Mitologia

La vita si annuncia con un vago palpitante bagliore oltre i vischiosi glutini che ci serrano. L’invito è seducente, ineludibile. Un quid ignoto ci costringe a premere, lacerando l’involucro. E il sudario opprimente si dispiega a vela, accoglie il vento, freme. Ci battezza la prima luce, siamo in volo, iridi lievi su distese ali. Cosí nasce la farfalla, al termine della sua metamorfosi, partita dallo stadio di bruco, quanto di piú terrestre e materico possa enumerare la tipologia delle specie.
Prima che la Scuola Ionica affermasse che soltanto il caso presiede ai meccanismi cosmici e ai fenomeni naturali e biologici, la trasformazione di una creatura da organismo strisciante a sogno librato su ali eteree rappresentava per gli uomini, in simbolo e metafora, il progredire dell’anima del mondo in generale, e di quella umana in particolare, attraverso gradienti successivi di autoperfezionamento, fino alla realizzazione di una sorte divina, assimilata alla armonia delle sfere, alla sostanza dei Numi. Dal buio della crisalide allo splendore celeste.
Gli Egizi prefiguravano il destino dell’anima sopravvissuta alla morte del corpo, tracciando nei loro affreschi tombali il percorso che essa compiva e le prove che avrebbe dovuto superare per sottrarsi al dominio delle tenebre nel Regno di Osiride e guadagnare la luce eterna di Ra, esserne parte per merito. Tremila anni durava il viaggio di sublimazione e trasformazione dell’anima. Durante questo ciclo di esistenze essa poteva persino incorporarsi in forme animali. Mummie di cani, gatti e coccodrilli potrebbero giustificarsi in quanto considerati involucri corporei di anime impegnate nel processo di trasmigrazione.
È stupefacente quanto, nel simbolismo che si accompagna a tali primitive credenze, la mummia avvolta nel viluppo di bende e incapsulata all’interno del sarcofago, rimandi all’immagine di una crisalide chiusa nel bozzolo. Nel gioco di similitudini e analogie entrano anche il germe all’interno del seme, pronto a schiudersi per dar vita a una nuova pianta, e nel grembo materno l’embrione umano. E cosí via, di parallelo in parallelo, a stabilire la sincronia, le assonanze e concordanze dei meccanismi che, pur se espressi da molteplici manifestazioni esteriori e formali, tutti si riconducono a quell’Uno che ne avviò il destino col suo possente fiato creatore. Anima mundi, corrispondenza tra i vari ordini creati, tra gli elementi cosmici e l’uomo. Quella forza arcana che sollecita tutte le cose a vivere, a identificarsi ed esprimersi, che le nomina e le distingue, dinamizzandole nel variegato scenario esistenziale. Sotto la sua spinta tutto anela a mutare, a crescere, a trascendere: come la radice a divenire fiore, il sangue a sfociare in parola, le pulsioni cordiali a tramutarsi in pensiero.
Nei Misteri orfici la ruota delle reincarnazioni è sormontata da un teschio e un paio d’ali, a indicare il perenne, ininterrotto avvicendarsi di vita e morte, fine e principio. Il divino Orfeo incantava il creato con la sua cetra e il suo canto. Era quella un’epoca felice per l’uomo. La Divinità respirava calma e possente nell’ordine cosmico. La sua essenza permeava tutte le cose. E di ciò la creatura umana era consapevole senza riserve o dubbi. Si affacciava alla finestra del mondo creato ad ogni nuovo giorno e pronunciava a voce piena e devota «Grazie!» per i mille e piú doni che gli venivano posti dinnanzi perché usandoli potesse realizzarsi in Spirito.
E se, oltre ai doni di grazia, l’uomo chiedeva il contatto col Dio, andava nei luoghi favoriti e propizi, poneva umili offerta sulle zolle, erigeva altari di rami e frasche, attendeva pregando, supplicando nel cuore. E la divinità esaudiva, a volte discendeva, si manifestava.
