MetaFisica

Ci avviciniamo alla soglia, al limen della nostra realtà fisica. Già i primi barbagli e suoni di ciò che vive al di là, oltre la barra, ci segnalano quale oceano immenso e sconosciuto muove le sue correnti, agita onde e creature ignote. La Scienza dello Spirito, le dottrine esoteriche e misteriche, una certa letteratura metafisica e poetica vi hanno accennato da tempo. Ma ora, anche la scienza positivista comincia ad adombrarne l’esistenza. Si prospettano mondi contigui al nostro, dimensioni parallele, e nuovi sofisticati strumenti tecnologici, calcoli audaci di fisici e astrofisici, ipotizzano vite diverse oltre la nostra. L’infinito non è piú lo smisurato deserto iperuranio, bensí un universo popolato da presenze ed essenze, una realtà a portata di mano, prima o poi tangibile, compenetrabile. Lo illumina una luce che viene oggi analizzata secondo canoni inediti. Si tratterebbe di un’energia non elettromagnetica che è stata definita dagli addetti ai lavori “elettrodebole”, anche se poi debole non risulta essere, giacché, deducono, essa opera nei corpi celesti la fusione nucleare. Alcuni cosmologi sono andati oltre, rivoluzionando il concetto del valore di “c” costante, che è il simbolo della velocità della luce elettromagnetica, quella che illumina la nostra realtà fisica, e che è alla base di tutte le equazioni con le quali si misurano corpi e fenomeni cosmici, costituenti l’universo a noi noto. Variando invece nei procedimenti di calcolo il valore di “c”, si perviene a formulazioni sorprendenti, che annullerebbero quanto finora è stato considerato definitivo: la curvatura dell’universo originata dal big bang e i concetti di spazio, tempo e materia. Secondo le teorie di nuovo conio, una luce piú veloce di quella che rischiara il mondo avrebbe provocato all’inizio dei tempi una espansione o esplosione cosmica, una cosiddetta “inflazione”, originando “dal nulla” materia ed energia.
Come sempre, la scienza razionalistica perviene a interpretazioni arbitrarie. Queste nuove teorie giungono a ritenere la cosiddetta luce elettrodebole come promotrice della vita. Mentre al contrario essa si situa al termine della parabola discendente che porta la materia a disgregarsi e ad essere riassorbita in una sfera metafisica da cui riemergere per rientrare nel ciclo vitale. E ritorniamo quindi alla volontà che mosse per prima quella luce, al dato base di cui la scienza atea insiste a non voler prendere atto. «Sia fatta luce!», e la luce fu. Enigma che fin dai primordi affascina gli uomini di ogni grado e conoscenza e che variamente essi cercano di penetrare e comprendere.
Da sempre la luce affascina. È simbolo cosmico della divinità, l’antagonista delle tenebre. Cosí la consideravano i Persiani, Ahura Mazda contrapposto ad Ahriman, signore dell’ombra e dell’oscurità, angeli contro dèmoni, nel dualismo che governava le antiche cosmogonie. Per i Babilonesi la luce è il dio Shamash, colui che illumina il mondo, rischiara l’universo astrale, sconfigge il male del buio e riceve le lodi di tutte le creature viventi. Identificata col Sole, la luce animava il culto del Faraone eretico Amenophi IV, Ekhenaton, che offrendo ad Aton i simboli di Maat, la dea della Verità, recitava: «Bello tu appari sotto la volta del Cielo. Tu, vivido Sole delle origini, ora colmi di bellezza tutte le cose del creato».
Nel binomio Luce-Spirito originò la dottrina di Mani, che parlava di tre epoche del mondo: la creazione, la mescolanza di luce e tenebra, la finale separazione della luce dalle tenebre che prevede il suo ritorno al mondo ultramaterico dove si riunirà alla luce delle origini. La stessa di quei Giardini di Luce in cui le anime dei giusti, purificate, verranno accompagnate da tre angeli per ricevere l’abito luminoso e le corone, ghirlanda e diadema, quali ricompensa alla loro conquista del Bene assoluto.
È interessante notare come in quasi tutte le cosmologie esoteriche e mistiche la luce cosiddetta “prima” o “delle origini” non venga mai identificata con quella del Sole e della Luna, che figurano successive alla Luce che venne suscitata dal Creatore il primo giorno della sua opera. Esse sono quasi fiaccole che vivono di riflesso a quella luce vera, sorgiva, ma indefinibile.
