Poesia

Vestali che sacrificano alla
Dea Vesta assisa in trono
Roma, Villa Albani
Il frusciare dei pini che interrompe
l’immortale silenzio, vasto fiume
guadato a tratti da uno slancio d’archi.
Sull’arpa d’oro toccano celesti
arcane dita, modulando lievi
l’ipate fonda al cui richiamo vibra
ogni foglia sul ramo, e si perpetua
la vita che abbandona a sogni eterei
zolle feconde, e il rettile dismette
l’esuvia antica per la nuova spoglia.
Invisibili corde. Poi nell’aria
un tinnire di sistri, quasi argento,
sorprende chi percorre questi luoghi
in sospese vertigini, rovine
private d’ogni orpello, forme che
denunciano spietate l’ansia umana
d’eternità ridotta alla sua essenza,
materia riportata dai millenni
alla sua disadorna inconsistenza.
Strutture che si sfaldano nell’atona
sterile putre di trascorse glorie.
Pure, qui ci fu amore, il piú tenace,
forse il piú vero, l’incontaminabile,
quello che ardendo tace, si consuma,
la brace piú brillante, piú nascosta.
E nel giardino incolto, richiamando
la passione del sangue, che si stempera
immolando la febbre dei suoi palpiti
sull’altare di caste abnegazioni,
il fuoco del papavero si spegne
sul nitore del marmo, poco a poco.
Non diversa riemerge dal passato
la tua voluta sorte, ti rivela
nel momento fatale della scelta:
se l’infula costringe al suo candore
la tua fronte devota e la recinge,
irradiante un sorriso segna il volto
già improntato al sublime. E tu rivivi.
Nei vortici del vento, tra i muschiosi
ambulacri e vestiboli, risuona
tuttora l’alta voce del Pontefice
che ti consacra al culto della Dea
fino all’ultimo anelito dei giorni
tuoi dedicati a mantenere sempre
viva la fiamma, in fedeltà silente.
«Te amata capio!» Ancora quell’auspicio
si risente echeggiare e dileguarsi,
onda per onda, in rapidi sussurri.
Oh, potesse, Publicia, uguale incendio
del quale ardevi divampare in noi,
nel vuoto degli effimeri precordi
dove incostante si rifugia il cuore,
grumo incapace d’estasi, e piú forte
emanare da dentro, illuminarci.
Come l’ignota linfa che ravviva
la rosa porporina sulla pietra,
o la purezza estrema cui sa attingere
la ninfea per sbocciare immacolata
e bianca, fiore a fiore, dal fangoso
torbido impluvio aperto ad ogni pioggia,
stellata, prodigiosa creatura.
E in questo giorno ventilato e chiaro,
intorno propagare le innocenti
fragranze che si sciolgono al respiro
di mille eterizzate infiorescenze.
Come vegliando presso il focolare
sacro di Vesta, in fervida preghiera,
unito al denso aroma dei cipressi,
esalavi notturno dalla bocca
l’inviolabile incenso del tuo fiato.

Fulvio Di Lieto

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