Poesia

C’è un punto della notte, di qualunque
notte vegliata, che si tiene incerto
in bilico sull’arido crinale,
tra il rimpianto del giorno che passò
nell’oro fuso del tramonto e l’ansia
per quello atteso di cui tarda l’alba.
C’è una notte dell’anno equidistante
tra la gloria d’estate fatta cenere
e quella che da questa sorgerà
verde e piú viva ritornando aprile.
Ne dà promessa un fermentare occulto
nella terra interita e nuda, e in noi
fonda e remota una speranza arcana,
poiché Egli sta senza parola, immobile
chiuso e raccolto nella sua potenza
germinatrice. Nella muta stasi
mai fu sonno piú desto e rutilante
di bagliori stellari, di rugiade
nell’incantato aprirsi di magnolie
dai candori di neve. Nel silenzio
mai fu voce piú alta ad innalzarsi
benché rappresa nell’informe ganga

dell’ottusa materia. E da quel suono
è tutto un diramarsi di radici
che vanno a figurare pentagrammi
su cui memoria antica fissa l’inno
della terra felice che ormai libera
si erge in mille rami, pullulante
di linfe acerbe, prorompenti e tese
verso l’amico di ogni vita, il Sole.
E ancora e sempre sarà luce, e noi
attoniti, leggeri sosteremo
ai margini fioriti delle fonti,
delle acque rinate, sciabordanti
lungo le anse dei fiumi, in riva al mare.
C’è un punto oscuro in ogni cuore umano,
il buco nero dove scivolarono
galassie di certezze trascendenti
perdendosi nel vuoto. Qui discende
l’aura del Verbo che dissolve il buio
creando portentose primavere
sotto cieli pulsanti di comete.
E l’uomo nuovo sa da quale amore
prendono ali il tempo e la sua storia.

Fulvio Di Lieto