Secondo la tradizione cabalistica, il Creatore nascose quella luce pura e intangibile, capace di muovere a vita la materia inerte. «Gli uomini devono accontentarsi del Sole e della Luna, luci che un giorno svaniranno. Ma la Prima Luce, che dura in eterno, sarà il dono per i giusti alla fine del tempi». Con quella Luce il Cristo si elevava sul Tabor e ascendeva al Cielo dopo la sua Resurrezione. È il Nirvana del Gautama, la manifestazione di Vishnu per gli indú, è Nur per l’Islam e Awr per l’esoterismo ebraico e rappresenta l’ascoso etere primigenio. Pneuma e pleroma, soffio ed essenza della divinità che incessantemente si manifesta attraverso le molteplici forme create e ricreate.
«La luce è l’essere segreto delle cose e degli enti. La materia essenziale delle cose è la luce. Ma la materia essenziale, matrice spirituale di tutto ciò che appare, non è la materia che appare. …La luce incontra nella materia i gradi della sua caduta e in ogni punto si dona e si estingue per la resurrezione di ciò che cadde»(1). Questo da un Maestro dello Spirito.
Quanto a poeti e scrittori, ecco l’opinione di un artista letterato: «Quando i misteri sono grandi, si nascondono nella luce. L’ombra è soltanto uno specchietto per le allodole»(2). Con questa iperbole provocatoria, molto prossima alla verità, il poeta e scrittore provenzale Jean Giono apriva anni fa uno dei suoi tanti libri con ampio commento fotografico, il suo hobby dell’anima. Il volume riguardava la Camargue e si avvaleva della maestria tecnica e percettiva di un grande fotografo della natura, Hans W. Silvester. Alla geniale boutade del pur fervido autore de L’Ussaro sul tetto, si potrebbe obiettare che, a dirla con Goethe, la luce in rapporto al suo spettro è neutra, non ha contenuti di sorta, neppure tonalità cromatiche. Essa, secondo una legge di azione e reazione, interagisce con la materia che la riceve e la riflette, estraendone la gamma inesauribile delle sue facoltà specifiche, vuoi molecolari vuoi chimiche, per cui ogni oggetto si esprime in un’identità irripetibile.
Al delta acquitrinoso del Rodano la luce fermenta nelle pozze, sfaglia sotto gli zoccoli dei cavalli selvaggi, s’incrina al sibilo del vento tra le dune sabbiose e i relitti trascinati dalle correnti marine e fluviali. È catalizzatrice di una vita primitiva e indomita, allo stato embrionale. La stessa dipinta sulle pareti della grotta paleolitica di Lascaux, con mandrie sgroppanti, figure evanescenti in linee fuligginose e tracce di minio. In quelle forme stinte e già assorbite dal vacuum dei millenni c’è il mistero della primordialità terrestre, in cui l’uomo è quasi elemento spurio, soggetto per sopravvivere a continui confronti con la natura e le altre creature.
L’abilità percettiva del fotografo e la capacità intuitiva dello scrittore sono riuscite a cogliere nel paesaggio abbacinato e forte di umori l’entità spirituale che governa quel luogo in cui «…i colori sono la modificazione della luce. È affatto errato credere che Goethe intendesse per luce quella concreta luce solare che generalmente si chiama “luce bianca”. …La luce, quale Goethe la intende, contrapponendole la tenebra come suo opposto, è un’entità puramente spirituale…»(3).
La stessa operazione percettiva e descrittiva trasposta in uno scenario armonizzato dalla civiltà, costruito su canoni di un ordine trascendente, benché materico nella sua resa visiva, ha portato artisti diversi per cultura e formazione a sceverare da questa luce puramente spirituale, oltre agli elementi esteriori, il principio ideale che ispira e regge l’esistenza naturale delle cose nella sua globalità. Ecco allora Michelangelo estrarre dalla materia bruta della pietra essenze di luce imprigionate, forme che egli vi intravvedeva e che tentava di liberare affinché esistessero nella loro identità. E Raffaello, pervenuto alla suprema abilità di rivelare dalla neutralità di quello spettro luminoso, attraverso la resa cromatica di dipinti e affreschi, tutta la sostanza del Verbo che, latente ma occulto, attende che l’uomo colga la sua sostanza e la faccia propria. Ecco Fidia immergere il suo scalpello nel torrente di luce gravido di misteri e carpirne l’essenza da trasfondere nei marmi del Partenone. Il vuoto della tenebra colmarsi del fluido eterico e disvelare le forme. Mentre altre pietre, come travertino e arenaria, ottundono la luce che le investe, quasi fossero spugne avide di chiarore, il marmo pentelico col quale Fidia lavorava è la luce stessa interita nel minerale bianchissimo. Tagliandolo, l’artista tesseva una serica rete entro la quale il genio della luce veniva catturato e in quella gabbia di raggi vibranti eternamente cantava, comunicando agli uomini parte di quei misteri che il vate della Camargue riteneva vi si celassero. La grandezza di Fidia è in questa sua capacità di immergersi profondamente nel fluire della luce e di aver dato al marmo l’esaltazione della propria virtú organica, sublimandola. Le Cariatidi dell’Eretteo lo testimoniano. Il loro sguardo è fisso da sempre in quel divino scorrere e trascolorare. Eternamente vive. «Come se spartendosi il mare/svelasse un altro mare/e questo, un altro, e tutti e tre/insieme, un indizio/di tanti altri mari/che nessuna terra circoscrive/– e il mare facesse da sponda a se stesso – : /questo, tutto questo è l’Eternità»(4).