Sulla vetta del vulcano Kirishima, in Giappone, una grande spada dall’elsa antropomorfica è conficcata nella roccia. Intorno, a proteggerla, un semplice himorogi, recinto sacro per eccellenza costituito da quattro paletti e un nastro di paglia di riso, lo shimenawa. La spada e il simbolico recinto templare indicano il punto dove, in un’epoca lontana da ogni riferimento temporale, il dio Ninigi discese sulla terra su invito della dea Amaterasu. Cosí viene descritta nel Nihongi, gli annali dell’antica tradizione shintoista, la discesa del dio: «Fu dato dunque il comando a Ninigi e questo lasciò il suo celeste trono di pietra, fendette l’ottuplice strato di nubi, aprendosi cosí la strada con gesto possente. Passò sul ponte sospeso del cielo e discese sul monte Kujiburu, nella provincia di Himuka, sulla costa orientale dell’isola di Tsukushi».
Nella tradizione vedica, e in seguito induista, la divinità s’incarna quando il mondo è in pericolo, per la protezione dei buoni e la punizione dei malvagi. La discesa del dio, in questo caso Vishnu, viene definita avatar, che in sanscrito vuol dire incarnazione, ipostasi del divino in forma umana, animale o in un elemento del creato. Ben dieci sono gli avatar di Vishnu, il dio incaricato di proteggere la vita cosmica e restaurarne l’integrità ogni qualvolta l’altro componente della Trimurti, Shiva, la distrugge col suo fuoco devastatore. Nove sono quelle già realizzate, una, la decima, avrà luogo al termine del Kali Yuga, l’epoca del ferro, quella in cui stiamo vivendo, e che si colloca al nadir della parabola storica dell’umanità, il punto piú basso per valori morali e condizioni ambientali. Quando il tempo del Kali Yuga sarà esaurito, verrà un cavaliere che cavalcherà un bianco destriero, Kalki, e impugnerà una magica spada capace di annientare il male e ripristinare il bene. S’instaurerà allora una nuova età dell’oro come il Krita Yuga degli inizi, ma con uomini diversi e migliori, in un universo esonerato dal dolore e dalla morte: sarà il Maha Yuga, la rinascita di un mondo armonioso.
Narrano alcune tradizioni che l’ottavo avatar di Vishnu, Krishna, il dio blu, emigrò in Occidente e lungo il suo viaggio animò i culti dionisiaci e orfici. Cosí ne Le Baccanti Euripide descrive il percorso del dio della vite e del delirio mistico, il “nato due volte”:
  « ………Ho abbandonato i campi
della mia Lidia e della Frigia, colmi
di sabbie d’oro, e l’assolate terre
della Persia lontana, e le città,
cinte di mura, della Battriana,
e il freddo suolo della Media; e quindi
corsa l’Arabia fortunata e l’Asia,
che lungo l’onde del suo salso mare
distende belle le città turrite
popolate di barbari e d’Elleni,
poi ch’ebbi qui diffuso i miei misteri
e le mie danze, in questa terra greca
finalmente pervenni a palesare
agli uomini mortali ch’io son dio!».
Insieme al mito della ipostasi divina, degli avatar, e del concetto di rapporto e continuità fra tutte le cose, Krishna, attraverso i culti orfici, portava in Grecia la pratica del vegetarianesimo, una regola dietetica che si ispirava a una concezione di fratellanza universale fra tutti gli esseri viventi. Pitagora fece suoi tali princípi, e con lo stesso fervore con il quale divulgava la dottrina della metempsicosi imponeva ai suoi discepoli e seguaci di astenersi dal consumo di carne. Il panteismo stoico e il neopitagorismo da lui derivati fecero sí che a Roma, sul finire dell’età augustea, molti filosofi praticassero il vegetarianesimo, avendo riconosciuto l’immortalità dell’anima, quel pneuma che aleggia ovunque e pervade i corpi, diventati per questo sacri e inviolabili. Nel Libro XV delle Metamorfosi, Ovidio cosí fa parlare Pitagora: «Astenetevi, o mortali, dal contaminarvi il corpo con pietanze empie! Ci sono i cereali, ci sono frutti che piegano con il loro peso i rami, grappoli d’uva turgidi sulle viti. Ci sono verdure deliziose, ce n’è di quelle che si possono rendere piú buone e piú tenere con la cottura. E nessuno vi proibisce il latte, e il miele che profuma di timo. La terra generosa vi fornisce ogni ben di dio e vi offre banchetti senza bisogno di uccisioni e sangue».
