondare la realtà conoscitiva dell’uomo sul 2 per cento di
differenza dallo scimpanzé, lo invito a rileggersi la Genesi in
ebraico o almeno la favola de “Il leprotto marino“ dei
fratelli Grimm.
Angelo Fierro
|