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- Dobbiamo andare a lungo a ritroso,
nello sforzo umano, verso una soluzione degli enigmi
universali, quando vogliamo prendere in considerazione l’origine
delle due rappresentazioni, che si impongono subito all’uomo,
quando questi in un senso piú profondo, e soprattutto in
senso spirituale, giunge a questi due enigmi universali: le
due rappresentazioni del bene e del male.
- Il pensiero umano cercherà sempre
di elevarsi alle forze occulte che dal mondo spirituale
attraversano la nostra evoluzione e la condizionano. Sempre,
e nelle forme piú diverse, incontriamo il tentativo di
portare in relazione le forze benefiche della vita, che
servono al progresso dell’evoluzione umana, con quelle che
distruggono, contrastano, ostacolano. All’uomo però
sempre ricompare l’intima parentela che, nonostante l’apparente
forte contrasto, per chi osserva attentamente, esiste fra
queste due direzioni di forza. Bisogna solo pensare alle
parole di Schiller sul fuoco già citate in un’altra
occasione:
- Potente è la forza del
fuoco
- quando l’uomo la domina,
la sorveglia,
- diviene fruttuosa la forza
del cielo
- quando si strappa le catene
- ed entra sulla propria
traccia
- la
libera figlia della Natura.
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- Si desidererebbe dire che in tali
parole giace, come velata, la questione che ci occuperà
oggi e nella prossima conferenza, e che in tempi diversi si
è rivestita delle parole “inferno” e “paradiso”.
Per questo motivo non è lecito immaginare che queste
parole, ovunque esse compaiano, abbiano quel significato
superstizioso che, non solo molti soci danno a queste stesse
rappresentazioni, ma anche non pochi fra quelli che oggi le
desidererebbero combattere, senza conoscerne il significato
piú profondo.
- Se anche solo superficialmente ci
guardiamo attorno, vediamo sorgere la nostra questione
proprio dall’antica cultura persiana, dove ad un regno di
forze benefiche, quello di Ormuzd, veniva aspramente
contrapposto un regno delle forze cattive, quello di
Ahriman. E quando vediamo come qui, tramite un singolare
insieme di pensieri, le forze malefiche che ostacolano il
cammino si mescolano intimamente alle forze nascoste che
fanno progredire il mondo nel senso buono, finché alla fine
vince la potenza della luce, di fronte a noi abbiamo una
delle piú grandi immagini di cui la fantasia umana e l’immaginazione
umana rivestono il nostro problema. Dal Tataros greco fino
al mondo nordico delle saghe, ci viene incontro un regno, ci
vengono incontro nomi, ai quali è legato il concetto di
inferno. È quel luogo in cui sono dannati coloro che nel
mondo fisico non sono deceduti di una morte onorevole,
conforme all’indirizzo culturale.
- Nel ricordare questa saga del
regno dell’inferno, possiamo intuire una particolarità.
Osserviamola, perché sia detta fin dal principio: nell’espressione
del mondo delle saghe, si trova talvolta una saggezza piú
profonda di quella che, in tempi moderni, ha come base
concetti astratti.
- È degno di nota come il mondo
delle saghe nordiche faccia derivare lo stato attuale del
mondo dal paese nordico “Nifelheim”, avvolto nella
nebbia fredda, che era in tempi antichi estraneo al Sole
secondo la rappresentazione germanica, e da un altro regno,
il regno caldo, il “Muspelheim”. Dall’azione reciproca
dei due regni nacque lo stato attuale della Terra. E non dal
caldo Muspelheim, ma dal freddo e nebbioso Nifelheim vennero
portate le piú importanti forze che ora servono l’umanità.
Là, si sono dapprima formate le forze umane superiori, che
stanno alla base della cultura odierna. Ma
contemporaneamente – e questa è la cosa degna di nota che
accarezza in maniera meravigliosa la nostra questione – ci
viene detto che l’Hel che prende a sé i morti indegni,
viene unito dagli dèi a questa dimora della nebbia, dove
giungono coloro che sono morti di una morte indegna. È da
notare il fatto che il regno e la forza dell’ascesa
vengono congiunti con il luogo e la personalità che
rappresenta la forza della morte, della putrefazione.
- E quando lasciamo i tempi antichi
e ci avviciniamo ai nostri, troviamo che soprattutto coloro
che, secondo Pochhammer(1)
nella sua edizione di Dante, dovrebbero essere addirittura
gli educatori e i maestri della gioventú, ricorrono alla
rappresentazione di un mondo in cui il male è concentrato,
quando vogliono spiegare il nostro essere, fin dalle
profondità dell’esistenza cosmica. In che modo potente e
grandioso Dante, proprio all’inizio del suo poderoso
poema, ci rappresenta questo mondo di cammino, di
purificazione e di sviluppo, verso i mondi superiori! E
nuovamente un poeta era spinto a ricorrere a queste
rappresentazioni per descrivere le forze situate nell’anima
dell’uomo, come fece Goethe nel suo Faust. Perciò
accostò, a quello che doveva condurre Faust alle forze
luminose e chiare, il rappresentante delle potenze
infernali: Mefistofele.
- Si possono trovare moltissime
citazioni significative nel Faust di Goethe, che
descrivono il particolare rapporto di Faust con Mefistofele
e di entrambi con l’essere universale. Qui si è ricorso
solo a due esempi in cui per Goethe, nel richiamarsi alle
saghe nordiche, i due concetti di bene e male stanno l’uno
accanto l’altro. In una citazione Mefistofele viene
chiamato «una parte di quella forza che, nonostante voglia
il male, fa il bene». Qui i concetti di bene e male vengono
posti in una relazione molto intima con l’intero essere
cosmico. Vi è inoltre un’altra citazione di Goethe che da
una parte ci conduce profondamente nell’anima di Goethe, e
dall’altra anche nel nostro problema, e che vogliamo
riportare; in effetti tratta dell’intera relazione delle
forze buone in Faust, con ciò che Mefistofele vorrebbe
raggiungere in lui, il male. Assai significativamente Goethe
fa dire a Faust, al momento in cui sta per concludere il
patto con Mefistofele che determina a quali condizioni debba
darsi a Mefistofele stesso:

- Se all’attimo
dirò: «Resta! Sei Bello!»
allora sí, ti sia concesso stringermi,
entro le tue catene;
allora sí, beatamente a picco
io cali in perdizione!
