L'Archetipo Anno III n. 3, Gennaio 1998

Il racconto

Queste pagine sono dedicate in particolare ai piú piccoli, perché possano accogliere in sé immaginativamente la vita delle cose che popolano l'universo.

UNA STELLA MOLTO SPECIALE

La stella cui era serbata, quella notte, cosí straordinaria avventura, ardeva insieme con le altre nei firmamenti sereni, quando si sentí accanto un largo battere di ali che essa riconobbe subito per quelle, splendide fra tutte, dell'Arcangelo Gabriele, messaggero di Dio. E la voce di lui, sonora e bellissima, proferí queste parole: «Esulta, o fortunata fra le stelle, poiché Dio ti chiama al Suo cospetto». La stella lo seguí, piú che mai felice, piú che mai luminosa, passando veloce nell'aria celeste, in mezzo alle sorelle che la miravano con mille e mille occhi d'argento. Quando fu innanzi al Signore, le parve di annegare, come una misera gocciolina, in quell'oceano di luce. Pure udí la gran voce divina, soave e dorata come un giorno di maggio, che diceva: «Questa è la notte, memorabile nel tempo e nell'eternità, in cui i Sapienti della Terra vengono ad adorare il mio Figliuolo che ha voluto nascere, povero e bambino, fra gli uomini. Ma nel buio che è grande a quest'ora in quel povero mondo laggiú, essi stentano a riconoscere la strada. Scendi tu, dunque, o argentea, tu cui diedi un cuore simile al cuore degli uomini, cammina innanzi a loro nella notte, e fermati alfine nella capanna ove giace il mio Figliuolo, e diffondi su tutti e su tutto un lume di cielo. A ognuna di queste parole, la stella si accendeva sempre piú e ardeva e scintillava come se entrasse in lei, a onda a onda, la luce di quel mare senza fine. Quando Iddio tacque, essa partí mandando raggi e baleni; passò rapida fra le stelle che, accorrendo da ogni parte dei cielo, facevano ala al suo passaggio, stupite del suo nuovo fulgore e della sua inaudita missione; poi, preceduta e seguita da uno stormo di angeli musicanti, scese verso la Terra, la quale, da quell'altezza, si scorgeva appena appena, laggiú. La luna che, pove retta, era nel suo ultimo quarto, restò abbagliata del tutto. Di lí la stella scorse i Re Magi che venivano avanti a fatica nel deserto, bruni e piccoli come formiche. Punta da una compassione che non aveva mai provato nei cieli, e lieta di ubbidire a Dio, essa si lasciò piovere giú con la dolcezza che hanno soltanto le cose celesti; e poi, fermatasi a mezz'aria, cominciò a scorrere, blanda e raggiante, innanzi a loro. Non si vide mai al mondo viaggio cosí fantastico. Alessandro, Cesare e Annibale con tutti i loro soldati, i cavalli, gli elefanti; i re e i sacerdoti d'Egitto fra le piramidi e le sfingi; Atene con le colonne e le statue d'oro; tutte le mera viglie e gli splendori del mondo impallidiscono di fronte a questa carovana che a un tratto si accorse di non camminare piú, ma di volare sulle orme della stella. Né i magnifici Magi vestiti come l'arcobaleno, né le centinaia di paggi e di servi, né i poveri cammelli carichi di doni e vettovaglie, toccavano piú la vile terra coi piedi. lI deserto si stendeva, malinconico e basso, sotto di loro. Un immenso fiume fu sorvolato con un senso di deliziosa frescura: l'aria sembrava, in quel punto, avere le ali. Un monte, alfine, fu superato con un piú ebbro volo. La mèta era vicina, ormai: si sentiva venir su dalla Terra un ridere di fonti, una nenia di pastori, un trepestío e tintinnío di greggi in cammino. La stella avrebbe voluto fermarsi a vedere un po' come erano fatti quei re e quei pastori; ma un vento irresistibile e pur dolce trascinava via via anche lei, ora, verso il suo destino. Come fu sopra la capanna, quella celeste aura venne meno come per incanto; la stella si fermò brillando di una luce ancora piú viva; e poi calò giú, simile a un fiore piovuto dal cielo, sul povero tetto che era trasparente per lei come un sottile cristallo. Allora essa vide finalmente il Bambino, e non ebbe piú curiosità di altro che di Lui, della Madonna, di San Giuseppe, e di quanto accadeva intorno a loro. Il Bambino giaceva