Redazione

È vero che si tratta di una realtà scontata, e che avete affrontato il tema piú volte, ma sto sperimentando sulla mia pelle il problema della mancanza del tempo materiale per fare gli esercizi, per leggere dei buoni libri, persino per fare una serena passeggiata. La vita esterna mi prende, il lavoro mi chiede ogni giorno di piú, mi muovo in macchina da un capo all’altro della città, spesso anche fuori città e persino all’estero. Non posso sottrarmi, sono costretto continuamente a operare, anche in senso costruttivo, è vero, ma non secondo una costruzione animica, solo esteriore: economica o di carriera…

Sergio Turati

I temi che sembrano scontati quando riguardano gli altri, diventano sorprendenti, inediti, quando riguardano noi stessi. Il tempo che diviene sempre piú pressante è un problema oggi sperimentabile dalla maggior parte delle persone che partecipano al ritmo frenetico di una moderna città, in un ambiente di lavoro altamente competitivo, con spostamenti spesso lunghi e spossanti. Quando ce ne rendiamo conto, sentiamo addosso il peso di una prevaricazione che supera ogni limite e che sembra giustificare l’assoluta impossibilità di portare avanti un assiduo lavoro di formazione interiore: non per nostra colpa, ma per le sfortunate circostanze che ci perseguitano. Eppure, basta trovare quel breve spazio che la nostra volontà, risvegliata, riesce a dedicare a una meditazione, che improvvisamente davanti a noi si dispiega un tempo infinito, da cui torniamo rigenerati. È dunque solo una questione di dedizione, che ci fa difetto. Non concediamoci facili alibi, soprattutto non commiseriamoci: abbiamo avuto accesso – per karma, o per dono divino, che forse dobbiamo ancora meritare – a un patrimonio di conoscenza che Rudolf Steiner ci ha elargito senza risparmiarsi, e che è nostro còmpito, una volta conosciuto, far funzionare. A costo di sottrarre ogni tanto qualche manciata di minuti alla costruzione di una brillante carriera.

Seguo da piú di un anno l’antroposofia, leggendo i libri di Steiner e cercando di migliorare attraverso i suoi suggerimenti, qualcuno teorico e qualcuno anche pratico, me stesso e anche l’ambiente intorno a me. Dato però che non avverto un gran cambiamento, anzi praticamente nessuna differenza, penso che sia un inutile sforzo credere di trasformare quello che trasformabile non è. Potete forse provarmi che sbaglio? E poi, a chi gioverebbe veramente? 

Luigi Dionisio

Il tempo concesso all’auspicata trasformazione appare alquanto esiguo, benché venga sottolineato da quel “piú” rafforzativo: piú di un anno... Occorre avere maggiore pazienza, insistenza e tenacia. Non basta la lettura, è necessaria anche la disciplina interiore. Soprattutto, essere coscienti del fatto che quando conseguiamo una vittoria sul nostro ego, sulla nostra anima senziente, oltre a noi stessi e a coloro che ci sono vicini, è l’umanità intera che ne beneficia. Dobbiamo quindi sentire l’importanza di ogni nostro raggiungimento spirituale, cosí come il peso che può derivare agli altri dai nostri errori. Si può vincere per altruismo!

Rudolf Steiner, nella sua conferenza La caduta degli Spiriti delle tenebre (O.O.117) ad un certo punto dice: «…Avviene cosí che anche all’interno del nostro movimento si può trovare una certa pigrizia disimpegnata: vi sono alcuni che passano il tempo con ogni sorta di antagonismi. …Chi oggi senta con grande serietà e dignità l’interiore impegno di rappresentare il mondo delle verità scientifico-spirituali, sa che quando parla di fronte a un uditorio di cento ascoltatori, ve ne sono piú di cinquanta che potranno diventare avversari. È una legge ed è cosí. Vi è sempre piú del cinquanta per cento di persone che, se anche non diventano avversari, e ciò avviene per le piú svariate ragioni, non hanno comunque afferrato la cosa. Questa è la realtà…». La sottolineatura è mia, per rimarcare una verità che, se esisteva già al tempo del Dottore, è divenuta ancora piú evidente ai giorni nostri. Non è dunque possibile evitare disaccordi, tensioni, litigi o avversioni?

