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Si
è tenuta di recente a Padova, a cura dell’Associazione
culturale «Sol Invictus», una conferenza riguardante il
libro di Renzo Arcon Di Artú e della Tavola Rotonda*,
da noi già a sua tempo segnalato su «L’Archetipo».
Per gentile concessione dei Relatori, riportiamo qui di
seguito un breve stralcio dell’intervento introduttivo
del prof. Andrea Marcigliano, e una selezione della
presentazione dell’opera da parte dell’Autore, facendo
presente che tale presentazione era diretta ad un pubblico
che non aveva molta confidenza con i termini e le
concezioni della Scienza dello Spirito.
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* R. Arcon, Di Artú e della Tavola
Rotonda, Edizioni “Il Cinabro”, Catania 2001.
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Renzo Arcon
attualmente lavora alla Biblioteca civica di
Trieste, come responsabile dell’Archivio
diplomatico. È ben noto nell’ambiente
triestino per aver spesso collaborato a
pubblicazioni sia di storia che di ambiente
locale e per aver partecipato con vari
interventi a convegni e manifestazioni, anche di
rievocazione storica. In particolare ha curato
il Codice diplomatico istriano di Pietro
Kandler e i Quaderni dei camerari del
Comune di Trieste con vari volumi che stanno
ancora uscendo.
Renzo Arcon,
cultore di Scienza dello Spirito fin dalla piú
tenera età, è stato introdotto allo studio e
alla pratica dell’Antroposofia dal pittore
triestino Blason, che faceva parte della cerchia
dell’avvocato Martinoli, uno dei primi
studiosi di Scienza dello Spirito in quell’ambito.
In famiglia suo padre, anch’egli conoscitore
dell’Antroposofia, è stato per lui d’esempio
e base per la sua crescita spirituale.
Successivamente è avvenuto l’incontro con
Massimo Scaligero, di cui è diventato
discepolo: un discepolato che continua tuttora.
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- Per quanto riguarda un
libro che è intitolato Di Artú e della Tavola
Rotonda, il titolo lascia immaginare già
qualcosa. Sappiamo che la letteratura sull’argomento,
sia quella scientifica, sia quella, diciamo, di
rielaborazione fantastica, è praticamente
sterminata. Uno si aspetta il solito racconto di
Artú, di Ginevra, del Mago Merlino, di Lancillotto,
dei cavalieri della Tavola Rotonda… Forse ci si
potrebbe aspettare anche qualcosa della battaglia
coi Sassoni, se si conosce la storia di Artú. E
invece leggendo il libro di Arcon si resta
spiazzati, perché il libro di Arcon è
completamente diverso; meglio, è diverso il re
Artú che egli presenta rispetto a quello che noi
siamo soliti incontrare nella tradizione letteraria.
Questo è un Artú che è completamente spogliato
dai caratteri della tradizione medievale. Arcon non
ci racconta, e questo potrà forse per qualcuno
essere una delusione se ama i romanzi cavallereschi,
“le donne, i cavalier, l’arme e gli amori”,
per dirla con Ariosto; racconta il percorso, la
vicenda, l’“avventura interiore” di un re che
è anche un re guerriero, chiamato Artú. Percorso
interiore che è un percorso “di iniziazione”,
di un’iniziazione particolare e antichissima;
talmente antica che questa figura di Artú sembra
quasi trascolorare ben all’indietro del sesto,
quinto secolo, e addirittura svanire in una
lontananza precedente all’epoca cristiana.
