Redazione

Come già su altri numeri, pubblichiamo due lettere indirizzate al nostro redattore Franco Giovi, le cui risposte, date le tematiche svolte, consideriamo interessanti anche per gli altri lettori.

Spettabile Dr. Giovi, riprendo la parte della Sua risposta ad Artefio 2004 comparsa sul numero di novembre della rivista. In sostanza mi trovo anch’io nella condizione animica di incapacità di dedizione all’esercizio della concentrazione. Le mie premesse però sono diverse. Che si debba «fare piú che leggere» la trovo una contraddizione, o quantomeno una stonatura, all’interno della stessa Scienza dello Spirito antroposofica. Steiner parla dello studio come primo gradino iniziatico e indica nell’assunzione dei contenuti scientifico-spirituali la via maestra per cominciare la metamorfosi del pensare - cosa che soddisfa le mie istanze di scientificità e coerenza logica - in altre occasioni però si sostiene ugualmente la necessità della pratica degli esercizi - il che suona a me come un’abdicazione delle ragioni iniziali per una “cieca fede” in ciò che dice il Maestro (secondo un’operatività “manualistica” estrinseca al contenuto). Mi si perdoni l’arroganza ma la «contraddizione tra l’essere persuasi studiosi di Antroposofia e il non essere capaci di dedicare una manciata di minuti all’immagine di un chiodo» io l’attribuisco all’Antroposofia stessa, o almeno a un certo modo d’intenderla (forse perché sono - per fortuna - uno studioso “non persuaso”!). La «malía dell’impietramento» ha cosí nel mio caso i connotati dell’avversione. Il solo fuoco che conosca è rabbia, distruttiva ed onnipervasiva; qualche volta spero che, soffrendo di questo incendio interiore, intimo ardore paradossalmente imparentato con il ghiaccio dell’indifferenza e l’opprimente morsa della Morte, si consumino per forza d’inerzia le impurità astrali che ancora sembrano sbarrare il cammino, o meglio la risoluzione a percorrerlo… 