Ci fu un’epoca felice in cui gli uomini dediti all’arte, nelle sue varie espressioni, erano in grado di penetrare il naos delle forze plasmatrici che reggono la perfezione armonica dei canoni archetipici, potevano sollevare le cortine al di là delle quali i segreti della dinamica, della statica, dei volumi, la sapienza della policromia pittorica, della musicalità poetica retta dalla scansione metrica, erano rivelati nella loro affinità con quelli cosmici e naturali. I Greci dell’età classica, ad esempio, conservavano ancora il dono di frequentazione di quei misteri in maniera elettiva. Le loro statue di quella felice età non hanno bisogno di puntellamenti, di appoggi solo in apparenza decorativi ma nella realtà pietosi stratagemmi di supporto per forme che altrimenti barcollerebbero. I Romani avevano del tutto perduto quel favor Dei. Fidia ebbe in pieno quel talento gratuito e ne fece buon uso. Visse e fece vivere la bellezza nel periodo cui diedero il nome di “secolo d’oro”, ne fu artefice e protagonista insieme alla nobile e geniale compagine di cui facevano parte Pericle, Aspasia, Socrate, Euripide e Platone. Nel fulgore del giorno pieno i marmi del Partenone, animati dalla luce-non luce, ne evocano le figure. Il vento che soffia tra le colonne e gli architravi ne sillaba i nomi.
Cosa rimane di questo grande scandagliatore del mistero della luce? Mentre Michelangelo e Raffaello sono ampiamente documentati in esiti espressivi e segni storici, delle opere di Fidia restano lacerti sparsi qua e là nel mondo: i fregi del Partenone a Londra e nella piana di Olimpia i rocchi, plinti, fregi e stipiti del gran tempio di Zeus, affastellati senza vita. Anche l’immensa statua crisoelefantina del re degli Dei, una delle meraviglie dell’antichità, gemella di quella di Atena sulla Acropoli, spogliata da vandali invasori, trafugata, svenduta, finí bruciata in un incendio a Costantinopoli. Di notte, sul mare di rovine marmoree ad Olimpia, reliquiario di questo grande artista, brillano le lucciole, si ode il verso della civetta cara ad Atena, la vergine che tutto sa e tutto rivela. Entro i quadrati di alcuni ruderi, poco distanti dallo stadio dove si svolgevano i giochi olimpici, archeologi tedeschi a fine Ottocento individuarono la bottega del sommo scultore. La certezza che quei locali, di cui restavano solo le mura perimetrali, avessero udito i colpi di scalpello suoi e dei suoi aiutanti, fu data dal rinvenimento di una rozza ciotola di argilla sul cui fondo una mano aveva inciso le parole “appartengo a Fidia”.
Forse, in un domani molto distante da noi, il soffio del tempo, l’energia che incessantemente distrugge e ricrea, cancellerà la Pietà di Michelangelo e le Stanze di Raffaello. Come è già avvenuto per i portenti realizzati da Fidia secoli addietro. Nulla di umano, per quanto eccelso, si sottrae a questa norma. Ma l’avere, da parte di alcune anime vocate, fissato lo sguardo senza tema nel fuoco in cui si forgiano i misteri, in quello spettro radiante che, pur non contenendo in sé vita, forme e colori tuttavia genera, plasma e dipinge la realtà del mondo, consente a noi tutti, ora e per sempre, di sapere quanto cammino abbiamo percorso dalla prima luce che fu e quanta strada ci resta da fare per unirci all’altra che ci attende e già riverbera, priva di ombre e dolore, al di là della Soglia.

Ovidio Tufelli

(1) M. Scaligero, La Luce, Tilopa, Roma 1964, pag. 7.
(2) J. Giono, Camargue, Ed. La Guilde du Livre, Losanna 1960.
(3) R. Steiner, Le opere scientifiche di Goethe, Ed. Bocca, Milano 1944, pag. 213.
(4) E. Dickinson, Carte vive, trad. Giovanni Bonalumi, archivio Prezzolini, Lugano 2001.

Immagini:
– Raffaello «Trasfigurazione» part.,  Pinacoteca Vaticana
– «Cavalli selvaggi» foto di H.W. Silvester dal volume Camargue di Jean Giono
– Fidia «Eretteo con Cariatidi», Acropoli di Atene