Leggende

Quando Reggio Calabria, come tutte le altre città d’Italia, era immersa nel culto degli Dei pagani, una sera approdò nel suo porto una nave alessandrina che veniva da Malta ed era comandata da un centurione: essa portava a Roma alcuni prigionieri che venivano dalle province d’Oriente ed erano condotti alla capitale per essere giudicati dall’Imperatore.
Reggio quella sera era in festa ed il magnifico tempio di Diana Fascelide, stupendo per i suoi candidi marmi, splendeva tutto illuminato.
Per questo i viaggiatori della nave alessandrina scesero a terra. Fra loro v’era un uomo dal viso emaciato, ma espressivo, con due occhi sfolgoranti che mettevano soggezione a guardarli.
Sceso in mezzo ai soldati sulla spiaggia, quel prigioniero si portò davanti al tempio e, salito sulla scalinata, con voce tonante ed impeto irresistibile, si mise ad arringare la folla.
Immediatamente tutti si raccolsero attorno a lui e, poiché annottava, levarono in alto le fiaccole, per vederlo in faccia.
Il predicatore parlava di un nuovo Dio, giusto e sereno, padre degli uomini, piú potente di Giove e di Apollo, il quale aveva mandato nel mondo il suo unico Figliuolo per insegnare la fratellanza e l’amore reciproco, liberare gli schiavi, sollevare i poveri e i reietti, consolare gli afflitti e per chiamare i buoni, dopo la morte, alla gloria dei cieli.
La gente ascoltava attratta dalla nuova parola, ma quando il predicatore affrontò gli Dei pagani e li chiamò falsi e bugiardi, i sacerdoti gli si scagliarono contro intimandogli il silenzio.
Il prigioniero allora, in mezzo al trambusto generale, gridò con voce vibrante, che superò il vocío discorde:
«Ascoltatemi ancora un poco, quanto durerà questo mozzicone di candela».
Egli aveva nelle mani appunto un mozzicone di candela non piú grande di un dito: lo accese e lo posò sopra il capitello di una colonna che sorgeva lí vicino.
Intervenne il centurione:
«Lasciatelo pure parlare: costui è un visionario di una setta che è sorta di recente a Gerusalemme e che adora, come Figlio di Dio, un uomo condannato qualche anno fa al supplizio della croce. È proprio di questo che deve rispondere all’Imperatore, perché egli è cittadino romano: altrimenti a quest’ora non sarebbe piú qui a predicare.
E il prigioniero si rimise a parlare: era calata la notte, e dal mare, che si rompeva sulla spiaggia, veniva un vento fragoroso che faceva vacillare la piccola candela accesa sulla colonna: le parole del predicatore esaltavano la bontà di Cristo, la Sua pura vita, la Sua dolorosa morte e la mirabile Resurrezione.
In disparte, i sacerdoti pagani, fremendo, guardavano la candela che dava gli ultimi guizzi e già si rallegravano, quando avvenne il miracolo: un colpo di vento, dal mare, scosse la fiamma moribonda e l’agitò, la piegò sullo stelo di marmo ed improvvisamente questo prese fuoco come un pezzo di legno spalmato di catrame. Una maestosa fiamma si levò stridendo dalla pietra ed illuminò i volti della folla: bocche semiaperte dallo stupore, occhi brucianti d’ansia, lacrimanti. La parola del prigioniero continuava a diffondersi potente e pareva che spalancasse i cieli, che facesse tremare le mura del tempio pagano.
Allora la folla ruppe in un urlo di terrore, e tutti caddero in ginocchio, convertiti. Quel prigioniero era San Paolo. Ancora oggi, a Reggio, fra i cimeli piú antichi e venerati, viene mostrato il troncone di una colonna, la cui sommità è come un pezzo di legno tratto da una fornace.

Leggenda calabrese narrata da
Marina Spano

da Leggende regionali italiane, Edizioni Principato, Milano 1965