nella mangiatoia, su un mucchietto di fieno, in mezzo all'asino e al bue che lo guardavano anch'essi con occhi lucenti d'amore. La stella non si saziava di mirarlo: le pareva impossibile che il Creatore dell'universo si fosse ridotto a prendere, in una povera capanna, quelle piccole forme umane. Come era leggiadro, tuttavia!... I suoi occhi, memori ancora dei cieli, largivano felicità a chiunque li mirasse. Le sue piccole mani use a guidare gli astri nelle azzurre vie dello spazio, si baloccavano con un filo di paglia. La Vergine si chinava ogni tanto su di lui, sorridendo e vezzeggiandolo con mirabile grazia: e la stella si stupí che quella mamma fosse ancora cosí giovinetta. San Giuseppe ora accorreva anche lui presso il Bimbo, ora si precipitava verso l'uscio per vedere chi mai venisse con tanto strepito di voci e di campani. A un tratto la stella, senza distogliere lo sguardo dal Bambino, vide entrare i tre Magi: Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. L'uno accanto all'altro, essi si avvicinarono alla mangiatoia, camminando a passettini brevi come quelli dei bimbi; si inginocchiarono profondamente sullo strame, fra l'asino e il bue; e poi, levatisi in piedi, si chinarono, piangendo di commozione, sul dolcissimo Bimbo che li guardava e sorrideva. «Di questo fantolino diceva Gaspare si parlerà fino al tramonto dei secoli». E Baldassarre, pensoso: «L'ho sempre detto io che la nostra sapienza sarebbe stata un giorno confusa da un bambino!» E il vecchissimo Melchiorre: «Ora che l'ho veduto, posso anche morire». Un momento dopo, entrò un gruppetto di servi carichi di doni l'uno piú prezioso dell'altro: oro, incenso, mirra; e ricche vesti e tappeti; e frutti e fiori dei loro paesi. «Siamo stati un'ora in Paradiso» disse Melchiorre. Ma era il mattino, ormai: contro l'orlo delle colline biancheggiava l'alba. La stella sentiva che, compiuta la sua missione, avrebbe dovuto tornarsene in cielo; e pure, col desiderio, ritardava la partenza; e guardava, non mai saziata, quell'incomparabile Bimbo che portava il cielo in Terra. Infine essa si sentí come avventata in alto, salí sfolgorante per il cielo e riprese il suo posto ai piedi del Signore. Ma il pensiero del Bambino che aveva per tanto tempo mirato negli occhi le dava un continuo e veemente desiderio di tornare dove era Lui, di rivedere i pastori, gli agnelli, e tutti gli uomini e tutte le cose che Egli amava: di essere, insomma, come Lui, una creatura terrestre. La prima volta che passò di lí l'Arcangelo Gabriele, fu lei a pregarlo che la conducesse ancora una volta innanzi al Signore. Egli la accontentò volentieri, con prontezza e cortesia; ma, quando essa fu di nuovo lassú, nel mare della luce e della bellezza, non riuscí a mettere fuori nemmeno una parola, tanto era insieme confusa e beata, tanto si vergognava di quanto aveva potuto desiderare nel suo povero cuore. Per fortuna parlò, in vece sua, il Signore; e parlò con quella bontà che è un vano sogno quaggiú fra noi: «Ben conosco il tuo struggimento, figliuolina prediletta. E ho già pensato a te, destinando a tua sede la Terra che ami come la ama il mio Figliuolo, anzi gli alti e puri monti di essa. Non sarai creatura umana, perché potresti dispiacermi. Sarai un fiore, un innocente fiore; e gli uomini ti chiameranno stella alpina, indovinando che vieni dal cielo». Appena Dio ebbe detto ciò, la stella, con un senso di liberazione e di letizia, si sentí sciogliere tutta in fiori come un ciliegio nel vento d'aprile. La mattina dopo, le vette delle Alpi erano come seminate di un nuovo piccolo fiore. Gli agnelli, pascendo allegramente nei prati solatii, lo fiutavano, sorpresi, e vi sentivano odore di cielo. Le sorgenti, piene di luce ancora piú che di acqua, cantavano felici nel sole. I figliuoletti dei pastori, sdraiati supini nell'erba con accanto i primi mazzolini del nuovo fiore, miravano assorti il cielo sereno.

G. Zoppi
da "La leggenda della stella alpina" in Le leggende del Ticino, S.E.I., Torino 1952


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