Squillino allora a morto le campane,
e liberato sii dai tuoi servigi;
l’orologio si fermi; sul quadrante,
cadano giú le sfere,
e per me cada consumato il Tempo!(2)
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- «Se all’attimo dirò: “Resta!
Sei bello!”» è una espressione con cui Goethe ci fa
intendere che Mefistofele, nel suo insieme, non lo ha
capito. Faust sa certamente di essere nella possibilità di
cedere alle forze infernali quando si pone nella posizione
di dire all’istante: «Resta! Sei bello!».
- Tutto quanto detto, doveva venire
posto quale premessa perché ci doveva indicare la direzione
da prendere nell’odierna trattazione, partendo da una
parte dal mondo delle saghe, e dall’altra dal pensiero
umano, profondamente calato in vesti poetiche. Coloro che
oggi credono di poter costruire un intero quadro di una
concezione del mondo con alcuni concetti del mondo materiale
raggruppati alla rinfusa, naturalmente se la cavano assai
facilmente con i concetti di inferno e paradiso. Non li
preoccupa ciò che abbiamo messo all’inizio della nostra
trattazione. Dicono semplicemente: ci basta ripercorrere lo
sviluppo delle diverse religioni e delle infantili
concezioni del mondo e ci diventerà subito chiaro che, o i
popoli nel loro bisogno, o qualche uomo, hanno escogitato i
cosiddetti inferno e paradiso, in parte per consolare i
popoli stessi per la sofferenza che patiscono sulla terra,
in parte per spronarli, per mezzo della paura degli inferi,
a rivolgere i loro sforzi egocentrici al bene. Chi parla
cosí, nulla sa dei reali moventi o dei reali motivi, per
cui sono state introdotte nelle anime degli uomini alcune
rappresentazioni come paradiso ed inferno. Oggi non
cercheremo una risposta alla domanda che l’umanità sempre
si è posta con qualsivoglia immagine, giudizio e
ragionamento, ma vogliamo conseguire delle rappresentazioni
su ciò che vi è da dire su questa domanda, a partire da
quello che sotto un certo aspetto abbiamo messo come base a
tutte le nostre conferenze invernali.
- Ricordiamoci della conferenza che
ho tenuto qui sul tema Uomo, donna e bambino(3).
Abbiamo potuto parlare dell’evoluzione dell’uomo sulla
Terra ed informarci di certe forze che partecipano, ed hanno
voce in capitolo, nel divenire umano. Quando, nel senso
della Scienza dello Spirito, gettiamo uno sguardo a questa
umana evoluzione – cosí abbiamo detto allora – per
conseguire una relazione con questa, ci riallacciamo infine
al modo in cui l’osservatore della Scienza dello Spirito
osserva il bambino in divenire, al modo in cui ci viene
incontro fin dai primi istanti della sua vita e alla maniera
in cui ricava progressivamente, alla luce del giorno, forze
e capacità.
- Chi osserva quest’uomo in
divenire con lo sguardo acuito dalla Scienza dello Spirito,
vede come dai semi si sviluppano, in una maniera
affascinante, queste facoltà. Una scienza di idee
materialistiche desidererebbe farci credere come ciò che
viene alla luce progressivamente in maniera tanto
affascinante si debba ricondurre a caratteristiche meramente
ereditarie di genitori, nonni o simili ascendenti. La parola
ereditarietà gioca nel nostro tempo un grande ruolo nei
confronti di questa domanda. Spesso, si è già posta l’attenzione
sul fatto che la Scienza dello Spirito si trova nella
necessità di avere un’importanza che non proprio molto
tempo fa – non sono neanche trecento anni – aveva un
grande naturalista: il ricercatore della natura Francesco
Redi(4). Questi ha espresso
qualcosa che oggi è patrimonio comune di ogni sapere
erudito e profano. Al suo tempo, però, non era convinzione
profana, ma anche convinzione di tutti i naturalisti, che
dalla materia inanimata, dal fango, potessero nascere non
solo esseri animali inferiori, ma anche lombrichi, pesci e
cosí via dicendo. Oggi si crede che siano solo pregiudizi
religiosi quelli che impediscono all’uomo di ricondurre le
cose ad un ordinamento universale puramente meccanico.
- Tuttavia, non erano solo i pochi
studiosi secolari di quel tempo ad aver accettato che dalla
materia inanimata potesse nascere la vita, ma anche Sant’Agostino(5)
era di questo avviso. Si scorge da ciò, che non ha
contraddetto per nulla la religiosità di Sant’Agostino il
fatto di rappresentare tale concezione.
- Tuttavia, cos’è che contraddice
una tale congettura? Un’osservazione reale esterna ed
interna, che va fin nelle profondità dell’essenza
universale, esperienza fisica e non sovrasensibile sulle
cose. Erano esperienze fisiche, e non sovrasensibili, quelle
che progressivamente hanno fatto accettare per forza all’uomo
l’enunciazione che fece Redi: il vivente può nascere
soltanto dal vivente. Nella stessa condizione in cui a quel
tempo si trovava il naturalista Redi, che è andato incontro
con precisa necessità al destino di Giordano Bruno(6),
si trova la moderna Scienza dello Spirito. La frase che oggi
verrà dibattuta, è applicata ad un campo spirituale ed
afferma: «Lo spirituale può nascere solo dallo spirituale».