- Artú, re dei Cymri, non
ci racconta, parlando in prima persona, le guerre
che ha vinto, le battaglie, i nemici che ha
sconfitto; ci racconta le guerre interiori che ha
dovuto vincere. E lí, accanto a lui, balena la
figura del suo Maestro, che è la figura del Mago
Merlino. Non è il Mago Merlino della fiaba, della
tradizione medievale. È un Mago Merlino che è
quello che con ogni probabilità nei Mabinogion
[poemi tradizionali] gallesi si chiamava Myrddin
Emrys, che ha a che fare con il Dio Emrys, che è il
Dio della ruota solare, il Dio del Sole. È il Mago
Merlino che è il Maestro, assolutamente non
vecchio, quindi andiamo al di là, al di fuori della
figura senza tempo di anziano, di sapiente che viene
presentato nei romanzi medievali. Un Merlino che è
praticamente coetaneo di Artú, che è altrettanto
giovane, altrettanto vigoroso, altrettanto forte, e
che rappresenta la funzione sacrale accanto alla
funzione regale. E che è colui che introduce Artú
alla scoperta di cosa? Dei misteri della natura.
Perché si tratta di un’iniziazione che ha a che
fare anche con il mondo della natura, come vi aveva
a che fare con ogni probabilità l’iniziazione
celtica.
- Perché un’iniziazione
di questo tipo per un re? Perché il re è la terra,
il re è legato indissolubilmente allo spirito del
suo popolo e allo spirito della terra in cui vive, e
di questo abbiamo una memoria perfino nel film Excalibur:
quando l’Artú di Excalibur si ammala e
resta ferito, si vede che il grano non cresce piú e
la terra diventa deserto. È una tradizione celtica,
è una tradizione antichissima, non solo celtica: il
re è legato alla terra. La vicenda spirituale
interiore del re è la vicenda di tutto il popolo e
di tutta la terra. E poi il libro di Arcon fa
riferimento ai legami, ai collegamenti con dei
famosi – o meglio non molto famosi, perché ne
parlano il dottor Steiner e pochi altri – Misteri
di Hibernia. Fa riferimento ai popoli venuti dal
mare, che avevano portato questi Misteri, popoli
venuti da Oriente: i Tuatha de Dannan, di cui parla
la leggenda irlandese. È con questi Misteri di
Hibernia che la figura di Artú viene spontaneamente
a collegarsi, nello scritto di Arcon, con quei
Tuatha de Dannan che si pensava provenienti dall’Oriente,
o dall’Egitto. In effetti, alcuni aspetti del
sacerdozio irlandese nel periodo pre-cristiano
possono richiamare perfino figure di origine
egiziana. Ma quello che è in realtà importante, è
che l’Oriente non sta ad indicare una dimensione
fisica, una dimensione geografica, sta ad indicare
una dimensione di geografia sacra, quindi di
geografia spirituale. L’Oriente è ciò che indica
la strada verso il sorgere del sole, verso l’alba,
verso la conoscenza. Il libro di Arcon è dunque non
un romanzo, non un saggio: è difficile da definire.
Ha una forma narrativa estremamente piacevole da
leggere, ed è soprattutto, però, un tessuto di
immagini da seguire con estrema attenzione, sul
quale io ho fatto un’opera che è un abuso: mi
sono cominciato ad interrogare per
contestualizzarlo, culturalmente e storicamente. Ma
non è questo che si dovrebbe fare; bisognerebbe
leggere queste immagini, contemplarle e lasciarle
agire, affinché ci rivelassero un po’ alla volta
quello che in fondo è il segreto, piccolo o grande
che sia, di questo libro.
Andrea Marcigliano
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- La stesura di questo libro è
stata come il compimento di un grandissimo processo di
meditazione. E voi sapete, penso, piú o meno come
funziona una meditazione; come da un contenuto posto
dinnanzi alla nostra coscienza e lasciato agire a lungo
nella nostra anima, emerga un qualche cosa, un quid
di nuovo che prima non c’era. Indifferente quale
meditazione adottiamo. Non è una questione di scuole, di
vie diverse. Si tratta di porsi un tema davanti all’anima
e, invece di affidarlo a un processo di pensiero come
brama di conoscenza, come sviluppo di ulteriori pensieri
all’infinito, lasciare che questo rimanga come un
oggetto vivo da contemplare davanti alla nostra coscienza.
