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Perché non
raggiungiamo mai l’ideale? Perché esso si annullerebbe da
sé. Per avere effetto, un ideale non deve restare nella sfera
della realtà comune. La nobiltà dell’Io consiste nell’elevarsi
liberamente sopra se stesso; per conseguenza l’Io, in un certo
senso, non può mai esser innalzato assolutamente, ché
altrimenti perderebbe la sua efficacia, la sua attrattiva, id
est la sua vittoria. Insomma, l’Io stesso cesserebbe. Il vizio
è un tormento sempre crescente (negatività), un sentimento di
dipendenza dall’involontario (impotenza). La virtù un
godimento sempre crescente (positività), sentimento di potenza,
di indipendenza dal casuale. E come al vizioso, per la sua
identità, non possono mancare mai occasioni di essere virtuoso,
cosí al virtuoso non mancano occasioni d’errare. La durata,
quale ch’essa sia, non ha influenza sul valore; la vittoria
che il vizioso conquistasse su se stesso a 1.000 gradi sotto
zero avrebbe lo stesso valore della vittoria che riporta il
virtuoso a 1.000 gradi sopra zero. Un solo momento può
trascendere lo spazio o il tempo, poiché qui non esistono
rapporti di quantità. Sono due sfere assolutamente separate,
che però noi ci rappresentiamo quantitativamente, e ci
immaginiamo ogni vittoria e ogni sconfitta come un progresso o
un regresso. L’abitudine costituisce una facilitazione per il
buono e una difficoltà per il malvagio, e qui sta la differenza
del piú lungo e del piú breve: la punizione di chi è stato
piú a lungo malvagio, la ricompensa di chi è stato piú a
lungo virtuoso.
Novalis
Da Cristianità
ovvero Europa, Einaudi Editore, Torino 1942, pp. 77-78.
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