Ciò che dapprima vediamo svilupparsi dalle predisposizioni
del seme infantile, non lo possiamo far risalire a fenomeni
fisici. Lo facciamo risalire allo spirituale, come facciamo
risalire il vivente alla vita. Di conseguenza, lo spirituale
ci riconduce a qualcosa di animico-spirituale. Quando l’animico-spirituale
si presenta a noi rivestito e ricoperto di quelle
caratteristiche che riconducono all’elemento fisico dell’uomo,
oppure ad altri involucri umani, come conseguenza di ciò
colleghiamo questo elemento fisico che colora e dà
sfumature alle capacità ed alle peculiarità animiche, alla
sequenza ereditaria che ci appare come genitori, nonni e
cosí via. Se vogliamo nuovamente porre l’attenzione su
come, nella linea ereditaria, si sommano progressivamente le
caratteristiche che alla fine compaiono in un postero,
affermiamo che la cosa dal punto di vista della Scienza
dello Spirito non ci meraviglia per nulla. Troviamo naturale
che nei corpi in cui nasce il seme spirituale, si presentino
i segni dell’ereditarietà fisica. Tuttavia, come
consideriamo questa ereditarietà fisica? Perciò vagliamo
il seguente esempio: prendiamo il seme di una pianta e
trapiantiamolo in una terra fruttuosa, con tutte le sostanze
che riccamente si possono fornire alla pianta.
Conseguentemente trapiantiamo lo stesso seme in un’altra
terra, che contiene in maniera scarsa le sostanze di cui la
pianta ha bisogno. Le piante portano in sé le peculiarità
del terreno da cui sono germogliate. Cosí vediamo la
pianta, come essa si schiude, come è la sua genesi
profonda, il suo seme, e dall’altra parte vediamo ciò che
sviluppa e schiude questo seme, come ciò in cui questi è
avviluppato dipenda e sia riempito dal campo e dal terreno
da cui la pianta è nata. Tale è l’uomo, nato dall’animico-spirituale
della preistoria, come la pianta è nata da una pianta
precedente. È cresciuto su un terreno che è stato
preparato nella linea ereditaria e contiene, questo germe
animico-spirituale, anche caratteristiche che l’uomo porta
con sé dal terreno della linea ereditaria. Non ci
meravigliamo che l’intero processo sia cosí e si
rappresenti per chi dall’esterno e dal punto di vista
fisico osserva il mondo in modo tale, da poter cadere negli
errori accennati. Quando si dice che si deve osservare come,
in una personalità particolarmente dotata, si sommino le
caratteristiche dei discendenti, e che un musicista proviene
da una famiglia di musicisti, e un matematico da una di
matematici, la Scienza dello Spirito non ha bisogno di
negare tali cose in alcun modo, o di rappresentarle sotto un’altra
luce. Per la Scienza dello Spirito le cose stanno cosí.
- Vi sono due intervalli di tempo,
all’interno dei quali ciò che è il nostro
animico-spirituale ricompare sempre. Parliamo nella Scienza
dello Spirito di ripetute vite terrene, nel dire che ciò
che in noi è essere animico-spirituale ci riconduce a vite
precedenti, in cui i semi spirituali sono stati posti per la
vita odierna. Tutto ciò che ora abbiamo, o ciò che oggi
conseguiamo, in un tempo futuro si svilupperà ed avrà il
suo effetto. Questo seme animico-spirituale non ha nulla a
che fare con ciò che prosegue nella linea fisica. Quando l’uomo
viene ad essere, questo seme animico-spirituale entra nel
corpo fisico, e le forze che sono ereditarie nella famiglia
gli edificano il corpo fisico che egli abita. Cosí nell’uomo
è costruita assieme una dualità di cui una parte, l’animico-spirituale,
riconduce ad una linea di evoluzione puramente spirituale,
mentre l’altra parte, quella fisica, è da ricondursi alla
linea ereditaria di evoluzione. Ereditarietà e
reincarnazione sono i due aspetti che qui agiscono uno nell’altro,
cosa che si dimostra illuminante in ogni ragionevole
trattazione. Tuttavia vedete – dopo capirete – che in un
discendente sono presenti delle caratteristiche, ed in un
altro altre ancora. Alla fine, queste caratteristiche si
riuniscono e diventano un Goethe, un Beethoven. Di
conseguenza, i geni compaiono abitualmente alla fine di una
lunga sequenza.
- Consideriamo questa affermazione:
il genio appare alla fine di una linea di generazioni. È
strano che proprio per questa ragione, questo fattore venga
fatto dipendere dall’ereditarietà, perché il genio ha un
corpo che è organizzato a tal fine. Se i Bernoulli
diventano sempre matematici, è chiaro che per questo motivo
hanno bisogno di corpi particolari. Non è un fatto
meraviglioso che quando si affonda questo seme
animico-spirituale nella linea ereditaria, questo apporta
tali particolarità? O ci si meraviglia del fatto che si
esca bagnati dall’acqua? Di conseguenza, è naturale che
chi nasce da una famiglia porti le caratteristiche di quella
famiglia stessa. Cosí, ciò che vuole dire la frase citata
è qualcosa di naturale, di primitivo. Ma che cosa dovrebbe
indicare che il genio è ereditabile? Il fatto di trovarsi
all’inizio, e non alla fine, di una sequenza di
generazioni! È uno strano modo di ragionare quello di dire
che le caratteristiche si ereditano, e che
contemporaneamente il genio si trova alla fine di una
sequenza. Una logica sana può solo affermare che il genio,
per il fatto di reincarnarsi, non può lasciare in eredità
caratteristiche spirituali, altrimenti starebbe all’inizio
di una sequenza di generazioni. Compaiono due linee di
sviluppo, una spirituale ed una fisica. Se non lo si
accetta, non se ne viene a capo, anche se dotati di una
logica sana.
- Osserviamo un bambino che
centinaia di anni fa ha attraversato un’altra vita,
osserviamo il suo sviluppo e l’utilizzo di quelle
caratteristiche che gli si presentano d’ora in poi. Cosí
vediamo venire alla vita un bambino. E come vediamo uscire l’uomo
dalla vita? Ne abbiamo già accennato. Ora vogliamo prendere
in considerazione gli avvenimenti che compaiono, mentre ciò
che è entrato attraverso la nascita nell’esistenza
fisica, esce di nuovo dalla vita, nell’attraversare la
porta della morte. Qui non dobbiamo considerare la morte in
quanto tale, ma qualcosa che abbiamo considerato nell’ultima
trattazione: l’alternarsi di sonno e veglia, e l’alternarsi
di vita e morte.