Inevitabilmente questa forza, che si sviluppa dalla nostra
volontà applicata a tale pensiero, determina dei
mutamenti nella nostra coscienza. E questi mutamenti
possono dar luogo a qualsiasi altra cosa. C’è in questo
una libertà assoluta che, nella prassi comune, ad esempio
in quella accademico-culturale, non c’è, perché a
questa veniamo condotti di necessità dalla connessione
dei pensieri, dalla logica e anche dai dati culturali che
acquisiamo verso un determinato percorso, che però arriva
ad un certo punto, perché dipende sempre da questo punto
di partenza, da questo orizzontale espandersi dei pensieri
uno accanto all’altro. Nella meditazione invece noi
prendiamo un solo e l’evochiamo con la nostra volontà,
in modo tale che questo, da una serie di concetti, un’immagine
o anche un mantram, si trasformi in forza.
- Nel libro ho scelto la forma
epistolare, per evitare di essere vittima di una trama, o
di un filo conduttore che mi avrebbe obbligato ad un
percorso che avrei dovuto controllare momento per momento
per la sua coerenza, e che avrei dovuto trasformare poi,
alla fine, in un’opera letteraria. Cosa che non era
affatto mia intenzione di fare. Anche perché io questo l’ho
scritto per me stesso e non certo per la pubblicazione;
non ci pensavo minimamente. E allora la forma epistolare
mi sembrava che conchiudesse di volta in volta, di momento
in momento,
di risultato in risultato, questo mio
processo, giusto o meno che sia, e che contenesse un
aspetto che con mia meraviglia apriva delle immagini,
delle visioni nuove rispetto a quello che avevo letto fino
a quel momento.
- La congerie delle leggende
riguardanti Artú – c’è una raccolta completa curata
da Jean Markale che ha pubblicato, praticamente
rivedendole, glossandole anche con delle note molto
interessanti, tutte le leggende relative al ciclo bretone,
quindi appunto anche questa di Artú e della Tavola
Rotonda – è enorme ed è anche contraddittoria. In
qualche caso Ginevra viene rapita, in qualche altro caso
no, in qualche caso succedono delle cose che poi vengono
smentite in un racconto successivo e cosí via. Sembra
quasi impossibile districarsi in queste versioni diverse
dovute ad autori diversi, a tradizioni diverse. Tant’è
che ad esempio gli stessi gallesi hanno appreso la loro
tradizione dal continente. L’hanno re-importata. Artú
è nato in quell’ambiente, ma è stato quasi
dimenticato. Poi è stato riletto dai Gallesi e dai
Còrnici, per la verità ormai in via di estinzione, è
stato riletto, se ne sono riappropriati e ce l’hanno
ridato di nuovo come loro tradizione gallese e cornica.
Una tradizione che appunto è piena di contraddizioni, ma
se lasciamo agire su di noi tutte queste immagini che ci
vengono date come accavallate in un sogno che presenta il
caos tipico di tutti i sogni, queste immagini che
cambiano, mutevoli, continuamente diverse una dall’altra;
se le lasciamo agire su di noi e poi lasciamo agire su di
noi anche, per esempio, la cosiddetta musica celtica, che
in realtà non va oltre il sedicesimo secolo e che è
quasi tutta irlandese, gallese, bretone e scozzese –
quella scozzese essendo derivata da quella irlandese, ma
che conserva nondimeno in sé delle sonorità e dei ritmi
che si avvertono piú antichi – se, infine, abbiamo la
ventura di fare un viaggio da quelle parti – e io sono
stato prima in Irlanda e l’anno scorso appena, ben dopo
l’uscita del libro, sono stato in Cornovaglia e poi a
Tintagel, che è il luogo proprio della vicenda – tutta
questa massa di esperienze che uno fa, risuona. Risuona in
qualche modo nell’anima, dà una nota.
