Redazione

Ho cominciato a frequentare degli incontri di gruppo. Nella mia città ci sono due gruppi e ho avuto occasione di partecipare a conferenze organizzate da entrambi. Sono appena i primi contatti con una realtà che non conoscevo, avendo coltivato l’Antroposofia sempre in maniera molto personale, parlandone con pochi amici (pochissimi!). Ultimamente però mi è sorto il desiderio di scoprire l’operato dei gruppi, di capire il lavoro che viene fatto. Durante alcuni incontri si sono letti dei passi che sottolineano l’importanza del lavoro di gruppo, dell’incontro, del confronto. Confronto necessario ad un proficuo lavoro. Non ho idea di come sia organizzata la Società, se ci sia una presidenza, quali organi al suo interno, chi ne fa parte, come ci si associ… Sono sicuro che l’Antroposofia, dato il suo carattere pratico e concreto, viva fra gli uomini (penso alla questione sociale, alla formazione delle scuole, alle comunità dei medici, alle associazioni biodinamiche…) e che il lavoro interiore serva a sviluppare le forze per l’azione nel mondo. Però molti sono i discorsi che mi portano ad essere prudente. Vorreste forse dirmi qualcosa in proposito? 

Daniele

Gli incontri di gruppo sono importanti per coltivare insieme un’atmosfera di dedizione e di impegno spirituale. Camminare con altre persone lungo lo stesso sentiero fa sentire piú forti, piú saldi nella decisione presa. Purché, però, non ci si senta parte di un’“anima di gruppo”: il percorso, pur nella condivisione fraterna di momenti di studio e di crescita, è assolutamente individuale, secondo l’indicazione contenuta in tutta l’opera di Rudolf Steiner, in particolare in Filosofia della Libertà. Indicazione che non va mai dimenticata, e che Massimo Scaligero non si stancava di sottolineare, consigliando sempre di conservare un livello di serietà e sacralità negli incontri con gli altri condiscepoli. Questo per evitare il rischio di far scadere il rapporto a un livello di banalità, poco consono ai seguaci della Scienza dello Spirito. Se diverse sono le modalità organizzative dei vari gruppi, uguali sono le finalità. Lavorando seriamente, prima o poi le strade convergono e si finisce col camminare insieme. Vorrei aggiungere che naturalmente non è indispensabile coltivare l’antroposofia con gli altri. C’è chi preferisce un percorso del tutto personale. Anche qui si tratta di libera scelta. Del sistema di associazione sarà in grado di parlare piú diffusamente il capo gruppo. Il pensiero su cui vorrei insistere è che la frequentazione delle riunioni è senz’altro un valido aiuto, ma ancor piú lo è la frequentazione dei cinque esercizi: non c’è conferenza o lettura di gruppo che possa sostituirla. E il risultato che se ne trae è ciò che si porta poi incontro al mondo, alla società in cui si vive, nelle sue varie espressioni e secondo le proprie capacità.

Credo di essere un “buon cristiano”, ma mi riesce sempre piú difficile restarlo nel mondo del lavoro, nel quale si deve inevitabilmente scendere a compromessi, per affermarsi, o persino per sopravvivere. Come tenere duro ed evitare di ritrovarsi un giorno senza piú fede, senza piú princípi? 