- Sappiamo dall’ultima trattazione
che, mentre la sera l’uomo affonda nel sonno senza sogni,
certe parti del suo essere si staccano da ciò che chiamiamo
l’interiorità propriamente umana, l’essere piú
profondo, il nucleo dell’essere dell’uomo. Differenziamo
in un uomo immerso nel sonno, nel senso della Scienza dello
Spirito, ciò che per cosí dire rimane a letto, da questo
nucleo dell’essere. Nel letto rimane il corpo fisico, che
alla morte viene consegnato agli elementi della terra. Ma
quando l’uomo sta a letto, il corpo fisico non è come
quando viene consegnato alla terra. Il corpo fisico è
impregnato del corpo eterico o vitale. Il corpo fisico vive,
le funzioni vitali vengono interrotte, con la conseguenza
che a letto rimangono il corpo fisico e il corpo eterico o
vitale. Fuori troviamo, alla fine, il portatore del piacere
e della sofferenza, della gioia e del dolore, e di tutte le
percezioni sensoriali che ondeggiano su e giú durante il
giorno: caldo e freddo, odorato e gusto, il portatore dell’intera
vita di pensieri e rappresentazioni, a partire dagli istinti
e dalle passioni, fino agli ideali morali. Tutto ciò, nel
prendere sonno, affonda in un buio indeterminato. Tutto ciò
è anche quello che ritorna al mattino, come una luce che
ondeggia all’interno. È la luce della coscienza.
- Vi è ancora qualcosa che dobbiamo
differenziare in maniera precisa, fra ciò che fuoriesce dal
corpo umano, sia da quello fisico che da quello eterico: è
la coscienza umana di sé e il suo portatore, l’Io umano.
Chiamiamo corpo astrale il portatore della gioia e della
sofferenza, di istinti e passioni, delle percezioni
ondeggianti, e il portatore della coscienza di sé, la
quarta parte dell’essere umano, lo chiamiamo Io. Queste
due parti, il portatore dell’Io e il portatore della gioia
e del dolore, durante il sonno senza sogni fuoriescono dal
corpo fisico ed eterico.
- Perché non potete percepirli nel
loro mondo? Abbiamo trovato la risposta a tale domanda nelle
nostre conferenze e possiamo dire che è cosí perché,
considerando lo sviluppo attuale dell’uomo, l’Io e ed il
corpo astrale non hanno organi per tale scopo. L’uomo
percepisce il suo ambiente per il fatto di possedere degli
organi adatti: occhi ed orecchie. Al primo mattino, quando l’Io
ed il corpo astrale si immergono nel corpo fisico e si
appropriano di questi organi, l’uomo percepisce ciò che
gli sta attorno. Cosí abbiamo un essere costituito di
quattro parti: un corpo fisico, uno eterico, uno astrale ed
un corpo dell’Io. Tale è l’essere dell’alternarsi di
veglia e di sonno.
- Prendiamo ora in considerazione il
momento della morte. Possiamo farlo nel consultare ciò che
si pone come dato di fatto, per chi ha applicato a sé i
metodi dell’iniziazione ed ha imparato ad usare i sensi
superiori che sono assopiti nell’uomo. Però, anche con
una logica abituale si può rendersene conto, perché i
fatti stessi si presentano in maniera tale, da poterci dare
una rappresentazione della via dell’uomo attraverso la
morte. Al momento della morte, compare qualcosa che durante
l’intera vita fisica compare solo eccezionalmente. Durante
la vita, il corpo eterico rimane unito al corpo fisico; solo
con la morte se ne separa e di conseguenza il corpo fisico
diventa cadavere: segue ora le forze meramente
fisico-chimiche, alle quali venne strappato fra nascita e
morte attraverso la coabitazione del corpo eterico.
- Questo corpo eterico è, come
spesso è stato detto, un combattente fedele, durante l’intera
vita, contro il decadimento del corpo fisico, perché il
corpo fisico ha in sé forze chimiche e fisiche. La cosa è
evidente quando, dopo la morte, è lasciato a se stesso: si
disgrega, è una mescolanza impossibile. Il corpo eterico si
stacca dal corpo fisico e rimane per un certo periodo
assieme al corpo astrale e l’Io.
- Questa connessione è di grande
importanza. Ora, al momento della morte, dinanzi all’uomo
compare un quadro mnemonico generale della vita precedente
fra nascita e morte. È come se un poderoso panorama di
questa vita vissuta stesse di fronte alla nostra anima.
Questa visione, questo quadro mnemonico, è accompagnato da
un sentimento di ampliamento, di ingrandimento dell’essere
umano. È come se l’essere umano si espandesse e dalla
parte interna apparissero, come un meraviglioso panorama, le
immagini della vita passata.
- Da dove proviene tutto ciò? Viene
dal fatto che il corpo eterico è il portatore della
memoria. Fintanto che si trova nel corpo fisico, fintanto
che è legato al corpo fisico, può solo scorgere cosa ha
vissuto fra nascita e morte. Il corpo fisico è un
intralcio. Siccome il corpo eterico è un portatore puro,
non torbido, della memoria, per questo motivo dopo la morte
compare l’intero passato in un unico quadro. Persone che
nell’affogare, o in una caduta montana, sono stati vicini
alla morte ed hanno ricevuto uno shock, si ricordano di un
unico momento in cui tutta la loro vita stava loro di
fronte all’anima. Vi potrei raccontare molto, ma voglio
solo citare ciò che sta in un libro a cui già prima ho
accennato. L’antropologo criminale Moritz Benedikt(7),
un uomo per cui tutto quello che è stato detto qui è stato
visto come la piú grande assurdità e fantasticheria – ma
non fa nulla – racconta che una volta che era vicino ad
affogare tutta la sua vita gli si presentò davanti come un
grande quadro. Cosa si verifica in un caso simile? Si
verifica un allentamento spontaneo fra corpo fisico ed
eterico, che viene subito eliminato. Ne segue che il
contenuto mnemonico dell’intera vita compare per un breve
lasso di tempo di fronte all’anima umana. Alla fine,
questo quadro mnemonico sta di fronte all’anima dell’uomo.
