Mi pongo in uno stato di vigile
attenzione e, con interesse acceso, osservo due oggetti che
mi stanno di fronte, che stanno cioè davanti a una persona
sveglia con tutti i sensi attivi.
- Dapprincipio questi due oggetti li
riconosco quali piante.
- In successione alternata prima
posso vedere queste piante, poi posso toccarle, annusarle,
gustarle e posso anche ascoltarne il suono prodotto da un
movimento su di esse.
- Osservo e noto che mentre una mi
sembra un arbusto con diversi fusti, grossetti, duri, che si
proiettano verso l’alto, l’altra sembra un’erba, ha
tanti fusti esili che partono da una rosetta foliare. Una ha
le foglie scure, lucide, lisce, coriacee, lanceolate, con i
margini traslucidi lineari, l’altra ha le foglie piú
piccole ovali e pennate, chiare, opache, tenere, con i
margini seghettati.
- Le foglie dell’una emanano, se
spezzate, un odore aromatico, le foglie dell’altra si
possono mangiare e hanno un gusto caratteristico: se muovo
il fogliame e ascolto, si potrà notare una differenza
sonora evidente.
- Oltre a questo, che io posso
osservare inizialmente, so che altre persone hanno osservato
le stesse piante, hanno dato loro un nome, le hanno
osservate nel crescere e deperire, e hanno annotato l’uso
che si può fare di loro.
- So che la prima l’hanno chiamata
alloro, Laurus nobilis.
- Si è notato nel tempo che è un
albero sempreverde, che forma dei piccoli fiori giallini che
diventano poi bacche nere.
- Veniva usato anticamente per
intessere le corone dei vincitori, l’alloro olimpico,
oppure la sua corona diventava emblema del primato nella
poesia. Un modo di dire è “mietere nuovi allori”, nel
senso di avere nuovi successi, oppure al contrario “dormire,
riposare sugli allori”, nel senso di approfittare dei
successi del passato per condurre una vita pigra e
inconcludente. Anche la laurea, il laurearsi, fa ancora
riferimento al lauro.
- Il nome richiama l’aurum,
l’oro, ed è pianta cara a Febo, al puro, santo, raggiante
Apollo. Infatti è l’alloro la pianta in cui la ninfa
Dafne, il primo amore di Febo, volle lasciar trasformare dal
padre, il fiume Peneo, la propria bellissima figura: per
fuggire all’inseguimento amoroso del Dio, colpito da
Cupido con la freccia dorata che innamora, mentre Dafne era
stata colpita con la freccia plumbea che disamora. Apollo
volle comunque portare sempre con sé Dafne-Alloro: “Se
non vuoi essere mia moglie, allora sarai il mio albero”,
cosí ci racconta Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi.
- Provate a sentire se nel profumo
che emana vi è ancora traccia dei sentimenti peculiari
suscitati dal mito…
- La foglia dell’alloro, per l’aroma,
è usata nella preparazione di alcuni cibi. Lievemente
narcotico, facilita la digestione atonica, infiamma
internamente, col suo legno si aromatizzano gli affumicati,
conserva i fichi e l’uva secchi, un decotto nel bagno
allevia i dolori articolari (appunto, riscalda),
moderatamente insetticida, tonico sull’utero.
- Nella leggenda, l’alloro domina
le forze oscure, e quindi se ne portavano fronde nelle
feste, nelle case, nelle stalle, nei campi. Si dice che
aiuta la comprensione dei misteri, e cosí gli oracoli, gli
àuguri, venivano propiziati dalle sue fronde bruciate.
Anche nelle famiglie contadine si ascoltava il crepitío
delle sue foglie per sapere se il raccolto sarebbe risultato
poi buono o cattivo, e ancora, nelle campagne si faceva
scivolare un rametto dietro alle orecchie, dopo una
preghiera, per vedere in sogno chi si sarebbe sposato.
- Si pensava che non venisse toccato
dai fulmini, ed è per ciò che l’imperatore Tiberio si
incoronava di lauro durante le tempeste.
- Nelle campagne, le “frasche”
di alloro indicano sulle strade delle case di contadini il
luogo dove si bevono e si mangiano i loro prodotti,
ritrovandosi insieme.
- E chissà cos’altro ancora si
racconta…
- La seconda pianta osservata è la
pimpinella, Sanguisorba minor. È una pianta
erbacea delle Rosacee, comune nei nostri prati, perenne, con
rizoma consistente e strisciante, aromatica se masticata,
con vitamina C e fiori raccolti in capolini verdi, estivi,
con apici rossi. Viene usata in medicina per le sue
proprietà emostatiche: guarisce le ferite e le emorragie
interne, è curativa per le ustioni solari e per la pelle
irritata. In cucina è usata per profumare le insalate, per
l’aroma di cetriolo e di noce, lievemente pungente. È
anche detta selvastrella. Il nome è composto da sanguis,
sangue, e sorbere, assorbire. Gaio Plinio Secondo
nella sua Storia Naturale consigliava di salutarla
prima di coglierla. È ricca di tannino, che è il
principale responsabile della sua capacità emostatica,
astringente.
- Il tannino appartiene a quella
classe di composti che si ricavano dalla corteccia di alcuni
alberi, che hanno largo uso in tintoria come mordenti per i
colori e in medicina come astringenti; sono glucosidi dell’acido
gallico (le galle delle piante, tra l’altro, sono le piú
ricche di tannino).
- In francese è tanin, che
deriva da tan, tanno, che è la corteccia della
quercia, del castagno e di altri alberi, e probabilmente
deriva dal gallico e significa, appunto quercia. Una ricca
produzione di tannini è accompagnata spesso da indurimento
nei legni, solidificazione.