Sirio Valluno

Se gli Spiriti delle tenebre, ovvero gli Ostacolatori, assolvono, oggi come in passato, al loro malefico compito in tutta la società, presso ogni individuo, con perseveranza e, possiamo affermare, anche con grande successo, a maggior ragione perseguiranno i loro avversi fini là dove si tenta di svelarne le trame, scoprirne e neutralizzarne gli intrighi, i subdoli suggerimenti forieri di aperti contrasti. All’interno di ogni comunità spirituale degna di tale nome lavorano individui che tentano di costruire una futura civiltà che sia in accordo con gli altri esseri che popolano la Terra, con la natura e con il Divino. In mezzo a loro s’insinua il Nemico, attraverso alcune persone che sembrano far parte della comunità stessa, perché sono imbarcati sullo stesso naviglio, ma che in realtà remano contro. È bene essere consapevoli di ciò, come afferma il Dottore: «È una legge ed è cosí», ma al contempo non dobbiamo tacciare gli altri di “servire l’Avversario”. Ognuno deve partire da se stesso e fare il meglio che può, con impegno e dedizione, senza accusare gli altri e cercando, per quanto possibile, di ignorare le altrui manchevolezze. Illuminante la frase di Scaligero che abbiamo riportato nel numero precedente, a pagina 7: «L’accordo tra gli esseri è il vero gioiello della Terra, la perla nella conchiglia dell’Universo».

Mi piace raccontare le favole, soprattutto quelle antiche, classiche, ai miei bambini e anche ai loro amichetti, quando vengono a giocare a casa nostra. Sono tutti molto interessati e ascoltano con grande attenzione, spesso intervenendo con entusiasmo, chiedendomi, quando ho finito, di continuare, o di ripetere la favola del giorno prima, o della volta precedente. Qualche giorno fa però, la mamma di un bambino che era venuto da noi per la prima volta, mi ha detto alquanto seccata di essere contraria a riempire la testa ai bambini di favole e raccontini che non hanno aderenza con la realtà. Meglio far loro conoscere il mondo cosí com’è. Ho cercato di risponderle, ma sono stata rimessa a posto con una certa durezza, alla quale non ho saputo replicare. Vorrei conoscere il vostro parere.

Andreina Sacco

È vero proprio il contrario di ciò che dice quella mamma: se il bambino viene privato della favola nei suoi primi anni di vita, avendo egli comunque bisogno di mitizzare, si volgerà alle cose che lo circondano nel mondo esterno (la televisione, il cinema, la macchina), mitizzandole, e una volta cresciuto non potrà avere il giusto rapporto con il mondo, perché non riuscirà ad afferrarne l’essenza: gliene mancheranno le forze interiori e la capacità di discernimento morale.

«Apollo citaredo» dagli scavi di Moregine, Pompei

Nell’iconografia mitologica grecoromana, Apollo musagete, dio del Sole, con il capo ornato da un serto di alloro, suona la cetra circondato dalle nove Muse, delle quali dirige il coro. Le divine fanciulle, figlie di Zeus e della ninfa Mnemosine (la memoria), proteggono le espressioni artistiche collegate alla musica, alla poesia e alla drammaturgia: Calliope la poesia epica, Clio la storia, Polimnia la pantomima, Euterpe il flauto, Tersicore la danza, Erato la lirica corale, Melpomene la tragedia, Talia la commedia e Urania l’astronomia, ovvero la celeste armonia.
Attributo terrestre delle Muse era la cicala, simbolo del perenne e infaticabile canto non interrotto da distrazioni o necessità materiali – essendo solo nutrita dalla dea Aurora di fresche gocce di rugiada – e quindi della diuturna incessante attività dell’artista, che tende a imitare l’opera degli dèi nella continua creazione della natura, espressa nel suo ciclico rinnovamento.
Le cicale rappresentavano dunque l’umano anelito all’immortalità: i Greci ritenevano infatti che esse, sacre ad Apollo, nascessero dalla terra e si dissolvessero nell’aria, in una straordinaria metamorfosi testimoniata dall’abbandono dei loro gusci vuoti infissi ai tronchi degli alberi.
Anche Platone, nei suoi Dialoghi, avvalora il mito della cicala per bocca di Socrate, al quale fa raccontare come gli uomini, prima della nascita delle Muse, ignorassero il canto. Con l’apparire delle nove divinità dell’armonia, alcuni di essi vennero sedotti dalle loro melodie celestiali, al punto da dimenticare di bere e nutrirsi pur di imitarne le voci, fino a morire di inedia. Impietosito, Apollo li trasformò in cicale, concedendo loro il dono dell’immortalità. Nella vicenda del mitico insetto canoro, il filosofo scorgeva per similitudine la vita dell’Iniziato, che porta a compimento l’autorealizzazione animica, sconfiggendo la materia e assimilandosi al divino.