Costume

Spunta a fatica il giorno, sul frastaglio
scuro dei tetti palpita un accenno
di luce rosa, timido balugina,
propagandosi lento, con gli stridi
delle folaghe in rotta verso il mare.
Seguono il fiume come noi le strade.
Distilla dalle gronde lacrimosa
un’alba fredda, scorre lungo i muri.
Intirizzisce dentro una fioriera
di resina stampata una violetta
che rimpiange i tepori della serra;
grazie all’immaginario della specie
sogna verdi brughiere soleggiate
in compagnia di margherite e crochi.
Sotto un livido cielo claustrofobico,
attraverso il reticolo dei rami,
riesce appena a disegnare scarna
la sua anima nera, solitario,
l’olmo piantato al centro della piazza.
Muti robot, di là dalle vetrine
a media luz i manichini intrecciano
improbabili amori espressi con
positure spezzate, sguardi persi
in una fissità senza risveglio.
A poco a poco si ridesta invece
la città, riprendendo con piú lena
a celebrare fasti sibaritici;
ostenta distaccata nonchalance
nell’esalare i suoi corrotti umori.
Il gestore del bar, grande officiante
di culti libatori e gastronomici,
mugola a bocca chiusa “La Paloma”
mentre impila cilindri di monete,
banconote a mazzette, riverisce
con ogni gesto la divinità
cui tributa servile devozione.
Piú tardi recherà la propria offerta
al “dio rotondo” presso i santuari
delle banche funghite un po’ dovunque.
Lí, in uno sfarzo di moquette e marmi,
tra quozienti, rialzi e provvigioni,
osserverà la sola religione
praticata dagli uomini di oggi.
Piú avanti si riattiva un altro tempio:
il prete delle Fratte apre il portale
della sua chiesa e sveglia il mendicante
imbozzolato dentro un sacco a pelo
sui gradini bagnati dalla guazza.
Alcuni vagabondi, rannicchiati
poco distante dal sagrato, sciolgono
lentamente le membra dopo il sonno
rimediato con ruvidi giacigli
di cartoname e fogli di giornale.
All’interno, ghiacciati nel rigore
del marmo antico, santi e cherubini
rivolgono pupille indifferenti
a quella degradata umanità,
impotenti a risolverne i problemi.
Ci vorrebbe la manna dell’Altissimo
per dare cibo all’anima ed al corpo
dei derelitti. Ma non sa donare
l’azienda clericale che assistenza
sotto forma di un piatto di minestra.
E il Verbo si è ridotto a litania
nel mattutino recitato in fretta
dai monaci, rifugge il vaniloquio
degli sbandati, o l’orrida afasia
dei loro allucinati straniamenti.
Ma ecco sferragliare l’ansimante
carretta dei monatti, operatori
cosiddetti ecologici: raccolgono
dalle vie trasformate in mondezzai
gli avanzi dei rituali fescennini,
dei sabba discomusici, lattine,
mozziconi, reperti innominabili
vomitati dai night sui marciapiedi,
rigurgitanti sacchi di rifiuti
dei restaurant d’élite qui accomunati,
dismessa l’arrogante supponenza,
con quelli popolari dei fast-food.
Il gap sperequativo fra le caste
concreta nel pattume l’eguaglianza.
Tanto prefiguravano le istanze
del progressismo socio-comunista:
di livellare tutti quanti in basso.
E giú stiamo cadendo, ricchi e poveri,
nella vasta palude amalgamante
le identità, le anime diverse,
la dignità, la vergine innocenza.
Si vive e lotta per denaro e sesso.
Le figlie proletarie minorenni,
imitando i cliché statunitensi,
lasciano le borgate, si precipitano
a ballare sui ‘cubi’, nude e crude:
maliziose e lascive si dimenano
aizzando le smanie degli ossessi,
la libido fiaccata dallo stress
nei manager che sniffano à go-go
la cocaina o ingoiano pasticche
per tornare virili e assaporare
estasi nevrasteniche, pompate.
Gli istinti scatenati nei ritrovi
si sfogano a cavallo di una moto
– e qui l’ebbrezza della morte supera
ogni altro piacere trasgressivo –
o ispirano delitti ai sado-maso
che sgozzano le acerbe Salomè
dopo averle stuprate e seviziate.
Siamo alle Piane di Gedrosia, cuore,
un esercito in rotta, tormentato
dal nostos del ritorno, dai rimpianti.
Tutto deserto intorno, e non sappiamo
perché partimmo, e cosa cercavamo
nelle battaglie sanguinose: regni,
conquiste illimitate, conoscenza,
dominio sulle cose della Terra,
sugli uomini e i misteri trascendenti,
oppure l’affrancarsi dagli dèi,
divinità noi stessi diventati
padroni d’immanenti realtà.
Ritornare, ma dove? Isso è lontana,
sbiadita rimembranza, Babilonia
emerge dai vapori del simun
con promesse d’oblio e disfacimento.
Dimenticare le rovine, e come?
Passammo la natura a ferro e fuoco,
a fil di spada la purezza e il canto,
l’innocenza tradita, vilipesa
l’armonia sotto i cingoli dei carri.
Non basta tutto il vino dei califfi
né le carezze delle cortigiane:
la memoria ci inchioda: ricordiamo.
E lentamente muore il sogno in noi
bruciato dalla strina del rimorso.
Cosí lasciamo al nulla delle sabbie
serti, bottini, labari e trofei,
svendiamo a poco prezzo le virtú
insieme alle medaglie dell’onore.
Tra poco in questi spazi, ai crocevia
che segnano l’urbana geografia
del gran bazar che rutila e seduce,
rinnovata Babele consumistica,
ci daranno speranze i ‘gratta-e-vinci’;
e favole posticce, transitorie,
in ossequio ai dettami dell’effimero,
acquisteremo da atelier e boutique,
vestendoci di lusso e stravaganza.
E i nipoti dei guru e dei mahatma,
dimenticando il sé impersonale,
il samsara del karma, la dottrina
della suprema vacuità, il nirvana,
venderanno accendini e fazzoletti,
caldarroste al cartoccio, incideranno
i nomi dei passanti sopra un chicco
di riso, la tariffa rapportata
al numero di lettere tracciate.
Signore, ascolta il grido che si leva
dall’uomo chiuso nell’angusta gabbia
creata da superbia e tornaconto,
orfano di maestri e guide vere,
abbarbicato agli idoli e ai feticci,
incapace di attingere dall’Io
l’unica forza destinata a eludere
le mille insidie cui soggiace l’anima.
Per salvarci da Sodoma e Gomorra,
come a Lot indifeso manda gli Angeli,
che vengano coi loro glauchi sguardi
saettanti e temibili, o dolcissimi,
nei passi certi, a prenderci per mano
e aiutarci nell’esodo dal male.
Ché già stringe la nemesi terribile
nel suo fosco apparire, la sulfurea
minaccia distruttiva, l’alto fuoco
che fonderà le torri, i templi e gli ori
e muterà la nostra vita in sale.

Il cronista