L. M.

Gentile lettore, puntualizziamo, come lei desidera. Le letture e lo studio dei testi fondamentali dell’antroposofia sono davvero necessari, certo non si potrebbe pensare, parlare ed agire per qualcosa di cui si ignorasse persino l’esistenza. Piú seriamente, ho indicato e incoraggiato in tal senso i lettori de L’Archetipo con due articoli, il primo uscito nella Rivista di luglio 2001, il secondo è apparso nel marzo di quest’anno. Perché allora incitare qualcuno a fare gli esercizi? Vede, caro lettore, come qualsiasi discepolo della Scienza dello Spirito cerco di attenermi strettamente al reale e non all’astratto. Nel caso specifico, l’amico “Artefio” (che spero mi perdonerà questo improprio coinvolgimento) ha letto e studiato ed è giunto ad un punto morto. Ha avuto il coraggio di vederlo, quel punto, perché anche lui è realista e non vuole fantasticare di superamenti e trasformazioni che non ci sono! Vuole proseguire davvero sul cammino di una via conoscitiva che richiede vere trasformazioni. Proprio per soddisfare l’esigenza dell’attitudine all’osservazione obiettiva ed alla logica, presente nell’uomo moderno, il Dottore, ben prima di comunicare in forma pensabile le osservazioni sui mondi sovrasensibili, scrisse importanti opere indicanti, sulla base di una rigorosa scientificità, la funzione del pensare e l’esigenza della sua conversione o metamorfosi in relazione a sfere conoscitive che non possono venire afferrate dal pensiero stimolato da oggetti sensibili. Scritti come Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e scienza e soprattutto La filosofia della Libertà, indicano al ricercatore, senza traccia di fideismi e settarismi, ma in piena, lucidissima e libera coscienza individuale, il come e il dove della prima e fondamentale esperienza spirituale: il pensare libero dai pensieri, perciò poggiante sul proprio moto che non sorge dalle categorie corporee e dalle conseguenti ubbie animiche. Che il Dottore riponesse grande speranza nella capacità umana a comprendere La filosofia della Libertà come reale esperienza spirituale, e che ciò non avvenne, è lui stesso a rimarcarlo con severità in diversi incontri con discepoli (es. Conf. Stoccarda del 6 febbraio 1923, ed. italiana «Graal», anno VI vol.VI). L’incapacità di una lettura che sia simultaneamente attiva opera interiore è continuata nel tempo: ne fa esempio l’articolo di I.B. Considerazioni sulla “Filosofia della libertà”, apparso sulla rivista Antroposofia, anno XXXI, N. 7-9, dove l’impotenza conoscitiva si manifesta e viene ammessa con grande onestà. Ma dove stanno gli esercizi? Proprio perché La filosofia della Libertà non è un manuale di… giardinaggio, essi sono una esigenza dell’anima che percorra come intimamente propria la trama dei pensieri che il testo deve solo indicare. Questo non dovrei dirlo, ma legga attentamente da pag. 33 (diciassettesima riga) a, diciamo, pag. 39 (ed. italiana 1966): potrebbe trovare esigenza, significato, scopo ed effetti dell’atteggiamento animico che per semplicità siamo soliti chiamare “Concentrazione”. Se poi per contro si continua a non capire, perché non si riesce piú ad afferrare i concetti che non sono estraibili dal sensibile, si continua a leggere la seconda parte del testo in una condizione di menzogna. Accade lo stesso con Teosofia, ed è ancora il Dottore a sottolinearlo: «A chi abbia letto le spiegazioni precedenti, prendendo solo conoscenza del loro contenuto, le verità che vengono presentate ora sembrano semplicemente affermazioni arbitrarie. Diverso è il caso di colui la cui esperienza di idee abbia subíto un rafforzamento in seguito alla lettura di ciò che era stato esposto in connessione con l’osservazione del mondo sensibile». La situazione non cambia per La scienza occulta, perché se il pensiero non si ravviva, se non riesce a formare immagini pregne e muoverle, non succede proprio nulla e si passa dal I al II capitolo, poi al III, apprendendo cose stravaganti e assai poco dimostrabili. Poi si giudica il saputo sulla base delle personali inclinazioni che sono istinti addomesticati. E la “cieca fede” buttata fuori dalla porta, rientra alle spalle dalla finestra. Massimo Scaligero si è prodigato, in tutta la sua vasta Opera, per rendere accessibile, sperimentalmente possibile, l’altissimo insegnamento donato dal Dottore al mondo della coscienza contemporanea ed obiettivamente un poco criptato dall’esigenza di una veste filosofica. Scaligero, in opere come il Trattato del pensiero vivente, L’uomo interiore, La logica contro l’uomo (che nella presentazione dell’edizione tedesca viene considerata la reincarnazione attuale della Filosofia della libertà), risale con la cristallina logica dell’essenza, del Principio dell’Io, il senso e la fenomenologia (puntualmente concreta) del piú formidabile atto mai offerto alle forze di coscienza dell’uomo: la conversione del pensare in vivente e libera luce di vita universale. Se poi qualcuno o molti rifiutano persino il tentativo di comprendere la Via del Pensare, sarà affare loro e della loro cattiva coscienza. Non desidero affatto discutere sul male che, come i piú sono ormai consapevoli, è già tanto. Riguardo al significato di persuaso, per mia colpa non ci siamo proprio capiti: io collego a questo termine un senso assai simile a quello datogli da Michelstaedter ne La persuasione e la retorica, dove “persuasione” significa l’assoluta certezza dotata di autonoma potenza di vita. Naturalmente è ben piú di ciò che indico in una mezza riga (se possibile legga il libro, la cui ultima edizione credo sia dell’Adelphi: può fare un gran bene in tempi cosí sgangherati, in cui viene considerato filosofico il “pensiero debole” di Vattimo). L’ultima parte della sua lettera sembra contraddire la giusta fierezza con cui sottolinea la sua istanza di coerenza logica e scientificità che evapora nel (compiaciuto?) subordinarsi a istinti la cui peculiarità è proprio di distruggere la salute dell’anima, del corpo e degli organi sovrasensibili. Se parla sul serio, non le basterà un Manvantara (64.800 anni circa) per liberarsi dalle impurità astrali. Indifferenza, rabbia, morte. Ripeto, se parla sul serio, il suo problema non consiste nel fare o non fare gli esercizi ma di non farsi (o farsi) divorare corpo eterico e corpo astrale da entità completamente ostili e affamate. E una vera Scienza dello Spirito, anche nei piú elementari aspetti conoscitivi, è assai lontana da tutto questo.
Caro dott. Giovi, ho sentito spesso parlare, a volte a ragione a volte a sproposito, di ego, egoità, personalità. Tutti aspetti che dopo anni di tentativi, e sottolineo tentativi, di concentrazione dovrebbero essere ben chiari alla mia mente. Sono un giovane sportivo, vivo la natura e cerco di tenere il corpo in cui sono stato inserito il piú in forma possibile. Da anni mi alleno con i pesi e ritengo di aver ottenuto risultati piuttosto soddisfacenti. Ma come posso riuscire a svincolarmi dalla soddisfazione di vedere il risultato di tanti sforzi in palestra e guardandomi allo specchio fare in modo che il mio ego non trapassi i piú alti soffitti? Semper voster... 