Poi, viene il tempo in cui il corpo eterico si separa dal
corpo astrale e dall’Io. Una parte del corpo eterico
rimane allacciato con l’essere umano, una parte che si
può chiamare l’estratto vitale, come un piccolo
riassunto. Pensate a questo piccolo riassunto come se
poteste, da una parte, riassumere artisticamente il
contenuto di un grosso libro, in modo tale che un uomo possa
di nuovo ricostruire da questo riassunto il contenuto del
libro. Dopo che ha deposto ciò che non è possibile
utilizzare per la sua successiva evoluzione, un qualcosa che
si potrebbe definire come un’essenza della vita viene
incorporato nell’essere umano per il futuro. Su questo
vogliamo porre l’attenzione. Ciò che rimane incorporato
per il progresso futuro, è il frutto dell’ultima vita.
Ogni vita forma un foglio in un grande libro della vita, e
tutte le nostre vite terrene sono registrate in detto
foglio. Sono incorporate al nostro essere. Prendiamo tale
frutto con noi da una vita, per tutte quelle a venire. Tale
frutto riveste una grande importanza per la successiva
evoluzione dell’uomo.
- Prima di essere in grado di
concentrare la nostra attenzione su questo estratto vitale,
si deve prendere in considerazione piú dettagliatamente il
lungo cammino dell’uomo dopo la morte. Poco tempo dopo la
morte e dopo lo svolgimento di questo quadro, per l’uomo
ha luogo un altro periodo che possiamo caratterizzare come
segue. A questo punto l’uomo possiede il proprio Io, il
proprio corpo astrale, e questo estratto di cui ho parlato.
Consideriamo adesso come il corpo astrale, portatore di
impulsi, desideri e passioni, può agire. A partire da
considerazioni logiche siamo in grado di formarci una
rappresentazione dell’agire del corpo astrale. Prendiamo
per una volta una di queste esperienze: quella del
buongustaio, che ha piacere per i cibi saporiti. Come si
realizza il piacere? Facilmente qualcuno potrebbe
attribuirlo al corpo fisico. Sarebbe un’assurdità. Non il
corpo fisico, ma il corpo astrale è il portatore di
desideri, della gioia e della sofferenza. Il piacere è
posseduto dal corpo astrale, è lui che sviluppa il
desiderio verso i cibi saporiti. Il corpo fisico è un
apparato di sostanze fisiche, di forze fisiche e chimiche.
Fornisce il mezzo con cui il corpo astrale può soddisfare
questi desideri. Questo è il rapporto nella vita fra il
corpo astrale ed il corpo fisico. Il corpo astrale reclama
il soddisfacimento dei suoi desideri, ed il corpo fisico gli
procura i mezzi, il palato, la lingua e cosí via attraverso
cui poterli soddisfare. Cosa succede in caso di morte? Il
corpo fisico viene deposto e con lui tutti gli strumenti del
soddisfacimento. Il corpo astrale è presente ed è facile
rendersi conto che questi non ha rinunciato alla sua ricerca
verso il piacere, ai suoi desideri, per il fatto di esser
stato privato del mezzo fisico. Il corpo astrale mantiene
dopo la morte i desideri e le brame, sebbene gli manchi lo
strumento fisico con cui soddisfarli. Sviluppa cosí i
piaceri per i cibi saporiti e via dicendo, ma gli manca il
palato. È come un uomo che ha una sete ardente, in un
ambiente in cui nelle vicinanze non c’è acqua. Non vi è
alcuna altra ragione per cui dopo la morte si trova nell’impossibilità
di soddisfare i piaceri, se non quella di non possedere
alcun organo.
Conseguentemente, attraverso i desideri
patisce del dolore, fino al momento in cui non li avrà
radicalmente estirpati, non soddisfacendoli.
- Questo è il tempo che l’uomo
deve trascorrere nel cosiddetto Kamaloka. Kama
significa desiderio, loka significa luogo. È un
simbolo. Per prima cosa, termina il tempo della sofferenza
nel momento in cui l’uomo ha estirpato il desiderio e la
brama che si radicano nel corpo astrale, e che possono
venire soddisfatti solo nel corpo fisico. È il tempo del
divezzamento, della purificazione.
- Però domandiamoci, ora, se il
tempo della purificazione possa comparire in tutti i gradi
possibili: dobbiamo rispondere affermativamente. Prendiamo
due uomini, uno che è del tutto assorbito dai piaceri
sensuali, la cui vita dalla mattina alla sera è piena di
tutti i piaceri possibili ed immaginabili che si possono
avere solo nel mondo fisico, dove sono disponibili i mezzi
per il loro soddisfacimento. L’intera sua interiorità si
identifica con il corpo fisico. Un uomo che in tale modo si
identifica con il proprio corpo fisico, avrà un’esistenza
piú difficile, dopo la morte, di chi già in questa vita,
attraverso gli eventi sensibili, vede ciò che è
sovrasensibile, animico-spirituale. Considerate qualcuno che
osserva un bel panorama o un’opera musicale. Proprio nelle
cose piú piccole, nelle meno importanti, l’uomo può
scorgere la manifestazione dello spirito. Scegliamo un bel
panorama o una bella opera musicale come esempio, perché
cosí la cosa si spiegherà piú facilmente. Chi nelle
armonie e melodie di un’opera musicale sente scrosciare
gli enigmi dell’eterno nel mondo, chi può far agire sulla
propria anima in un bel paesaggio i rapporti e le armonie
spirituali, già in questa vita fra nascita e morte si
strappa quale essere animico-spirituale a ciò che è legato
al fisico. E questo che traspare attraverso il fisico, che
viene percepito risonante attraverso il fisico, è un
possesso che ci rimane, e per il quale non dobbiamo
elaborare alcuna purificazione, alcun divezzamento; poi,
ciò che da noi viene abbandonato, è solo la veste esterna.
