
- Vestito
di rugiada, attende il sole.
- Il
buio palpitò di fredde stelle
- e,
discordante diapason, la rana
- colmò
l’oscuro modulando un canto
- su
primordiali umidi registri.
- Fuse
argento nei solchi, goccia a goccia,
- una
rotonda luna. Adesso il fiore
- vede
che la pantera della notte,
- divorando
la pallida vestale,
- ha
nelle fauci il rosso dell’aurora.
- Padiglione
di nomadi pianeti
- e
nebulose, il cielo si rischiara,
- mostrando
il Re nel massimo fulgore.
- Svettante
in cima all’esile suo gambo
- mite
s’inchina al palpitante fuoco,
- s’intride
di quell’oro, ne risplende
- la
corolla vibrante in ogni petalo.
- Oh,
le infinite iridi che esplodono,
- tra
le madide foglie, tempestando

- le
ligule, raggiera ormai protesa
- a
secondare, lama dopo lama,
- dell’astro
la mirabile cadenza
- nel
diurno alternarsi delle ore.
- Sull’arco
dell’altissima parabola
- inizia la
celeste epifania,
- la
pantomima vorticante, il gioco
- del
turbine che attira e che respinge,
- che
distruggendo crea, il Nataraj,
- la
fiamma nel roveto, il Paracleto,
- il
circolo radiante di Ahura Mazda,
- Apollo
auriga, nume iperborèo
- che
inaridisce il suolo o ne vivifica
- gli
umori al suono della cetra, vate,
- sterminatore
e taumaturgo insieme.
- Al
suo brillare il girasole nutre
- sogni
costanti di spezzare il giogo
- dei
rizomi terrestri e levitare
- in
dardeggianti orbite, volare
- nei
peripli sospesi al grande vuoto,
- nello
spazio stellare farsi vivida
- cometa,
ardente scheggia d’asteroide,
- sradicarsi
dalle materne zolle
- protettive
ma ceppi di prigione.
- Danzare
ai ritmi cosmici, ruotare
- riverberando
magiche pulsioni,
- avere
luce propria, trasmigrare
- da
un’astrale regione conosciuta,
- familiare
persino, alle remote
- galassie
lattescenti, e lí disperdersi
- nel
nulla dove tutto si rivela.
Fulvio
Di Lieto
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