Matteo Bertoli

Esimio dottor Bertoli, è raro leggere una missiva che riesca ad esprimere, sul filo dell’umorismo ma con sincerità e virtú di sintesi, uno tra i piú essenziali problemi dell’asceta che lucidamente non desidera ingannare se stesso. L’ingombro pavoneggiante dell’egoità sbertuccia e svilisce i nostri migliori atti, veniamo in essa sommersi anelando tuttavia ad una libertà d’altezza e di luce oscuramente presentita: dobbiamo convivere senza illusioni con questo dissidio. Lei sottolinea anni di tentativi nella concentrazione. Anche se la parola “tentativi” è assai onesta, mi sembra tuttavia incongrua e forse lievemente ambigua: se Lei si dedica da anni alla concentrazione giornaliera, almeno due volte al giorno, con semplicità e dedizione e volontà che non ammetta alcuna priorità nella coscienza se non l’oggetto di pensiero prestabilito (che sarà un chiodo o un tappo o un bicchiere ecc.), non potrà esistere alcun serio ostacolo al realizzare gradi sempre maggiori di intensificazione in questo esercizio semplice e regale. Si tratta soltanto di polarizzare con un briciolo di continuità tutta la coscienza su un nucleo di pensiero che non potendosi dapprima afferrare libero da mediazioni, transitoriamente sarà un oggetto di pensiero tratto dal sensibile e, per modo di dire, facilmente riconducibile al proprio concetto. Qui l’ego non entra, perché i casi sono due: o Lei si concentra sul tappo e perde nome, sesso, carattere, pettorali giganti ecc., oppure si concentra su se medesimo e non arriva da nessuna parte. Se lo desidera, in una ulteriore comunicazione elenchi ciò che realmente le sembra insormontabile: sono certo che ne usciremo vincitori perché non esistono altre possibilità. Riguardo a quella che possiamo chiamare seconda parte della lettera, Le rispondo con indicazioni che, suppongo, anche Lei conosce benissimo: a) non si guardi allo specchio; b) vada in palestra, determini l’1RM nelle flessioni gambe (squats), tolga il 20%. Dopo 3 o 4 sets di riscaldamento al 50 e 75% (da 3 a 5 reps), faccia una serie di squats da 20 ripetizioni, come già detto, con l’80% dell’1RM: alla decima l’ego è temporaneamente distrutto, alla quindicesima anche l’anima vorrebbe abbandonare il corpo, alla diciottesima non saprà chi Lei sia ma, forse, iniziano le visioni, alla ventesima, crollato il corpo al suolo, potrà vederlo dall’alto. Se sopravvive, il ritorno dopo qualche giorno in palestra dovrà essere voluto e l’ego, ammaccato e spaventato, resterà in strada perché con Lei non avrà certo il coraggio di entrare. Proprio come in una buona concentrazione.
Franco Giovi
Ho letto nel numero di Novembre i pensieri di Vittorio Leti Messina sulla meditazione sul simbolo della Rosacroce. Poiché conosco l’esercizio in questione e mi risultano, in base alla mia esperienza, poco chiari determinati pensieri lí indicati, gradirei avere un ulteriore chiarimento su questa meditazione… 