- Anche in inglese si usa lo stesso
vocabolo: tan è la tintarella, to tan è
abbronzare, tanning è l’abbronzarsi.
- L’osservazione delle due piante
scelte ci porta quindi a inoltrarci nelle loro peculiari e
diverse caratteristiche sensoriali, a conoscerne l’uso nel
tempo, ci porta a cercare il senso piú recondito delle
parole usate per meglio descriverne le caratteristiche, in
modo che quel suono scelto corrisponda il piú possibile a
quel contenuto.
- Ecco che ci si accorge della
necessità di dare un peso maggiore alle parole, man mano
che si vuole arrivare fino al senso intimo di un qualcosa,
per esprimerlo veracemente.
- L’etimologia dei nomi è lo
studio dell’origine delle parole e della loro storia, dove
si osserva come il suono tenda a corrispondere al
significato: è la ricerca del senso vero di un nome.
- Etimo, in greco étymon, è
il “significato proprio della parola”, neutro sostantivo
di étymos, cioè: vero.
- Ora i nostri due oggetti li provo
a relazionare insieme ulteriormente, li confronto piú
intimamente e provo a connettere le rappresentazioni, le
immagini, le intuizioni che colgo. Comincio quindi a formare
dei giudizi, delle idee che porto incontro ai due oggetti;
comincio a conoscere, a sintetizzare indipendentemente dall’ambito
sensibile.
- Una prima intuizione riguarda la
diversità, la disuguaglianza, tra arboree ed erbacee. Si
può notare che le prime è come se mantenessero un legame
piú particolare con l’elemento terroso, che lignifica,
mentre le seconde no, e possiamo facilmente assimilare all’elemento
terroso, minerale, solido, un appannaggio di morte,
peculiare, insito nell’elemento tronco, nel suo
mineralizzarsi, solidificarsi: il morire, appunto.
- L’arbustiva rivive ogni anno dal
tronco, dal nulla, mentre l’erbacea rivive ogni anno dalla
radice, dal nulla.
- Ecco allora che una seconda
intuizione sopraggiunge e riguarda invece l’uguaglianza,
che si coglie nell’immagine che abbiamo di entrambe:
entrambe le riconosciamo quali piante, quali vegetali
viventi che crescono nel tempo e nello spazio. Questa
uguaglianza noi la percepiamo però fissata nel momento
attuale: ora, adesso, mentre entrambe sappiamo che hanno
avuto un prima e avranno un dopo. Questa immagine che
abbiamo fissa in noi, rimanda a una pertinenza del
mineralizzato, del finito, morto, inorganico, mentre l’immagine
dinamica, svolgentesi in movimento nel tempo, rimanda
percettivamente ad un ente vivente, organico.
- Quello che percepiamo davanti a
noi in questo momento guardando la pianta, che si vede, si
fissa e si limita in una rappresentazione statica, non è
pertinente per poter cominciare a conoscere l’oggetto-vivo-pianta
nella sua realtà, perché sappiamo che essa si sostanzia di
tempo, che è stata piú piccola una settimana fa, ancora
piú piccola prima, addirittura era un piccolo seme, che era
di un’altra pianta, e cosí via. È insita in noi la
capacità di evocare dinamicamente le immagini nel tempo
della pianta arrivata fin lí, dove la vediamo ora,
ripercorrendo dinamicamente le rappresentazioni statiche e
collegandole fra loro.
- È questo movimento in immagini
interiori che è pertinente per un ente vivo (viv-ente) che
cioè si estrinseca nel tempo e nello spazio. Esercitarci in
questa maniera comincia allora a farci avvertire un ambito
interiore che è dinamico, non fisso, che può farci
approcciare realisticamente al vivente, ci può portare fino
all’origine, alla scaturigine, che ancora non abbiamo, ci
sfugge, ci rimane segreta. Possiamo appena cominciare a
contemplare, in questa revivificazione, in questo movimento,
il movimento stesso delle immagini che ci siamo date in
successione: ci portiamo alla contemplazione del nostro
movimento interiore, semplicemente mentre lo stiamo facendo:
mentre lo stiamo facendo, quando ci fermiamo e ricordiamo il
fatto, pensato, compiuto, siamo da un’altra parte,
vorremmo cioè avvertire “quello che muove” senza
muovere…
- Cosa si vede invece con un oggetto
minerale-meccanico morto, fatto dall’uomo, che si ha
davanti, ad esempio il vaso di queste piante? Si arriva fino
all’idea che ha permesso ad un uomo di costruirlo, di
ricercare quel materiale adatto e di dargli una certa forma
per svolgere un certo scopo. Nella pianta si può arrivare,
ripercorrendone con il pensiero la crescita, fino al punto
in cui si coglie solo che “un qualcosa germoglia da un
interno sconosciuto”, che non è ricostruibile, non è
ricreabile: è però immaginabile, contemplabile
dinamicamente, cogliendone la sintesi, cosí come descritto.
- Punto, respiro profondo, silenzio,
riassunto.
- Abbiamo dunque formato e
arricchito le osservazioni che avevamo di due oggetti
sensibili.
- Confrontando questi due oggetti
abbiamo colto delle intuizioni che ci hanno fatto
riconoscere questi due oggetti quali piante viventi che si
sviluppano in tempo e spazio.
- Abbiamo cominciato a muovere e
collegare fra loro immagini interiori che si davano fisse,
per cominciare cosí ad approcciarci realisticamente all’ambito
del vivente.