Socialità

Il periodo in cui viviamo è caratterizzato dall’esistenza del problema sociale, esprimentesi in una serie di teorie economico-sociali, in diversi dati di fatto della vita dell’uomo, in diversi contrasti che via via si vanno sempre di piú accentuando. La vita spirituale, la vita giuridica, la vita economica si combinano fra loro in maniera confusa ed imprecisa, generando un disequilibrio sostanziale nella società attuale.
Per giungere alle cause di questo fenomeno storico, senza la conoscenza delle quali sarebbe assurdo cercare delle soluzioni, occorre percorrere una breve indagine nel tempo, onde riconoscere il termine di contrasto fra gli antichi ordinamenti ed i nuovi, e per fissare i vari problemi nella loro funzionalità storica. Una simile via è seguita naturalmente dalle principali teorie sociali-filosofiche moderne, che giustificano la loro esistenza come conseguenza di un meccanico processo storico, osservando tutti gli avvenimenti alla luce delle loro attuali concezioni razionaliste. È impossibile osservare con la mentalità moderna, con le nostre teorie nate da un determinato e recente processo di pensiero, quanto viveva in condizioni del tutto diverse.
Una seria indagine sociale deve considerare negli ordinamenti che precedono la Rivoluzione Francese ed il Rinascimento, non quegli elementi che hanno acquistato valore nel nostro periodo, ma i fattori che determinavano le costituzioni politico-sociali di essi.
Possiamo affermare che un unico fattore sta alla base di tutti gli antichi ordinamenti sociali. La divisione in caste presso gli indiani, la vita sociale cinese, egiziana, le città greche, lo stato romano, presentano, pur nella diversità delle forme religiose, politiche, razziali, ambientali, un unico elemento che regola la vita degli uomini. Il carattere domestico dell’economia, ove agricoltura ed industria sono esplicate dai servi o dagli schiavi, che prestano la loro opera nell’ambito della famiglia, delle tribú di consanguinei, del villaggio che li ospita e li protegge; lo scarso sviluppo del commercio, tendente a smerciare i prodotti eccedenti e svolto da mercanti, regolati da norme rigidissime di tipo religioso; lo scarsissimo denaro circolante, tenuto in conto di ricchezza solo nei periodi piú vicini a noi; l’assoluta assenza di contrasti sociali, di rivolte di servi, il reciproco rapporto associativo dei servi e dei mercanti, non basato sulla concorrenza o sul predominio della ricchezza, ma volto verso l’equilibrio della produzione e del consumo dei beni economici necessari, sono norme comuni a tutte le antiche società che precedono il Cristianesimo e si prolungano nel feudalismo e in parte nelle monarchie fino ad epoche relativamente recenti. Vediamo dunque gli antichi ordinamenti presentarsi in una luce del tutto diversa dal mondo attuale, e troviamo sopratutto in essi una saggezza ed una armonia che invano le moderne teorie invocano.
Qual era il principio che dava caratteri simili a civiltà diverse, che armonizzava ogni elemento di vita, che rendeva benefici quegli strumenti come il denaro ed i mezzi materiali che oggi sono causa di disordine e di lotte?
Per rispondere a questa domanda, occorre entrare nell’intima essenza degli antichi ordinamenti e considerare un fattore che nella vita sociale odierna non ha quasi piú nessuna importanza, e che non determina piú nessun elemento vitale: il fattore spirituale religioso.
La divisione in caste è l’esempio principale della reale vita sociale antica.
Essa si presenta chiaramente nella civiltà indiana, ma vive, pur nelle diversità delle forme, negli adattamenti ambientali, nelle diverse esigenze religiose, in tutti gli assetti sociali. Possiamo trovare l’apparente mancanza di una di esse, o l’identificarsi di due caste in una, ma sacerdoti, guerrieri, mercanti e servi si pongono gerarchicamente in tutte le civiltà, e rappresentano quattro reali stati di evoluzione e di funzionalità dell’uomo. Da questo ordinamento si esprime una profonda luce spirituale che ha illuminato per secoli il mondo.
Il potere dei sacerdoti sui Faraoni in Egitto, l’influenza del tempio di Delfi su Atene, ove il commercio era esercitato dagli schiavi, il Senato e l’imperatore romani, espressione di un senso sacrale degli ordinamenti politici, ci dimostrano come al vertice della piramide delle antiche società vi sia il sacerdote, o il re a carattere sacerdotale. Una concezione spirituale religiosa che, pur variando di epoca in epoca nelle sue forme esteriori, fluisce per mezzo dei sacerdoti in tutta la vita sociale, parlando attraverso simboli il suo linguaggio metafisico, attraverso il senso della giustizia il suo linguaggio altamente umano, esprimendo nei semplici ordinamenti economici la sua profonda saggezza.