Alessandro Martini

Lo scritto di Vittorio Leti Messina sul numero dello scorso novembre 2004 riguardava, nella prima parte, una sua personale testimonianza in merito alla propria iniziale difficoltà a rapportarsi nel giusto modo all’immagine della Rosacroce, che egli durante l’esercizio “non riusciva a rappresentarsi nella sua integrità”, e alla conseguente semplificazione autorizzata ad personam da Massimo Scaligero, in attesa che l’esercizio stesso operasse sul meditante quelle trasformazioni che l’avrebbero resa piú accessibile. Naturalmente non si trattava di un consiglio da estendere ad altri. La seconda parte riferiva invece alcune considerazioni dell’Autore sul simbolo della Croce come Albero della Vita. Anche in quel caso, non si trattava di suggerimenti per lo svolgimento della meditazione, illustratoci con estrema precisione da Rudolf Steiner, e di cui abbiamo trattato diverse volte anche nelle nostre pagine.
 
…È difficile sopportare il consenso suscitato, anche in ambienti elevati, dal film “La Passione di Cristo” di Mel Gibson. È stato detto che quella è la verità, con tutti i dettagli e i particolari, su ciò che accadde in Palestina. Non bastava la descrizione minuziosa fatta dalla veggente Caterina Emmerick, le cui rivelazioni sono state raccolte in un’opera facilmente consultabile in qualsiasi biblioteca… 

Claudio Bussi

Riassumiamo in poche righe una lunga lettera, che segue la precedente del mese scorso. Cercheremo di essere sintetici anche nella risposta. A voler compendiare tutti gli argomenti che riguardano la figura di Gesú di Nazareth, quella che inoppugnabilmente le fonti storiche ci hanno tramandato, occorre porsi la domanda che da duemila anni ci poniamo: è Lui il Messia delle Scritture, il Salvatore dell’umanità, il Dio incarnato? Molti hanno trovato la risposta e credono che Gesú di Nazareth sia Colui che ha ospitato l’entità del Cristo, che ha sofferto la Passione, che è stato crocefisso ed è risorto da morte. Altri invece confutano che Gesú di Nazareth sia il Cristo, il Figlio dell’Uomo, il Messia atteso dal popolo ebraico, il Redentore di tutti gli uomini afflitti dal male e dal peccato. Non esistono altri dilemmi o enigmi riguardanti l’Uomo-Dio, che operò miracoli, aprí gli occhi ai ciechi e il cuore alle anime perdute. Si è quindi con Lui o contro di Lui. Tutto il resto è speculazione o facile letteratura o cinema scandalistico. E ciò perché una parte e l’altra, ovverosia i detrattori e gli estimatori, difendono le proprie tesi e posizioni spesso con metodi ed espressioni di puro viscerale integralismo. Nascono cosí film come “L’ultima tentazione di Cristo”, o “Il corpo”, oppure libri come il recente boom editoriale Il codice da Vinci, volumi e pellicole che negano la divinità del Cristo, riducendo la figura di Gesú di Nazareth a un’identità del tutto umana alle prese con la piú prosaica quotidianità. È quasi un riflesso condizionato quindi che gli estimatori rendano la pariglia con film veementi e, purtroppo per i detrattori, crudi e veri, quali “La Passione” di Mel Gibson e altri che verranno se la congiura denigratoria e desacralizzante del Cristo dovesse, come è prevedibile, continuare con tutta la sua abituale, secolare e disumana perseveranza.
Quando ero bambina avevo tendenze mistiche e progettavo di farmi suora, o missionaria, persino di affrontare il martirio… Nell’adolescenza diverse forti influenze esterne mi hanno invece portata all’ateismo piú totale. Poi è arrivata l’antroposofia e ho riscoperto quei valori e quel collegamento con il Cielo che credevo sepolti dentro di me. Leggo i libri di Steiner, ma ancora non ho ripreso, e non so se riuscirò a farlo, quel colloquio spirituale chiamato preghiera, perché quando lo tento sono frenata dal pensiero di una regressione all’infanzia. Eppure, a volte ne sentirei il bisogno, anche per chiedere aiuto per gli altri...