- È con questa nota che si può
partire: se si fa attenzione, dopo un certo tempo,
ovviamente, con grande pazienza, se questa nota viene
posta al centro della nostra attenzione, diventa essa
stessa oggetto di osservazione e di contemplazione, si
arriva ad un processo di identità, ossia ciò che ci
interessa conoscere non è piú un dato esterno al quale
noi ci accostiamo mediante approssimazioni concettuali
date dalle letture appunto, dall’informazione, dallo
scavo archeologico, dalle tradizioni orali, da tutto
quello che volete e che troviamo fuori di noi. Questo
processo di identità invece fa sorgere in noi qualcosa
che prima non c’era e che possiamo nettamente
distinguere da noi stessi, in quanto persone con una loro
biografia attuale. Possiamo dire benissimo «Qui sono io.
Qui c’è un qualche cosa che mi parla e che non sono
piú io» e che però contiene in sé la stessa nota che
io ho ritrovato, lasciando agire su di me tutto quanto vi
ho detto poco fa, dalla musica all’immagine, agli
ambienti, alla natura, agli scritti, persino agli studi
accademici.
- E questa identità come parla
alla coscienza? Questa identità non può esporre alla
coscienza un rapporto di sé, non si configura come
discorso, come il parlare con una persona che ci sta di
fronte. Il piú delle volte ci presenta delle immagini, ma
sono immagini vive che in qualche maniera stanno a mezzo
tra il sogno e l’immaginazione creatrice, quella cioè
che guida l’artista a produrre l’opera d’arte. Hanno
una loro oggettività, però non sono estranee da noi,
perché dipendono sempre dalla nostra volontà. Siamo noi
che dobbiamo continuamente riproporcele innanzi all’anima.
In questa identità può emergere qualcosa che non è
certo la risposta all’enigma «Chi è Artú e che cosa
ha fatto?». Non è questo il suo intento; il suo intento
non è avvicinarci ad una problematica sociale, storica,
economica, a tutto ciò che fa parte della cultura
accademica, bensí dare qualche cosa di vivo. È come
incontrare Artú e non solo stringergli la mano, ma
condividere i suoi pensieri, i suoi sentimenti, il suo
modo di vivere all’epoca sua. E ci accorgiamo allora che
ci sono delle differenze molto grandi dal nostro mondo.
Una sana visione di queste cose ci indurrà comunque a
cercare poi nella realtà, e quindi nella storia e nell’archeologia
e in tutto ciò che è controllabile da chiunque di noi,
che vi sia verosimiglianza in quello che abbiamo scoperto.
Fatto questo cammino, chiuso questo cerchio, ci
accorgeremo che l’abbiamo percorso sul serio e ce lo
troviamo dentro, possiamo comunicarlo, raccontarlo,
possiamo cantarlo, esporlo in poesia. Il mezzo non ha
importanza, importante è il modo come siamo arrivati a
questo risultato.
- Dicevo che una delle cose che
colpiscono di piú quando si affrontano questi argomenti
in questo modo ed è un modo sperimentale che potreste
fare tutti; uno dei risultati è la grande differenza che
si avverte tra quei tempi, adesso non precisiamo se prima
o dopo Cristo, quanti secoli eccetera, e noi come siamo
oggi. Vediamo un modo di vedere la realtà diverso, noi
stessi ci accorgiamo che il modo che abbiamo di vedere la
realtà oggi è diverso da quello. Potremmo persino
constatarlo in maniera pratica. Vi faccio un esempio molto
semplice che deriva, mi perdonerete, dal mio lavoro. Io
sono paleografo, quindi mi occupo di testi antichi, di
scritture antiche, paleografia latina, naturalmente non di
quella bretone. Se voi osservate i documenti notarili, che
sono eminentemente pratici, redatti nel tredicesimo,
quattordicesimo secolo e poi li confrontate con le
scritture che cominciate a vedere nei documenti del
quindicesimo secolo, e questo per una differenza di pochi
decenni, vi accorgerete che c’è un qualche cosa di
completamente diverso. I documenti precedenti erano molto
simili fra loro, la scrittura era, come si dice,
canonizzata, aveva un modello unico, impersonale. Gli
scritti successivi cominciano a diventare sempre piú
personali, cioè si distingue nettamente una mano dall’altra.
