Antroposofia

Dopo aver esaminato in precedenza il valore e il significato del corpo e dell’anima per l’entità umana, passeremo ora a considerare quale importanza abbia il fatto che l’uomo, oltre che corpo ed anima, è anche Spirito. Diciamo subito che questa questione è piú difficile delle altre due, perché l’umanità moderna ha perso la consapevolezza dello Spirito. Nei primi secoli del Cristianesimo la nozione della tricotomia, cioè della triplice divisione dell’uomo in corpo, anima e Spirito, era un fatto acquisito di tutte le coscienze; poi, nel nono secolo, la Chiesa ripudiò lo Spirito e stabilí il dogma che l’uomo è composto solo di corpo e di anima. Questo dogma, con l’andar dei secoli, agí profondamente nelle coscienze umane e vi cancellò la consapevolezza dello Spirito. Perciò oggi non si può parlare senz’altro dello Spirito, dato che la maggior parte degli uomini ignora completamente che cosa esso sia e non lo sente piú agire e vivere in sé. L’uomo del tempo nostro, se vuole acquistarsi una se pur limitata conoscenza spirituale, deve prima per propria forza interiore riconoscere se stesso quale Spirito. Chi compie questo decisivo passo sulla via della sua autoconoscenza, è maturo per accogliere l’antroposofia, cioè la Scienza dello Spirito.
E che cosa è l’antroposofia? «È una via di conoscenza che tende a congiungere lo Spirito che è nell’uomo con lo Spirito che è nell’universo». Vedete, perciò nessuno può essere antroposofo se non s’avvede prima dello Spirito che è nell’uomo, perché questo è il punto di partenza di ogni altra conoscenza spirituale.
Non riconoscere se stessi come corpo, è impossibile. Il corpo fa sentire il suo peso. Riconoscere se stessi come anima, è facile. L’anima fa sentire il suo tumulto di sensazioni. Riconoscere se stessi come Spirito, è difficile. Questo riconoscimento è già un atto dello Spirito.
Sforziamoci di riconoscere l’importanza e il significato della realtà che abbiamo cosí tratteggiata.

Per mezzo del corpo noi siamo nel tutto.
Per mezzo dell’anima il tutto è in noi.
Per mezzo dello Spirito siamo il nulla nel nulla.

Ma questo è quel “nulla” in cui Faust spera di trovare la realtà suprema. Ciò si esprime meravigliosamente nello spirito della lingua tedesca:

n - Ich - t

Il nulla dello Spirito contiene l’Io. Ciò significa che nel corpo e nell’anima siamo come gli Esseri creatori ci hanno fatto, ma nello Spirito non possiamo che autocrearci. Lo Spirito è eterna autoctisi, incessante creazione di se stesso.
Leggiamo la terza parte della Pietra Fondamentale.

Anima umana,
tu vivi nella quiete della testa
che dagli eterni fondamenti del mondo
ti dischiude
i pensieri universali.

Due cose dobbiamo rilevare su queste parole scultoree. L’una è che l’uomo trova per la prima volta se stesso come Spirito nella sua attività pensante. La seconda è che lo Spirito lo fa vivere negli eterni fondamenti del mondo. Diciamo dunque:

Il corpo determina l’esistenza spaziale dell’uomo.
L’anima determina l’esistenza temporale dell’uomo.
Lo Spirito determina l’esistenza eterna dell’uomo.

