L'Archetipo Anno III n. 4, Febbraio 1998

Il racconto

I PANI DOLCI

I molti e venerabili racconti degli avi sulla vita degli eremiti di Dio nel deserto della Tebaide narrano spesso delle numerose e diverse tentazioni che il diavolo scatenava contro questi tribolati santi. Ma San Giovanni d'Egitto cita l'esempio di come persino la bontà di Dio conducesse uno di questi eremiti in tentazione.
A Eliopoli viveva un uomo facoltoso. Questi, pur senza condurre una vita veramente depravata, amava però le gioie di questo mondo. Frequentava il circo e le terme, gli piacevano le donne, ed essendo di natura pacifica e un po' pigra, nutriva una particolare inclinazione per i piaceri della tavola. Un giorno che, dopo un pasto copioso, colpito dai dolori si era dovuto coricare, la mano di Dio toccò questo buon uomo con tanta potenza che egli riconobbe con spavento la vanità della propria condotta e decise all'istante di vivere d'ora in poi unicamente per la salvezza della sua anima. Tosto cercò la frequentazione di pii cristiani, evitò le cattive compagnie e, con la grazia di Dio, subí un tale mutamento che fece voto di dire addio a tutti i piaceri del mondo e di trascorrere la vita da eremita penitente, nella rinuncia e nella preghiera.
Si ritirò dunque dalla città di Eliopoli nella terribile zona desertica, cercò una grotta in un luogo isolato e vi rimase. Dissodò con le sole mani un minuscolo pezzo di terra appena sufficiente, seminò una manciata di grano e di lenticchie e si nutrí dei miseri frutti di questo lavoro. Secondo l'esempio dei santi padri, non toccava cibo sino a che il sole era alto nel cielo e mangiava solo dopo il tramonto, e anche allora soltanto un po' di grano oppure lenticchie ammollate in acqua, e beveva da una sorgente lí vicino. Emulava i santi eremiti anche nelle preghiere, nei salmi e nelle penitenze.
A questi sforzi assisteva con soddisfazione un angioletto che con altri compagni si recava spesso in quella zona remota per badare agli eremiti. L'angioletto si compiaceva in modo particolare di quel penitente, e spesso gli stava vicino, invisibile, per ascoltarne i sospiri e le preghiere ed esser testimone innanzi a Dio del suo sacrificio e della sua devozione. L'angelo, dopo aver osservato in silenzio quel buon uomo per parecchi anni, alla fine si fece coraggio, si presentò davanti al trono di Dio e disse: «Conosco nel deserto un pio uomo che da qualche anno conduce una vita umile e povera per la tua gloria. Permettimi di recargli un po' di conforto a segno della tua grande bontà».
Allora il Signore chiese: «Che cosa fa questo eremita di tanto particolare, perché tu voglia renderlo piú felice degli altri?».
E l'angelo disse timidamente: «Egli è troppo umile e semplice nel suo buon cuore, per far qualcosa di particolare. Mi piace tanto!».
Il Signore sorrise e disse: «Va bene, ti consento di procurargli una gioia. Ma non me lo rovinare!».
L'angioletto intonò un canto di lode e si affrettò nel deserto dove dimorava il penitente. Il sole stava appunto tramontando all'orizzonte, e quell'uomo pio si accingeva a mettere in acqua una manciata di lenticchie secche. Allora l'angelo seppe improvvisamente quel che voleva fare, e volò via.
Quando, la sera dopo, l'eremita lasciò la rupe dov'era solito pregare, e che già recava l'impronta delle sue ginocchia, ed entrò nella grotta, gli salí alle narici un odore sottile, non piú sentito da tanto tempo. E sul tavolo di pietra trovò tre pani, bianchi come la neve, leggeri come la lana e dolci come il miele. Li annusò, li toccò, ne ruppe un pezzetto e se lo portò alla bocca. Allora sul suo viso si diffuse un quieto splendore, si inginocchiò, mangiò il primo pane e trovò che sapeva di miele. Il secondo sapeva di pesca, e sulla lingua e tra i denti era simile alla polpa delle pesche mature. Il terzo, che mangiò assaporandolo lentamente, aveva un profumo ancor piú squisito e il sapore dell'ananas. A questo sapore, il penitente cosí favorito sospirò piano, come in sogno. Il giorno dopo si dedicò alle sue pratiche con gratitudine. Ma verso sera guardò varie volte alla posizione del sole e, non appena il suo disco rosso si fu spento all'orizzonte, si affrettò nella grotta per dare un'occhiata al tavolo. E, guarda!, c'erano sopra altri tre pani, e sapevano di mela, di lampone e di cotogna. Il pane alla mela cotogna strappò all'eremita