Adele Terrani

Attraverso gli esercizi fondamentali, in particolare nella meditazione e nella concentrazione, ci si eleva a un livello che diviene preghiera, o colloquio con il Divino. In Tecniche della concentrazione interiore, Massimo Scaligero afferma che: «In realtà la preghiera è possibile all’uomo a ogni grado dello sviluppo, da quello appena capace di consapevolezza dei limiti soggettivi, al grado di concentrazione profonda. In sostanza, quando la concentrazione profonda si realizza, è uno stato superiore di preghiera, senza parole: che non può non essere continuo, come continuo è il moto della creazione. La preghiera a questo livello è l’offerta di sé dell’anima, che può accompagnarsi alla richiesta di una presenza orientatrice, o della guarigione o sollievo di esseri sofferenti, o dell’intervento del Mondo Spirituale in problematiche situazioni umane. Tale preghiera si realizza con la certezza della risposta positiva del Mondo Spirituale. Il discepolo può chiedere tutto alla Forza cui nulla è impossibile: già nel volgersi ad Essa si sente esaudito, in virtú dello spirito d’identità con il Logos, da cui muove». Non si tratta quindi di una “regressione all’infanzia” ma del giusto sviluppo naturale dell’anima.

Dopo aver letto quanto la signora Danza ha scritto in memoria del marito, ho sentito la necessità di approfittare della vostra disponibilità (invitando noi lettori a scrivervi) per far sapere alla signora Danza che il ricordo della figlia Francesca è ancora vivo in noi. Abbiamo conosciuto Francesca nell’Ottanta a Roma (dove ci recavamo per gli incontri con Mimma Benvenuti), siamo diventati subito buoni amici; in occasione del nostro matrimonio e della nascita del primogenito Michael, Francesca non volle mancare, conoscendo cosí la Sicilia e la sua realtà. In seguito il nostro rapporto divenne sempre piú intenso, fino al nostro ultimo incontro e saluto avvenuto in clinica. L’impronta indelebile lasciata da questo essere eccezionale nelle nostre anime, alimenta ancora il vivo ricordo dei discorsi e degli scambi spirituali che sono risultati, tranne per rarissime eccezioni, irripetibili.

Enza e Massimo Di Marco

«Gli uomini, col battere e macerare gli stracci vecchi e lordi, cavano carta bianchissima, sulla quale imprimono lettere e caratteri bellissimi. Cosí Dio, da uomini poveri e travagliati, a forza di percosse e di persecuzioni, cava persone di bianchissima coscienza, a cui talvolta si raccomandano i potenti del mondo».

«Iddio per lo piú si conforma alle nostre opere. Se noi siamo fedeli a Lui, Egli sarà fedele a noi; se grati, Egli grato; se contrari, Egli contrario. È come uno specchio che riguarda con il medesimo occhio con cui è guardato».

«Il piú potente mezzo per ottenere da Dio una grazia è l’indifferenza, e la rassegnazione alla Sua santa volontà… quando meno te l’aspetti, vedi accesa la fiamma ed esaudite le preghiere».

«Quando si insegnano precetti con la lingua, sempre resta che dire; ma quando si insegnano con l’opera, si dice tutto in una volta, né ad un’opera ben fatta si può aggiungere altra cosa».

«L’anima di un servo di Dio sta nel corpo come una candela dentro un vaso di vetro o di terra. Si rompe il vetro o la terra, e quella candela resta lucente. Cosí, l’anima aspetta la morte, che spezzi e rompa il vetro o la pignatta di terra, come è il corpo, a fine di sollevarsi tutta splendente nel cospetto del suo Dio».

Giuseppe da Copertino
(1603-1663)