Prima di tentare di acquistarci una comprensione di ciò che significhi esistenza eterna, dobbiamo porre la questione: in che modo l’uomo trova se stesso come Spirito nella sua attività pensante?
Non possiamo di certo ora rispondere a questa domanda in modo esauriente. Possiamo soltanto richiamare l’attenzione su La Filosofia della Libertà. Il terzo capitolo di questo libro dimostra l’importanza del pensiero per la comprensione del mondo. La conoscenza del mondo dev’essere fondata su un punto fisso, che è rappresentato dalla stessa individualità umana. L’uomo osserva le cose del mondo. Da ciò sa che esse esistono, ma non sa l’intimo senso della loro esistenza. Non si può dunque fondare una conoscenza del mondo basandola sulle cose. Bisogna prima trovare un oggetto il quale ci dica non solo che esiste, ma anche il come e il perché della sua esistenza. «Tale però sono io stesso – cosí sta scritto nella Filosofia della Libertà – quale essere pensante, in quanto dò alla mia esistenza il contenuto preciso e completo in sé dell’attività pensante».
Nel pensiero e solo nel pensiero l’uomo è presente quale Io, cioè quale essere che di continuo si autocrea e quindi sa non solo che esiste, ma anche il modo reale in cui esiste. Perciò piú avanti leggiamo: «È dunque indubitato che col pensiero noi reggiamo il divenire del mondo per un lembo, dove senza la nostra partecipazione nulla si produce». E nel quinto capitolo dedicato alla conoscenza del mondo: «In quanto abbiamo sensazioni e sentimenti (e anche percepiamo), siamo singoli, in quanto pensiamo, siamo l’essere uno e universale che tutto pervade».
Ora, questo essere uno e universale che tutto pervade non è altri che l’Io, cioè lo Spirito dell’universo.
L’uomo è Spirito solo in quanto è “Io”. Le parole che abbiamo lette come citazioni de La Filosofia della Libertà sembrano supremamente ardite, perché all’uomo dell’età materialistica manca il senso dello Spirito. Noi dobbiamo cercare di acquistarci una comprensione di quelle parole.
L’uomo è corpo, anima e Spirito. Per il fatto che ha un corpo, è collocato nello spazio e vive nel mondo esterno. Il corpo gli dà la visione della realtà distesa spazialmente fuori di lui. Per il fatto che ha un’anima si trova inserito nel corso del tempo e vive in un mondo interno. L’anima gli dà la visione della realtà che col ritmo del tempo fluisce attraverso di lui. Corpo ed anima producono la divisione della realtà in mondo esterno e mondo interno. L’uomo ha le cose fuori di lui e le rappresentazioni, i sentimenti delle cose dentro di lui. Perciò la realtà gli appare come mistero cosmico, dato che non può trovare alcun nesso capace di congiungere i due mondi, quello esterno e quello interno. Cosí nell’uomo si forma il convincimento che la realtà non può esistere che nell’una o nell’altra di queste due forme: o come oggetto dello spazio esterno o come impressione temporanea dell’anima. L’uomo non conosce nessun’altra forma di realtà. Eppure c’è una forma di realtà che non si presenta né come mondo esterno né come mondo interno, e questa realtà è lo Spirito. Questa forma di esistenza spirituale che non è toccata dallo spazio e dal tempo, che non conosce la distinzione del fuori e del dentro, che è eterna, è propria dell’Io.
Qui sorgerà la prima difficoltà, perché verrà spontaneamente da obiettare che è proprio l’Io che crea la distinzione tra mondo interno e mondo esterno, tra Io e Non-Io.
Ciò però non è che un’illusione umana che deriva dal fatto che all’uomo manca ancora la vera e propria esperienza dell’Io. L’uomo non conosce finora che il suo io inferiore personale legato al suo mondo interno. Questo io non è che un illusorio prodotto luciferico. La Filosofia della Libertà ci dà il concetto del vero Io umano, come l’Iniziazione può darcene l’esperienza.
La vera natura dell’Io (che è la natura dello Spirito) è tale da eliminare ogni distinzione fra soggetto e oggetto. Ciò sembra un paradosso di dimensioni cosmiche, ma l’uomo deve trovare la verità superando questi abissi della conoscenza. Nello Spirito non vi è la dualità prodotta dallo spazio e dal tempo, dal mondo esterno e dal mondo interno, vi è soltanto “l’essere uno e universale che tutto pervade”. Perciò l’uomo che ha la vera esperienza del suo Io (di quell’Io cioè che nell’Iniziazione viene chiamato l’Io superiore) e dice “Io sono”, non riferisce tali parole a un sé personale e nemmeno a un oggetto qualsiasi del mondo, ma ad una realtà spirituale che gli si rivela in quel momento e che trascende ogni determinazione di spazio, di tempo, di fuori, di dentro.
Sappiamo che quest’Io superiore dell’uomo è il Cristo stesso. Nella Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis troviamo scritto: «Filii, quantum a te vales exire, tantum in me poteres transige» (Figlio, di quanto sei capace di uscire da te, di tanto potrai trapassare in me). Un capitolo (“Del vero Io dell’uomo”) dell’opera del Dottore La soglia del mondo spirituale ci dà il vero senso di queste parole. Ivi ci vien detto che l’uomo non può elevarsi al suo vero Io, se prima non abnega completamente la sua personalità, se per forza propria non rinuncia al suo pensare, sentire e volere. Si eleva all’Io, soltanto chi nel vero senso della parola rinuncia a se stesso.
Qui sorgerà la seconda grave difficoltà di comprensione, contro la quale ha naufragato anche il pensiero di Leone Tolstoi. Si dirà cioè che se la realtà è quale qui viene descritta, la vita nell’Io significa l’annientamento di qualsiasi esistenza individuale. Leone Tolstoi afferma appunto che non può essere diversamente, che nell’Io l’essere umano non si sente piú come uomo, ma solo come umanità e che perciò solo diventando umanità ci si può congiungere con il Cristo (Vedi: L. Tolstoi, La vera vita).
Simili concezioni derivano dalla difficoltà obiettiva che incontra lo Spirito umano che vuole acquistarsi una comprensione della natura dell’Io. Bisogna poter elevarsi al pensiero che l’Io, secondo la sua vera essenza,
è tanto sopraindividuale che sopranonindividuale. Esso abbraccia il singolo e il tutto in una realtà superiore. Perciò l’Io non significa annientamento dell’individualità, come non significa esclusione dell’extraindividualità. L’Io sta in una sfera superiore in cui questi concetti non sono piú valevoli. La realtà è conformata in quella superiore sfera dello Spirito (il Devachan piú alto) in modo da trascendere le determinazioni di mondo esterno o mondo interno, tra corpo e anima, tra Io mio ed Io altrui che valgono nelle sfere inferiori dell’esistenza.
Questa è l’eternità. Spazio e tempo si congiungono in modo da formare con l’essenza spirituale delle cose un essere unico. Sopra la spiritualità, vi è la divinità. L’uomo spiritualmente evoluto non chiede la spiegazione di tale arcano. Egli si prosterna davanti al sublime e in tale atto sente la sua elevatezza.
L’universo esce dall’eternità e ritorna all’eternità. Questo è il senso dell’evoluzione. Anche l’uomo partecipa a quest’evoluzione. L’uomo discende e poi risale. I gradini della discesa sono rappresentati da Saturno, Sole e Luna. La Terra non è piú discesa e non è ancora ascesa. Essa segna il punto di svolta.