Dioniso e Orfeo istituirono i Misteri di Eleusi, in una temperie, quella ellenica, dove il sommo dio, Zeus, si trasformava in toro per rapire Europa, in cigno per sedurre Leda, in pioggia d’oro per incantare Danae, metamorfosi queste temporanee, finalizzate a conquiste amorose. Erano invece metamorfosi definitive quella riguardante Dafne, tramutata in alloro per sfuggire ad Apollo, Niobe in roccia per sfuggire a Latona, Aracne diventata ragno per aver sfidato Athena, e Licaone, re d’Arcadia, trasformato in lupo.
Nel tempo, degradandosi i culti misterici per il sopravvenire del materialismo agnostico, i Greci finirono per ridurre le liturgie di alto contenuto esoterico a pratiche essenzialmente orgiastiche, per cui trasformarono Dioniso in un dio fescennino, ponendolo a capo di un corteggio smodato, il tiaso, nel quale furoreggiavano mènadi e satiri. Uno di questi, con attributi caprini, Pan, obbligò le ninfe silvestri, Pitis, Siringa ed Eco, per sfuggire alle sue brame, a tramutarsi rispettivamente in pino, canna palustre e semplice voce aleggiante nei boschi e sulle fonti. Dalla metamorfosi di Siringa, Pan ricavò il suo flauto a sette canne.
Narra Plutarco nelle sue Storie che durante il regno di Augusto, in una chiara giornata d’estate, alcuni pescatori nella baia di Cuma udirono un lamento echeggiare sulle acque. «Il dio Pan è morto!» diceva quella voce dolente. Stava per nascere qualcuno che avrebbe cancellato gli inganni suadenti delle antiche cosmogonie, delle idolatrie animistiche, delle ritualità medianiche e negromantiche. Avrebbe realizzato l’avatar supremo: quello del Dio che diventa uomo.
E muoveva, quella nuova luce salvifica, da Oriente, percorrendo le vie tracciate dalla romanità in declino. Su quel possente ordito di potere secolare al tramonto, cominciava a delinearsi la trama della civiltà umanistica da cui sarebbe germogliata quella dello Spirito.
Ma parallelo a quella traccia solare, doppio riverso e avverso, serpeggiava il filo nero di Ahrimane, pronto ad agglomerarsi in matasse di futili sillogismi e razionalismi dialettici, pensiero chiuso su di sé e in sé, che doveva poi dare in ultimo il frutto letale del nichilismo e della “morte di Dio”.
Ora le due linee, quella solare e quella antisolare, sono al punto di incrocio, allo scontro esiziale, luce e ombra confuse nella mischia. Il fango sale dal fondo dello stagno, intorbida l’acqua cristallina, ne fa marasma. Pure, questo è il tempo del loto, metamorfosi della bruta materia che nutre il piú puro e immacolato dei fiori. Per questo la vittoria della luce è certa. Poiché essa creò il mondo. Con l’acme sublime del suono, che è luce, Orfeo ammansiva le creature e gli elementi. Con lo splendore che irraggiava da sé, il Cristo guariva e resuscitava, esorcizzava il male di cui si nutre il peccato. Quel fuoco prodigioso e latente, solo che lo vogliamo e ce ne rendiamo degni, è pronto a celebrare la sua ipostasi folgorante, scendendo su di noi, trasfigurandoci.

Leonida I. Elliot

Immagini:
– La crisalide nel bozzolo
– «Ruota orfica delle reincarnazioni» mosaico policromo da Pompei,  I secolo, Museo Naz. di Napoli
– Il sacro recinto himorogi in un tempio shintoista del Giappone
– «Orfeo, accompagnandosi con la cetra, ammansisce le belve con il suo canto» mosaico policromo da Tarso, III secolo