Federico Mellini 

Un cristiano ha dinanzi a sé due vie: quella del Vangelo e quella del pensiero. Può percorrerne una, o le due insieme. Come diceva il Maestro d’Occidente, il piú alto ideale della Scienza dello Spirito è che a un certo punto queste due vie divengano una. La via del Vangelo consiste nell’accettare il mondo quale è, perché esso si presenta all’uomo come ultima fase di una serie di conseguenze di situazioni che stanno su un altro piano. Per cui non ha senso ribellarsi alle conseguenze ultime. Per le conseguenze ultime, bisogna regolarsi con le leggi quotidiane, richieste dall’immediato rapporto con i fatti. Seguire questa via fa sviluppare un sentimento profondo di non importanza del piano fisico: ogni lavoro viene svolto in favore di un piano superiore, nella consapevolezza di non dover difendere nulla sul piano fisico. Si tratta di un nobile sentimento che investe tutta la vita, rendendo liberi da attaccamenti e da brame di raggiungimenti economici, sociali, di carriera ecc. È la via della santità. Un capolavoro letterario ci mostra l’esempio di un personaggio che percorreva tale via: ne I miserabili, ci viene narrato del curato a cui l’evaso dalla galera Jean Valjean aveva rubato dei candelabri d’argento, e che, interrogato dalla polizia, afferma di averglieli regalati lui. L’atteggiamento illuminato e altruistico del curato folgora l’anima dell’ex forzato e cambia tutta la sua vita. Un simile gesto non può essere compiuto per sentimentalismo, altrimenti nel tempo genera ripensamenti e sofferenza: deve sorgere con naturalezza e nel disinteresse assoluto. Dice Rudolf Steiner che le azioni morali trasformano l’aura della Terra. La via del Vangelo, per essere veramente seguita, richiede una grande maturazione interiore. Ogni azione deve essere compenetrata di una saggezza derivata non dal sentimento, anche se il sentimento può esserne il veicolo, ma da una conoscenza profonda di se stessi e da un reale collegamento con il Divino. L’altra via è quella della conoscenza, che arriva allo stesso distacco e ottiene gli stessi risultati, ma agendo attraverso l’inserimento del contenuto spirituale nelle situazioni esteriori, che esigono un’attività di pensiero cosciente per essere penetrate e risolte. Nel nostro affrontare gli avvenimenti che karmicamente ci vengono incontro, è necessario inserire il relativo contenuto spirituale. Anche quando il nostro agire si svolge in un ambiente brutale, arido e negatore dello Spirito, dobbiamo riuscire a trovare il collegamento. È la via della Filosofia della Libertà, la via dell’Arcangelo Michele. L’altra è la via del Cristo, ma si tratta, in forma diversa, della stessa via. Il pensiero, per poter essere liberato dall’uomo, deve prima svolgersi nella sfera di Ahrimane. E questo pensare involuto, costretto, imprigionato, tende ad afferrare e subito catalogare, incasellare gli eventi, i rapporti con le persone, i dati oggettivi e soggettivi che gli si pongono davanti secondo schemi prefissati. Seguire la via di Michele consiste nell’andare incontro al mondo con un pensiero che ne elabora i contenuti in maniera vivente. Vi sono persone speciali, che portano da una vita precedente un carisma che fa loro risolvere intuitivamente il rapporto con il mondo. Sono i santi, rari, o i veri guaritori: esseri che sono in rapporto diretto con il Cristo. Gli altri, gli uomini di oggi che hanno sviluppato una mentalità materialistica, o scientifica, possono essere introdotti alla via del Cristo solo da Michele. La mentalità scientifica parte dai fatti, li esamina, li enumera, e i fatti non sono pensieri: sono dei presupposti che sembrano negare lo Spirito. Si vuole lasciar parlare i fatti, credendo di essere in tal modo dei veri pensatori, ma si diviene servitori dei fatti. Si sviluppa una specie di fede, che invece di essere una fede in Dio, è una fede nei fatti. La scienza è una forma di fede inferiore. Essa sta lí perché il pensiero eviti di pensare se stesso e contempli solo i fatti. Si deve giungere a una scienza del pensiero che indaghi se stesso, perché si possa guadagnare un pensare svincolato dalla sua forma fisica. Solo in questo caso Ahrimane non condiziona piú e si esce dalla superstizione della fattualità. La scienza indaga e scopre delle leggi, ma non fa che identificare delle costanti, non il principio che permette di indagare, che è il rapporto con lo Spirito. Gli scienziati, i tecnici, sono pervenuti a mirabolanti raggiungimenti: Internet, il videotelefono, il sonar, le trasmissioni satellitari ecc., ma pur riuscendo ad utilizzare al meglio il pensiero per compiere tali prodigi, si guardano bene dall’indagare lo strumento stesso di cui si servono. Questo fa sí che non sia piú possibile collegare gli impulsi morali con il mondo della scienza. L’ambiente di lavoro tende ogni giorno di piú ad escludere la moralità al suo interno, rendendo sempre piú difficile all’uomo che fa parte di un tale ingranaggio comportarsi come essere morale. Bisogna invece, pur partecipando attivamente al mondo del lavoro, riuscire a non esserne presi. Coloro che si esercitano a pensare secondo il processo piú alto del pensiero, secondo quella legge dello Spirito che veramente penetra le situazioni, si trovano in quest’epoca a doversi difendere dalle aggressioni del mondo che li circonda. Ma non devono stancarsi di continuare a coltivare la meditazione e la concentrazione del pensiero, perché quello è il mezzo per inserire nell’aura della Terra le forze che possono aiutare anche altri uomini a scegliere la giusta direzione. Una scelta indispensabile, per preparare la strada a una riconversione delle basi stesse dell’attuale società, affinché l’uomo ritrovi la via del piú alto e consapevole cristianesimo.

Sono passati venti anni da quando l’Arcangelo, a cui Maria Francesca Danza quotidianamente rivolgeva le sue preghiere, l’ha richiamata a sé. Avvolgendola con le sue ali possenti l’ha resa a noi non visibile, ma lei è qui con noi. Il suo Spirito, gentile e leggero come la primavera, deciso e solare come l’estate, tranquillo e sereno come l’autunno, pieno della sacralità delle magiche notti invernali, viene a farci visita e riempie le nostre stanze per rinnovare l’eterno scambio cosmico tra spiriti incarnati e spiriti liberati dai lacci della vita terrena, testimonianza della nostra unione nella corrente di Luce e di Amore che tutti ci unisce. Da tutti quelli che ti amano, ciao Maria Francesca! 

Enza Saporito

La Redazione si unisce al ricordo e al saluto, rivolto a una creatura che ha lasciato un profondo segno e un indelebile ricordo in chi l’ha conosciuta e amata.