Esercizi

Vi sono individui che ad un certo momento dei loro studi sui testi della Tradizione o della Scienza dello Spirito iniziano a provare un forte interesse o impulso a quanto di tali testi tratta di discipline interiori. Perché si pongono o iniziano a porsi la questione di come volgersi alla certezza della partecipazione cosciente e diretta a quel Principio da cui l’uomo trae origine e significato e che deve trovarsi alla radice della realtà, essendo cosa alquanto diversa dal sentirsi apparentati a qualcuna delle correnti conoscitive di indirizzo spirituale, rimanendo però chiusi tra i limiti di una uniforme coscienza sensibile arricchita soltanto da una maggior ampiezza di impressioni suggestive e di opinioni dottrinarie.
In alcune anime esiste una piú profonda aspirazione di ricollegarsi a qualcosa che sia rigorosamente non soggetto proprio alle vicissitudini personali ed alla continua caducità di quanto scorre dentro e fuori di noi, ovvero a quel turbinante flusso di pensieri, sentimenti e sensazioni che tuttavia forma l’unico apparente mondo della nostra comune esperienza. Esperienza che si profila nel suo insieme piuttosto logorante e breve e che può apparire persino tragicamente insensata.
Alla luce della razionalità, un essere che non sia soltanto transitorio e sensibile non è seriamente concepibile, poiché il bambino nel suo destarsi alla vita non sembra possedere ancora un Io ed il vecchio nel suo sonno di morte sembra perderlo.
L’esperienza di una coscienza che superi concretamente questi stretti confini è impossibile all’intelletto, quando questo, tra nascita e morte, si dirige soltanto verso le percezioni sensibili ed i loro interiori riflessi, perché esse si presentano impermanenti, divenute, passate. Tutto ciò che per l’uomo ora sembra esistere, poi puntualmente desiste, smarrisce.
Per diverse anime può essere sufficiente approdare, con passiva fiducia, ad una appagante quantità di spiegazioni espresse in ambiti morali o rituali e fondate su generiche verità universali: essendo per esse bastevoli a lenire l’angoscia della vita terrestre e le contraddizioni dell’anima. Quest’ultimo vasto caso necessita di un chiarimento. Qui non si intende affatto negare che credenze, accolte passivamente, siano anche false o totalmente ingiustificate. Non è questo il punto. Per noi, ad esempio, è cosa ben diversa subire una esistenza oltre la vita sensibile dal collegarsi coscientemente alle forze che sono al fondamento dell’esistere non dopo la necessaria morte fisica ma propriamente al di là o al di sopra di qualsiasi morte.
Questo è il senso degli impulsi e delle finalità di un impegno assunto in tempi remoti da molti ricercatori. Nel farsi dei nuovi giorni, il mezzo logicamente essenziale alla continuità dell’impegno può dirsi riassunto nei risultati dell’ascesi proposta dalla Concentrazione, attuata secondo un canone derivato necessariamente dalla situazione delle forze spirituali attive nell’uomo occidentale e contemporaneo.
Lo spiritualismo contemporaneo è di massima l’ombra riadattata di decaduti splendori, il tradizionalismo non potendosi considerare come qualificato a parte, poiché attinge all’antico, non all’origine, e si rivolge al moderno, ossia a ciò che per il suo stesso giudizio è alterato e profano.
Perduta la percezione dello Spirito, spenta la percezione dell’Anima, all’uomo comune, come al filosofo, è rimasta l’esperienza unidimensionale del corpo fisico-sensibile, con le sue sensazioni, sentimenti e pensieri, ossia con la sua interiore eco: la psiche.
L’illecita supremazia del corpo sensibile non viene nemmeno presentita dalla moltitudine dei moderni indicatori che promuovono questa o quella Via, partendo dalla situazione corporea che, dinamizzata fuori dallo Spirito, può soltanto aprire le porte a forze ed esseri appartenenti alla sottonatura, perciò alle infinite forme della medianità, spesso capace di forza ed intelligenza ma sempre agente di contaminazione, corruzione e asservimento.
L’incontro con le opere di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, le uniche nel panorama moderno capaci di sostenere da sé la propria fondatezza, rende possibile l’operazione solare, poiché permette di evitare o di superare l’errore di attivarsi partendo dalla psiche, ovvero dalle sensazioni e dal corpo, offrendo i mezzi per afferrarsi all’unico organo dell’entità umana cosciente che sia ancora virtualmente indipendente dalla subíta inversione gerarchica dei suoi veicoli sottili, perciò libero anche dall’anima e dal corpo sensibile: il pensiero.