Riflettete per una volta nella vostra piú profonda
interiorità come, in un’opera musicale, si svela qualcosa
che è puramente spirituale. Si mette in rapporto con
manifestazioni sensibili nient’altro che ciò che in esse
è celato e che è penetrato attraverso il mezzo della
stessa manifestazione sensibile. È qualcosa che appartiene
allo spirito, all’anima, e che l’uomo dopo la morte non
ha bisogno di strappare via.
- Vedete che ciò che si deve
sopportare ha diverse gradazioni, e che queste gradazioni si
valutano nella misura in cui l’uomo si è identificato con
quello che soltanto può esperire, e godere, attraverso i
suoi organi, nel mondo fisico. Esiste, per cosí dire, una
prospettiva che certamente per nessun uomo ha bisogno di
essere una diretta realtà nel presente, perché non c’è
uomo in cui le condizioni di questa prospettiva si adempiano
completamente. Tuttavia è presente. Prendiamo un uomo che
dedica l’intero suo Io a ciò che può venire goduto
tramite il corpo fisico ed i suoi organi, in relazione con
il mondo esterno fisico, che si è del tutto perso in questo
mondo sensibile esterno, e che non ha alcun interesse a ciò
che animico-spiritualmente sta alla base di questo mondo
sensibile esterno: un uomo che sta sulla terra e si
identifica con ciò che rappresenta il suo corpo. Quale
sarà la conseguenza? Possiamo riconoscerlo se ricerchiamo
gli enigmi dell’essere umano in maniera piú precisa.
- Dobbiamo, se vogliamo fare ciò,
parlare di quello che l’uomo prende con sé come estratto
vitale. Che cosa compare da ciò che prende con sé come
estratto vitale? Da questo frutto della vita precedente l’uomo
costruisce la prossima incarnazione, il corpo della prossima
vita. Poi, ciò che appare come uomo che si sviluppa a poco
a poco, è il prodotto dell’ereditarietà. Tuttavia,
questi prodotti dell’ereditarietà sono in un certo qual
senso elastici. L’uomo non si fa edificare il proprio
corpo soltanto dalle caratteristiche dell’ereditarietà,
bensí, come in una corporeità elastica, lavora e tesse
ciò che ha apportato dalla vita precedente. E quando ci
chiediamo: qual è la conseguenza del fatto che l’uomo
vive, cosí, da incarnazione ad incarnazione? Possiamo dire:
ha come conseguenza ciò che possiamo chiamare il cammino di
perfezionamento dell’uomo attraverso le varie vite
terrene. L’uomo entrò nella sua prima incarnazione, al
suo primo ingresso nelle vite terrene, con forze che, in
confronto alle forze che oggi agiscono nella maggior parte
degli uomini, erano primitive. Quando entrò nella sua prima
incarnazione, l’uomo aveva solo poca forza animica
attraverso cui poter deviare l’animico dentro il corpo
fisico ed eterico. Godette cosí dei frutti della prima
vita, li prese con sé, e conseguentemente nella vita
successiva poté divenire un essere piú perfetto. Poi,
attraverso il fatto di essere in grado di aggiungere alle
forze limitate che aveva come primo essere, le esperienze
della vita successiva, l’uomo si è reso, fintanto che
prendiamo in considerazione queste forze, un essere terreno
chiuso in sé ed armonico. Ogni nuova vita ci appare ad un
gradino superiore. Qui, però, vedete due forze agire una
dentro l’altra. Dopo che l’uomo ha oltrepassato la porta
della morte, vedete l’estratto vitale, le forze della vita
precedente che vengono conservate per il futuro, e le forze
che possono rendere l’uomo sempre piú perfetto. Cosí, di
vita in vita, la forza dell’uomo che diventa sempre piú
perfetto viene potenziata. Tuttavia, al momento in cui l’Io
lascia il corpo fisico, vedete comparire delle forze che lo
incatenano di nuovo all’essere fisico passato. In effetti,
dopo la morte, l’essere umano è composto di ciò che
possiamo chiamare forze che fanno proseguire, e ciò che
possiamo chiamare forze che si formano dentro, che
ostacolano.
- Adesso consideriamo un po’
queste forze ostacolatrici di cui abbiamo parlato, e che l’uomo
dopo la morte deve strappare fin dalle radici. Se non
sopravvenisse nulla d’altro, l’uomo, dopo la morte,
sarebbe equipaggiato con ciò che ha portato con sé dalla
vita passata, per le forze apportatrici di frutti, per l’essere
futuro. L’uomo certamente si strappa da tutto ciò che lo
ha per cosí dire incatenato alla vita precedente, si
strappa da ogni soddisfazione e da tutti i piaceri. Soltanto
da una cosa non si può staccare. Un resto rimane. Questo
qualcosa che, dopo la morte, appare come una rimanenza, che
l’uomo deve strappare da sé, preparato fra nascita e
morte, non è presente quando l’uomo viene alla vita. Dopo
il suo ingresso nella vita, cresce all’interno del mondo
fisico, e le sue inclinazioni per il piacere del mondo
fisico si rappresentano come qualcosa che l’uomo
acquisisce nel corso di questa vita, che educa nel proprio
essere. Ora possiamo formarci delle rappresentazioni di
quello che l’uomo educa progressivamente nel suo essere:
è un qualcosa che non contribuisce alla sua evoluzione, che
addirittura renderebbe impossibile tale evoluzione, se fosse
consegnato solo e soltanto a queste forze. Poiché apporta
tutto ciò nella sua vita e poiché ha la possibilità di
venire raccolto dalla vita, la vita stessa fra nascita e
morte è ciò che le forze ostacolatrici portano dentro l’uomo.