un altro sospiro. Il terzo giorno era appena passato il mezzodí, che l'eremita cominciò a rivolgere i suoi pensieri alla sera, e fu preso dalla violenta curiosità di conoscere di che specie sarebbero stati oggi i suoi pani. Ma riuscí a vincersi, pregò e si prostrò, ma non poteva non pensare continuamente ora alle fragole, ora alle pere, ora al burro fresco o al pollo freddo. Dopo il pasto non ebbe voglia di arrampicarsi di nuovo sulla roccia a pregare, pronunciò restando seduto una breve preghiera di ringraziamento e si coricò comodamente, dormí sino a giorno fatto sognando tutte cose da mangiare, alle quali non pensava piú da anni. La mattina si castigò, e decise di pregar Dio che non gli mandasse piú pani. Ma non ne fu capace, e si convinse che sarebbe stata un'ingratitudine. In compenso decise, la mattina, che quel giorno non avrebbe mangiato nessuno dei pani. Poi, a mezzogiorno, cedette un poco, e si ripropose di mangiarne uno soltanto. La sera ne mangiò due. Il terzo, di cui aveva assaporato solo il profumo, lo lasciò intatto, e andò a coricarsi. Ma quella notte poté dormir poco. Dopo un'ora si alzò, diede un'occhiata al pane, lo prese in mano e lo posò di nuovo. E di nuovo, dopo un'ora si rialzò, fermamente deciso a mangiare quel pane. Ma era sparito.
Cominciarono giorni duri. A volte gli riusciva di lasciare intatto un pane o anche due, a volte li mangiava tutti, e mai era soddisfatto di sé. Ma con quel cibo gli erano tornati il sangue sulle guance e la forza nelle membra. Sognava mense colme di vivande scelte, dolce vino di Cipro, bagni tiepidi e profumati. Finí per trascurare sempre piú lavoro e preghiera, per l'intera giornata non faceva che desiderare il tramonto e trascorreva lunghe pigre ore sdraiato sul giaciglio. L'angioletto vide con accoramento quel che aveva combinato. Togliere del tutto i pani al penitente non osava, perché quello non disperasse della bontà di Dio. Ma a volte gli lasciava un solo pane celeste, a volte soltanto mezzo, e quanto peggio l'eremita si comportava, tanto piú scarso e cattivo era il pane che trovava ad attenderlo la sera. Per quell'uomo non c'era ormai niente da fare. La nostalgia per la vita del mondo lo aveva assalito con violenza, e alla fine la tentazione vinse. Prese con sé due pani e si mise in marcia per ritrovare la città di Eliopoli e la bella vita di un tempo.
L'angioletto vide ciò con orrore, volò al trono di Dio, confessò tutto e piangendo si gettò ai piedi del Signore.
L'eremita intanto camminava alacremente, pieno di desiderio, muoveva i piedi come se danzasse e aveva la testa colma di soavi immagini. Ma a poco a poco fu stanco, e la sera fu contento di vedere alcune capanne in cui vivevano altri penitenti cristiani. Entrò da loro, li salutò e chiese ricovero. Essi lo ricevettero fraternamente, gli offrirono acqua e noci, mangiarono con lui e poi gli chiesero da dove venisse. E poiché egli raccontò della sua vita e apparve loro come un grande santo, gli dimostrarono profondo rispetto, chiesero la sua benedizione e tennero edificanti discorsi. Egli ascoltava angosciato, poiché nascondeva in cuore tutt'altri pensieri. Tuttavia dovette dar conto di sé, e mentre narrava loro la sua lunga vita nel deserto, si accorse con tristezza di quanto vicino era stato a Dio, e di quanto ora se ne era allontanato.
Alla fine uno dei fratelli, un giovanotto, gli chiese consiglio e disse: «Aiutami, caro e pio padre. Non nutro altro desiderio che di portare a Dio un'anima incontaminata. Ma sono ancora giovane, e a volte la tentazione e la concupiscenza mi assalgono. Tu che da lungo tempo hai vinto tutto ciò, dimmi: come posso sconfiggere questi assalti?».
Allora l'eremita scoppiò in lacrime, si accusò e confessò ai fratelli tutto quel che gli era accaduto. Essi lo consolarono, pregarono con lui, lo fecero restare qualche giorno in mezzo a loro e, quando lo lasciarono, era un uomo ancora una volta salvato, che si recò senza indugio nella sua grotta, espiò e tornò a una santa vita. Non trovò piú i pani e dovette di nuovo coltivare col sudore della fronte il pietroso campicello. Ma l'angelo gli stava accanto invisibile, e quando fu giunta la sua ora portò in cielo la sua anima liberata, cantando lodi a Dio.

Hermann Hesse

H. Hesse, Leggende e fiabe, Newton Compton Ed., Roma 1992


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