Impresa inizialmente tutt’altro che facile, poiché è intuibile che il familiare pensiero ordinario è solo il calco o l’ombra della Luce viva che è il vero pensiero. Quella che si usa indicare come la “Via diretta” o “Via del Pensiero”, poiché sgombra da mediazioni che non appartengano al proprio essere, non procede mai senza massicce difficoltà, lungo un inarrestabile asse verticale. Il guasto strutturale della costituzione umana non può non opporsi, ad ogni livello di conquista, a ciò che la Concentrazione porta sempre in sé: la temporanea coerenza reintegrativa al proprio Principio.
Anche quando si sia fatta propria, mediante retto pensiero, una congrua e persuasa rappresentazione della occulta struttura umana da cui derivi di necessità l’opera ascetica della concentrazione del pensiero, come accennato, la psiche corporea tenterà ogni possibile attacco per distogliere il discepolo dall’esercizio o dal continuare ad insistere nell’esercizio. È una lunga battaglia che verrà vinta da chi si rivelerà, sul campo, piú forte o piú resistente.
Il corpo sguinzaglia tutte le possibili sensazioni, la psiche usa il pensiero sottomesso per suscitare una marea di immagini ed associazioni autonome, e l’ego, sostituendosi al soggetto, ci conculca il suo ritornello preferito: «Io non ce la faccio». Occorre comprendere, senza sgomento, che lo schiamazzo di questo forsennato serraglio c’era già prima e noi ci vivevamo dentro, ignari: ora che cominciamo ad esserne fuori è soltanto divenuto percettibile.
È uno scontro inevitabile, e non si evita, anzi può farci capire, almeno in momenti di sincerità con noi stessi, che ogni ostacolo rende manifesta la nostra reale situazione interiore che di solito è debole, effimera e al contempo piú vera della solita autorappresentazione assolutoria e della posizione culturale e sociale che valutiamo possedere nel mondo. Questa esperienza piú o meno giornaliera dovrebbe portare, negli individui ancora capaci di moralità, una prima lezione veritiera che ridimensiona di molto non soltanto i sentimenti di orgoglio e potenza, ma anche l’amatissima considerazione con cui reggiamo noi stessi ed i nostri fatui vezzi.
Per superare gli ostacoli, l’unico “sistema” che vale è continuare a fare la Concentrazione. Nessun individuo normale, andando per la prima volta alla British School dice a se stesso “Io non imparerò mai l’inglese!”, e per la Concentrazione vale lo stesso criterio: si inizia e la si apprende col farla. L’analogia con la scuola di lingue può valere anche per il tempo dedicato alle discipline interiori. All’inizio e per molto tempo dedicare pochi minuti giornalieri è soltanto una burla.
Si racconta che al grande Ramakrishna bastava il fiato di pronunciare la parola samadhi per abbandonare il mondo sensibile e trasfondersi nella Coscienza Divina.
Se il ricercatore non è Ramakrisna, può seriamente pensare che un evanescente tentativo di pochi minuti sia sufficiente per compensare e superare la passiva inerzia nei confronti dell’alterità del dato sensibile che ci incanta lungo tutta la nostra vita cosciente? Non stiamo facendo delle microascesi una questione d’orologio, ma solo di indecenza logica.
Certamente la Concentrazione è anzitutto una questione di intensità, ma anche l’intensità si apprende progressivamente e si potenzia con una pratica alquanto serrata. Come qualsiasi apprendistato di questo mondo. Sostenuti da una lunga esperienza, si consiglia (come nello scritto riguardante gli esercizi ausiliari) di tentare l’esercizio della Concentrazione almeno due volte al giorno, oppure, con audacia maggiore, tante volte al limite della possibilità. Quasi all’opposto del meditare, per fare la Concentrazione non esistono mai ostacoli assoluti, siano essi interni o esterni, perché richiedono all’operatore soltanto piú forza e determinazione. La disciplina della osservazione del pensiero dovrebbe diventare nell’anima una forza elementare, anche se liberamente e deliberatamente voluta volta per volta, non meno potente di quanto nella sfera della necessità lo sono il sonno, la fame ecc., seppure di opposto segno.
Se la Concentrazione è stata svolta in tono minore, stemperato, nulla ci vieta di ripeterla, immagine dopo immagine con un piú accurato rigore formale. È anche possibile ripercorrere l’esercizio invertendo la successione delle parole e delle immagini, iniziando dalla fine. Questa inversione di un percorso familiare e spesso consolidato è difficile e ci costringe ad un maggior sforzo e ad un’attenzione intensificata.