Alla svolta dei tempi
la Luce dello Spirito dell’Universo
fluí nel corso degli eventi della Terra.
Cosí fu vinto il regno notturno delle tenebre
e la piena Luce del giorno
irraggiò nelle coscienze umane.

Queste parole accennano in maniera possente al Mistero del Golgota. Noi sappiamo dalla Scienza dello Spirito che ad un certo momento l’evoluzione discendente dell’umanità si è trasformata in una vera e propria caduta. Ciò per il fatto che in questa evoluzione sono intervenuti i cosiddetti Oppositori, Lucifero ed Arimane.
Gli Dei avevano dato all’uomo corpo e anima, cioè la consapevolezza del mondo esterno e del mondo interno. Ma corpo (cioè mondo esterno) significava visione degli Spiriti creatori dell’universo, e anima (cioè mondo interno) significava obiettivo riflesso interiore di questi esseri. Poi intervennero gli Oppositori; Lucifero s’impossessò dell’anima e Arimane s’impossessò del corpo.
Dopo di allora l’anima non fu piú l’obiettivo riflesso del mondo esterno, cioè degli Esseri spirituali, e il corpo non offerse piú la visione della possente divinità dell’universo.
Nel mondo interno, per opera di Lucifero, l’uomo poté sentire solo se stesso, e nel mondo esterno, per opera di Arimane, non vide piú la manifestazione delle Gerarchie superiori, ma trovò dei mezzi per realizzare i propri fini personali. Questo è il senso della caduta: avulsione dell’anima dalla realtà cosmica e usurpazione del regno del mondo per fini egoistici antispirituali.
La caduta sarebbe stata irrimediabile, se il Mistero del Golgota non avesse offerto un pareggio. Dopo di allora l’umanità si trova al bivio, perché viene rispettato e conservato il caro acquisto della caduta, la libertà. Per grazia del Cristo l’uomo può risalire il corso della sua evoluzione, se però rifiuta tale grazia continua nella sua spaventosa caduta. Perciò fino al Mistero del Golgota, l’evoluzione fu unica; dopo quel Mistero diventa duplice e si spezza in una linea che risale e in una linea che continua inarrestabilmente il moto discendente.

Fortunato Pavisi (5.)

dalla conferenza La Pietra Fondamentale – “L’uomo quale Spirito” tenuta a Trieste il 22 febbraio 1948