- Il rapace non sciama
alle crudeli
- notturne predazioni,
trova pace
- nel tepore del nido:
calma l’impeto
- del suo feroce cuore una
pietà
- sconosciuta e
dolcissima. Rifiutano
- ogni cibo le docili
creature,
- nelle stalle bisbigliano
i cavalli
- parole arcane, mentre la
fenice
- dell’alba sfrangia
tese le sue piume
- contro il fulgore della
prima luce,
- grida alla vita di
levarsi e splendere.
- Consumata dai venti
siderali,
- attonita nel cielo,
solitaria,
- va sparendo la luna. Di
che piange
- la sua maschera antica,
quale dramma
- del mondo a lei distante
la commuove?
- Forse perché finisce
primavera,
- e i giorni delle acerbe
tenerezze
- cedono al fiato di
riarsi climi.
- Oppure ha scorto nella
breve notte,
- col suo umbratile
sguardo di pupille
- perse nel cavo di
crateri spenti,
- alte librarsi torme
forsennate
- e sfrecciare nell’algido
chiarore
- ai richiami dei sabba;
ha udito i canti
- profani modularsi alle
cadenze
- di infernali strumenti.
O lo stupore
- imprime un mercuriale
incantamento
- sui vaghi tratti della
bianca effigie
- che tutte vede nell’oscurità
- spalancarsi le porte dei
giardini
- celesti, i viridari
senza inverno,
- dove rugiade portentose
nutrono
- erbe capaci di guarire i
mali.
- I nostri, con radici di
passioni
- segrete, si dissolvono
agli ardori
- dei vibranti falò sulle
radure,
- esorcizzati ai segni
delle stelle.
- E il fuoco li tramuta in
luminose
- purificate essenze, che
pervadono
- l’anima risvegliata e
ci riportano
- occhi ridenti, volti di
speranza.
- E il tempo avvinto ai
sogni di futuro.