Purtroppo, nelle pratiche occidentali non vige, come nello Zen, l’uso della sonora randellata sulla schiena del meditante, somministrata dall’istruttore attento quando la pratica scivola nel sopore.
Chi si sente spregiudicato e coraggioso, faccia molto ed eviti lo sciame di regole e tabú che nel tempo, come spettri di paura, hanno avvolto la disciplina interiore.
In anni lontani, amici antroposofi di Friburgo ci raccontavano con molta serietà come la Concentrazione dovesse durare al massimo tre minuti, che nella maturità piena poteva giungere a cinque mentre sei minuti erano troppo pericolosi!
L’intensificazione quasi ossessiva della Concentrazione trasporta la sua capacità (essenza dinamica) verso centri sottili che per la coscienza di veglia corrispondono al sogno ed al sonno. Stati di coscienza solitamente opposti alla lucidità della veglia che possono, quando la Concentrazione ripetuta satura i corpi sottili, elargire all’asceta opportunità preziose.
Ad esempio, quando la consapevolezza di sé si risveglia dal sogno nell’ambito del sognare, si diventa capaci di fare una Concentrazione eccezionale perché attuata fuori dai rigidi e riduttivi vincoli corporeo-terrestri. Anche il risveglio dal sonno inizia ad offrire nuove possibilità; la coscienza comune può dire soltanto “prima dormivo e non c’ero e ora ci sono”. L’asceta invece comincia ad essere presente all’attimo del risveglio e può, senza soluzione di continuità, passare dal sonno ad una coscienza concentrata portando, in questa la perfetta potenza vuota del sonno, silenzio assoluto, impersonalità ed altro ancora.
Chi vuole capire a fondo l’essere della Concentrazione si faccia un grande favore: legga e rilegga con attenzione testi come il Trattato del Pensiero Vivente o L’uomo Interiore di Massimo Scaligero, e se sente per sé il bisogno di regole allora applichi la predeterminazione all’esercizio, costringendo perciò l’ego e rafforzando il volere.
Contraddicendo un poco quanto si tenta di esprimere con questi scritti, ovvero che solo la Concentrazione sviluppa concentrazione, da cui deriva che qualsiasi supporto ad essa ne riduce la pura forza, ci siamo spesso giovati nei primi anni di pratica anche di un altro esercizio occulto chiamato “attitudine alla volontà”. Questo esercizio è un potente stimolo alla sfera del volere e non va eseguito insieme alla Concentrazione. Questa è la tecnica: immaginare se stessi nel momento precedente lo scatenamento di tutta la forza fisica di cui si è stati capaci per sollevare da terra un pesante oggetto o per piegare una barra di metallo oppure (varianti) il mantenersi appesi ad un appiglio sul vuoto con una presa tenuta oltre ogni ragionevole sopportazione. Il succo dell’esercizio è questo: percepire e trattenere l’impulso alla forza, astraendo dal significato sensibile delle immagini evocate. L’esercizio, ripetuto e protratto, obbliga la coscienza desta a lasciare che l’impressione di energia precedente la sua trasformazione in un atto determinato, scenda per vie sottili nelle sedi del volere e da queste sino alla corporeità (che si modifica percettibilmente), divenendo stato interiore che sostiene con maggior forza e stabilità l’assetto animico di chi fa la Concentrazione.
Vi sono molti argomenti e osservazioni che andrebbero trattati ancora: per portare alla superficie della coscienza i tanti ostacoli che sotto di essa pregiudicano la positiva azione delle discipline fondamentali. Poiché il pensiero che sia solo voluto potrebbe avere cittadinanza nell’entità umana ma di solito viene ignorato, fiaccato e abortisce. Non ci stancheremo di ripetere che quel “solo voluto” anche se ancora mediato da una minima struttura formale (immagine), lo separa nettamente da qualsiasi altro moto, seppure nobilissimo, dell’anima, poiché educa l’uomo alla eccezionale capacità di osservare il pensiero stesso.
Osservare il pensare è, come dice Rudolf Steiner ne La Filosofia della Libertà, l’esperienza «piú straordinariamente importante di quante egli [l’uomo] ne possa fare», essendo una libera attività in cui la forma prende come contenuto il proprio essere: collaboriamo per la prima volta nel divenire della coscienza alla formazione di un’essenza che non dipende da altro, ovvero che esiste per se stessa ed è perciò la prima realtà non relativa della nostra ricerca. «Viene conquistato cosí un punto fisso, dal quale si può con fondata speranza muovere verso la spiegazione di tutti gli altri fenomeni del Mondo».

Franco Giovi

Immagine: da Lo specchio della saggezza rosicruciana di Theophilus Schweighadt, Francoforte 1618