C’è da una parte l’esperienza di vita che portiamo con
noi come frutto, e dall’altra vi è cementato assieme il
mondo fisico, che portiamo a noi in maniera duratura. È
ciò che vuole elevarsi da una parte al di sopra dell’incarnazione,
e che dall’altra ci riporta sempre in questo mondo,
fintanto che saremo tanto evoluti, che avremo superato
completamente, alla fine della nostra esistenza, tutto ciò
che apportiamo con il mondo fisico. In maniera duratura, l’uomo
ha una forza in sé che lo porta avanti, ed un’altra che
ritarda, ostacola. Vediamo cosí l’essere umano composto
di queste due forze: una che fa andare avanti l’evoluzione
ed una che la ostacola. Possiamo vedere nei particolari come
agiscono una dentro l’altra queste forze che fanno
progredire e che ritardano. Prendiamo come esempio dalla
vita umana, quella evidentemente fisica, l’occhio umano. L’occhio
è, come dice Goethe, «formato alla luce per la luce». Se
non avessimo gli occhi non vedremmo la luce. Ma se non vi
fosse la luce non vi sarebbero neppure gli occhi. La luce è
ciò che ha formato l’occhio. Attraverso il fatto che la
luce crea l’occhio, crea al tempo stesso un impedimento
all’evoluzione e alla corrente evolutiva, che è andata
avanti. Per il fatto che la luce in un grigio e lontanissimo
passato agí sul corpo umano, da essa scaturí quest’occhio.
In aggiunta, la forza che sarebbe stata altrimenti forza
vitale germogliante in un’altra direzione, dovette
ostacolare. Dopo che altre forze hanno agito a lungo, l’occhio
diventò maturo ad essere un organo che fa progredire l’evoluzione.
Vedete da tale esempio che gli
impedimenti, le forze che spingono indietro, sono
essenzialmente necessarie. Ora vediamo in che modo
meraviglioso tutto ciò è organizzato in questa vita umana
mentre sono presenti, da una parte le forze dell’evoluzione
che portano avanti, e dall’altra quelle che spingono
indietro. Queste ultime forze sono quelle che fondono l’uomo
assieme al mondo fisico, sono quelle che gli forniscono nel
mondo fisico, fra nascita e morte, gli organi attraverso cui
si appropria delle forze per progredire. Se non fossero
presenti queste forze ostacolatrici, l’uomo non entrerebbe
nella vita fra nascita e morte, e non crescerebbe dentro gli
involucri attraverso cui gli appare l’animico-spirituale.
Ora agisce attraverso la vita, che è creata dalle forze
ostacolatrici. Cosí l’uomo deve ringraziare le forze
ostacolatrici per i frutti del progresso.
- Si nasconde un grande enigma nel
fatto che, nella vita, le forze che fanno progredire devono
collaborare con quelle che ostacolano. Può dunque succedere
che l’uomo, nel suo essere, tenga la bilancia fra le forze
che fanno progredire e quelle ostacolatrici, o che in una
vita si leghi completamente con le forze ostacolatrici che
vengono prodotte nel corpo fisico, quale mezzo per il
progresso, ma che le consideri non come un mezzo, ma come
fine a se stesse, come un qualcosa solo per sé. In questo
caso, l’animico-spirituale dell’uomo viene strappato via
dall’intero progresso. Cade fuori, e ciò che sarebbe il
tempo del Kamaloka, il tempo del divezzamento, della
purificazione, che consiste nel fatto che l’uomo depone
ciò che nel piccolo lo lega al mondo fisico, diviene un
periodo assoluto. Questo si presenta a noi come qualcosa di
estremo. Siccome l’uomo mai si lega interamente al mondo
sensibile, perché egli si rende capace nell’animico,
nella sua interiorità, di sfuggire a tale prospettiva
estrema, scampa a questa possibilità. Ma se accadesse che i
suoi interessi non aderissero mai a ciò che traspare come
animico-spirituale – qui ciò viene posto come
prospettiva, irraggiungibile in questa vita – penetrerebbe
nelle forze operanti della vita, e potrebbe accadere che l’uomo,
con il suo essere deforme, si sottragga con il mondo
fisico-sensibile a tutto l’animico-spirituale. Prendiamo
in considerazione questo caso ed ora l’uomo, dopo la
morte, deve venire trasferito nel mondo animico-spirituale.
Non porta nulla a tale mondo animico-spirituale, se non una
invincibile propensione, un invincibile essere deformato da,
e con questo, mondo fisico-sensibile. Questo quadro
mnemonico ormai aderisce a questi e grava come un peso di
piombo. La sostanza materiale indurita, tramutata in
spirituale, l’uomo la porta dentro il mondo spirituale. È
indivisibilmente legata a quelle forze che frenano ed
ostacolano tutto lo sviluppo ed ogni evoluzione. Questa è l’intenzione
dell’essere infernale. Perciò, nella prospettiva piú
estrema, il tempo di purificazione si dilata a quello stato
in cui l’Io, senza alcuna comprensione per il mondo
animico-spirituale, è dipendente dalla sostanza puramente
fisico-sensibile, senza apportare alcuna comprensione per la
sostanza fisico-sensibile stessa. Questa comprensione per il
fisico-sensibile è sofferenza infernale nello spirituale,
anche se nell’essere sensuale forse è un piacere
sensibile infinitamente appagante.
- Ed ora cerchiamo di comprendere le
parole di Faust prima citate. Quando l’inviato infernale
lo vuole avere, cosa deve conseguire? Deve conseguire il
fatto che Faust non tragga fuori dagli istanti dell’essere
corporeo il germe per continuare l’evoluzione, ma in
questi istanti dell’essere corporeo deve godere in maniera
tale da volerli fermare in questa sua sensualità. «Se all’attimo
dirò: “Resta! Sei Bello!” allora sí, ti sia concesso
stringermi entro le tue catene». Questo è il patto che l’uomo
può concludere con le forze infernali, in modo tale da
legarsi alle potenze che ostacolano il progresso. Vediamo,
però, nel contempo, che le cose andrebbero diversamente
nell’evoluzione umana se queste forze ostacolatrici non
comparissero nella vita.
