Poesia

Il rapace non sciama alle crudeli
notturne predazioni, trova pace
nel tepore del nido: calma l’impeto
del suo feroce cuore una pietà
sconosciuta e dolcissima. Rifiutano
ogni cibo le docili creature,
nelle stalle bisbigliano i cavalli
parole arcane, mentre la fenice
dell’alba sfrangia tese le sue piume
contro il fulgore della prima luce,
grida alla vita di levarsi e splendere.
Consumata dai venti siderali,
attonita nel cielo, solitaria,
va sparendo la luna. Di che piange
la sua maschera antica, quale dramma
del mondo a lei distante la commuove?
Forse perché finisce primavera,
e i giorni delle acerbe tenerezze
cedono al fiato di riarsi climi.
Oppure ha scorto nella breve notte,
col suo umbratile sguardo di pupille
perse nel cavo di crateri spenti,
alte librarsi torme forsennate
e sfrecciare nell’algido chiarore
ai richiami dei sabba; ha udito i canti
profani modularsi alle cadenze
di infernali strumenti. O lo stupore
imprime un mercuriale incantamento
sui vaghi tratti della bianca effigie
che tutte vede nell’oscurità
spalancarsi le porte dei giardini
celesti, i viridari senza inverno,
dove rugiade portentose nutrono
erbe capaci di guarire i mali.
I nostri, con radici di passioni
segrete, si dissolvono agli ardori
dei vibranti falò sulle radure,
esorcizzati ai segni delle stelle.
E il fuoco li tramuta in luminose
purificate essenze, che pervadono
l’anima risvegliata e ci riportano
occhi ridenti, volti di speranza.
E il tempo avvinto ai sogni di futuro.

Fulvio Di Lieto