Anche prima si potevano distinguere le mani – con l’expertise
possiamo attribuire un manoscritto ad un amanuense
piuttosto che ad un altro, ma nell’epoca seguente questo
è chiarissimo, è chiarissimo anche per un profano, si
vede la nota personale, e ciò non è dovuto certamente
all’invenzione della stampa, che chiaramente non nasce
ai primi anni del ’400, ma un po’ piú avanti, quindi
non è una questione di stampa, è una questione proprio
di un mutamento nella coscienza generale delle persone.
Prima c’era una coscienza, diciamo, piú collettiva, poi
si individualizza sempre piú. Se andiamo ancora piú
indietro nel tempo vediamo che questa coscienza si espande
sempre piú.
- Noi stessi, percorrendo queste
tappe, ci sentiamo sempre piú parte in qualche cosa di
piú grande. Sentiamo che quell’umanità partecipava
della vita complessiva della terra in una maniera diversa.
Poteva cogliere delle cose diverse. Allora parlare di
esseri elementari, ad esempio, o parlare di divinità o
dell’operare della divinità, era una cosa normale, ma
non normale nel senso di una tradizione ormai sopita che
di sé conserva soltanto le forme, ma di una tradizione
vivente nella quale le forme procedono da una tale forza
che le crea all’interno della coscienza dell’uomo.
Tradizione viva ovunque, e noi qui siamo in Italia,
dobbiamo pensare alla romanità, che viene vista sempre in
un certo modo a favore o a sfavore, che viene travisata in
moltissimi modi, ma che non viene mai colta in questo
aspetto vivo in cui la forza divina interveniva
direttamente, mediante la coscienza degli uomini, nell’agire
quotidiano. Il nume accompagnava gli uomini nel loro
agire. La famosa fortuna di Cesare non era un ente
astratto, non era la fortuna di vincere al totocalcio, ma
era il suo nume che lo accompagnava nelle sue campagne.
Tutto questo emerge.
- Per riuscire veramente a porsi
con la necessaria oggettività un pensiero, un contenuto,
che può essere questo, ma può essere qualsiasi altro,
dinanzi all’anima nel modo che vi dicevo, occorre
rafforzarlo, occorre cioè che questo pensiero, questo
contenuto sia talmente potente da stare autonomamente
dinanzi al nostro sguardo interiore. Per far questo
occorre immettere in questo pensiero la volontà. Dobbiamo
fare in modo che la volontà rafforzi il pensiero sino a
renderlo oggettivo, un oggetto appunto da vedere con la
stessa potenza di esistere che è presente negli oggetti
che sono in questa stanza contro i quali ci scontreremmo e
ci faremmo anche male se non li vedessimo e ci urtassimo
contro. Questo modo per arrivarci è stato indicato in
varie maniere. Io ho scelto quella indicata da Massimo
Scaligero con la concentrazione, che sembra la maniera
piú facile e piú banale del mondo, perché Massimo
Scaligero dice di prendere la rappresentazione, il
concetto di un oggetto tra i piú semplici che trovate, e
di ricostruirlo mediante un passaggio che lo descriva,
piú brevemente e piú semplicemente possibile, e poi di
porselo di nuovo come oggetto finito dinanzi all’anima
come oggetto interiore da guardare e volere. È un
esercizio che sembra semplicissimo, ma io vi sfido a farlo
e a vedere quanto riuscite a farlo. Vi assicuro che dopo
un po’ avrete una forma di avversione terribile contro
una cosa del genere, come se fosse la cosa piú dura e
difficile del mondo. Purché esercitiate una volontà che
non è quella ordinaria, comincerete ad agire realmente su
voi stessi, a cambiare veramente qualche cosa in voi
stessi. Questa è la mia strada, quella che ho scelto e
che alla fine ha dato questo modestissimo risultato.
Renzo Arcon
Immagine:
Daniel Maclise «Artú riceve Excalibur» incisione,
Londra 1857
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