- La prossima volta, ricercheremo
com’era l’uomo quando apparve la prima volta in un corpo
fisico e da dove lo prese con sé. Ora sappiamo che l’uomo
è composto di forze che fanno progredire e forze che fanno
regredire. Se, quando l’uomo per la prima volta fece l’ingresso
nel corpo fisico, non vi fossero state forze ostacolatrici,
sarebbe rimasto in quella rappresentazione spirituale in cui
si trovava prima dell’incarnazione. Attraverso la
formazione nell’uomo degli organi dell’ostacolo, lo
spirito è penetrato nel sensibile, ha potuto portare con
sé i frutti del sensibile ed ha potuto progressivamente
arricchirsi. Le forze da cui sgorga il progresso sono le
stesse che ne devono formare gli organi. Devono porre
ostacoli ad uno sviluppo precoce, affinché ne sia possibile
uno posteriore. Nessuno ha il diritto di lamentarsi della
comparsa di ostacoli nella vita. L’elemento conservativo
è cosa buona finché è al servizio dell’umanità,
diventa un impedimento se diviene fine a se stesso. Cosí è
anche dopo la vita, nella morte. L’ostacolo è, dal punto
di vista dello spirito, il portatore piú elevato del
progresso. Se viene considerato fine a se stesso, o
utilizzato egoisticamente, è l’elemento embrionale dell’inferno.
Cosí ciò che è provenienza di tutte le facoltà umane,
può divenire fine a se stesso, embrione dell’inferno,
quando l’uomo vi si unisce al momento sbagliato.
- Ora capiamo la saga nordica. Dal “Nebelheim”
è sorto l’embrione spirituale per la cultura attuale. Ha
dovuto percorrere le antiche culture, ma ha dovuto uscirne,
per portarne i frutti nella incarnazione attuale. Coloro che
non utilizzano l’incarnazione attuale in senso spirituale,
si condannano a esser posti ad un gradino inferiore che era
alla loro maniera buono, che era pure un mezzo per il
progresso al loro tempo, ma che ora agisce ostacolando. Ciò
che un tempo era un mezzo per il progresso, diviene elemento
infernale quando si ferma nell’essere umano. Il “Nebelheim”
non fu mai dominato dall’elemento infernale. Gli elementi
buoni dell’uomo mantennero il “Nebelheim” fino al
tempo in cui si svilupparono.
- Vediamo cosí come bene e male,
inferno e paradiso, agiscano uno attraverso l’altro nella
vita umana, ed insieme sorgano da essa, come viene detto
nella citata poesia di Schiller. Il bene diviene elemento
ritardante e ostacolante, se non viene applicato nella
giusta direzione, come il fuoco è utile quando lo si
domina, quando può diventare fruttuoso, quando «si strappa
le catene ed entra sulla propria traccia». Nello stesso
modo, fanno la loro comparsa le forze infernali quando
entrano nella vita umana «sulla propria traccia».
- Cosí capiamo perché i grandi
spiriti hanno percepito o compreso tali grandi connessioni,
cosa che, pensata e percepita in uguale maniera, è ciò che
la Scienza dello Spirito pone di fronte alle nostre anime.
Oggi abbiamo posto l’elemento infernale come qualcosa di
necessario alla nostra vita e, conseguentemente, la prossima
volta faremo la conoscenza piú da vicino di quell’elemento
che ci apporta la luce sul tutto. Conosceremo, dal punto di
vista della vera Scienza dello Spirito, anche il lucente
elemento del paradiso. Ma già dalla conferenza odierna
siamo in grado di vedere che è giusto ciò che Dante(8)
dice nelle ultime strofe dell’Inferno. Dante
credette bene di dovere trattare per prime le forti forze
ostacolatrici nella vita, prima di formare una
rappresentazione di quelle forze che fanno progredire, in
cui si trovano la salvezza e tutto lo sviluppo umano.
Acquisiremo anche, per l’usuale vita quotidiana, punti di
appoggio su punti d’appoggio, se saremo in grado di
portare nel giusto equilibrio il regredire con il
progredire. Si mostrerà dove ciò che ostacola rischia di
divenire per l’uomo qualcosa di infernale, e dove si
dimostra buono nell’elevarsi alle forze che veramente
fanno progredire, come Dante lo raffigura quando si vede
menato a destra e a sinistra dalle potenze infernali sotto
la guida di Virgilio, ma che poi, uscito quale vincitore
sulle forze ostacolatrici, a lui, la cui anima viene aperta
alla luce, nel lontano firmamento, appaiono le stelle
splendenti.
Rudolf Steiner
(1) Paul Pochhammer
(1841-1916). Edizione de La Divina Commedia di Dante,
liberamente rielaborata da Pochhammer, 2a
edizione, Lipsia 1907, Prefazione alla prima edizione, p.
XV.
(2) Traduzione in versi del Faust di
Vincenzo Errante.
(3) Uomo, donna, bambino, Conferenza
tenuta a Berlino il 9 gennaio 1908, O.O. n. 56 (la stessa
della presente conferenza), non ancora tradotta in italiano.
(4) Francesco Redi (1626-1697), naturalista e
medico italiano, Osservazioni intorno agli animali
viventi che si trovano negli animali viventi, 1648.
(5) Aurelio Agostino (354-430), Le confessioni,
XIII libro, XXI capitolo.
(6) Giordano Bruno (1548-1600), monaco e
filosofo, morí nel 1600 sul rogo, vittima dell’Inquisizione.
(7) Moritz Benedikt (1835-1920), medico viennese
ed antropologo. Gli esempi sono tratti dalla sua
autobiografia Dalla mia vita, Vienna 1906.
(8) Dante Alighieri (1265-1321), La Divina
Commedia, ultime strofe dell’Inferno:
Luogo è là
giú da Belzebú remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista ma per suon è noto
d’un ruscelletto, che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo su, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi delle cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo;
e quindi uscimmo a riveder le stelle. |
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R. Steiner, L’Inferno, conferenza
tenuta a Berlino il 16 aprile 1908, O.O. n°
56, tratta dal ciclo La conoscenza dell’anima e dello
spirito, traduzione di Paolo Perper.
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