Tutti i fattori, dunque, della vita singola e della vita sociale venivano armonizzati dall’idea divino-religiosa che accentrava in sé tutti i valori. I sacerdoti erano i traduttori di un atteggiamento interiore splendente nell’umanità migliore del periodo in cui vivevano, e spontaneamente ad essi si sottoponevano gli uomini, ricevendone in cambio le norme di vita, l’indirizzo spirituale, la forza che faceva loro superare le avversità. L’uomo legato con i vincoli di sangue al suo popolo, alla sua razza, viveva sotto l’influenza di un ente divino che fluiva nella sua tradizione attraverso i sacerdoti. Senza questo centro di reale equilibrio svolgentesi o nei templi o nelle regge, l’uomo non avrebbe potuto vivere un giorno, lasciato in balía di se stesso e delle forze della materia.
Tutto ciò sembra inconcepibile alla nostra mentalità di moderni, ed un’indagine superficiale relega questi elementi a pura astrazione di nessuna consistenza reale di fronte alla meccanica economica della storia, eppure non si può non rimanere stupiti come nel sistema feudale, i vassalli minori e i servi della gleba decisero spontaneamente di entrare nella vita del castello e di sottostare alle sue leggi. Ciò poteva avvenire in quanto il signore rappresentava la loro idea spirituale e religiosa, ne era l’interprete nelle contingenze della vita. E ad esso venivano dati i prodotti dell’agricoltura e del piccolo artigianato in cambio di sicurezza e di protezione.
Questo rapporto sociale perde il suo valore e diventa veramente mera astrazione, quando l’uomo sente piú fortemente l’impulso a sostituire quanto oscuramente intuisce al di sopra di sé con quanto egli può conquistare con il suo pensiero.
Se la Scolastica è già il porsi razionale del dogma religioso, le forme filosofiche successive sono la negazione di tutto quanto non è sensibile, immediato, fino a giungere alla razionalità scientifico-filosofica che ha un tale sviluppo da essere quasi conclusa in sé. È indubbio che l’uomo, ad un determinato momento della sua storia, rigetta quanto era simbolo della reale sapienza dei templi, dimentica la via iniziatica che si nasconde nel cerchio dei pochi, dubita e discute di quanto non è immediato alla sua soggettività esteriore, e dirige sempre piú lo sguardo verso il mondo sensibile che lo circonda. Egli sente sempre piú se stesso, e si riconosce in quello che è immediato alle sue esigenze interiori ed ai suoi appetiti inferiori.
Da una parte dunque l’uomo è portato con la forza del suo pensiero a scoprire tutto ciò che di sensibile costituisce la terra, dall’altra egli riduce a se stesso quanto man mano va scoprendo. L’uomo si considera, per via di questo impulso esprimentesi intorno al Rinascimento e di cui il Rinascimento è l’espressione culturale, sempre piú come un assoluto a cui tutto è dovuto, e crea quasi una mistica di se stesso nella lotta per l’esistenza. Se questo da una parte ha creato il progresso scientifico che ha valore positivo sul piano della conoscenza fisica, dall’altra ha creato un modo di pensare materialistico che ha invaso tutte le sfere della vita, da quella religiosa a quella politica, in cui l’uomo, pur senza negare completamente dei valori sovrasensibili, si pone come entità egoica che considera la società, la cultura, l’intera vita, in funzione dei suoi desideri, delle sue passioni, delle sue possibilità di pensiero, delle sue esigenze interiori soggettive. Se si considerano spregiudicatamente la filosofia, l’arte, la cultura del mondo moderno, si vedrà che manca in esse il valore unitario di una vita interiore soggettiva, manca ogni reale termine che sia universale.
Il succedersi delle polemiche, il contraddirsi delle argomentazioni, rappresentano la conquista del senso della personalità nell’uomo, ma sono anche la negazione di un termine sovrasensibile di fronte alle esigenze egoistiche. Gli ordinamenti sociali si trasformano, naturalmente, con il trasformarsi dell’interiorità dell’uomo. Al sistema feudale si sostituisce il Comune, ove fiorisce l’artigianato ma scorre il sangue per le lotte interne. Nascono le Signorie in Italia, rette dalla forza dell’individualità del Principe. Si costituiscono, sui resti delle vecchie monarchie, le nazioni ricche di manufatti, di flotte, di oro, che danno il via al mercantilismo e all’industrializzazione, in seguito alle scoperte scientifiche.
L’uomo sente sempre piú se stesso, nella vita sociale, in funzione dei suoi desideri, si riconosce in quanto possessore dei beni materiali, e mentre cessano le influenze delle tradizioni egli si crea degli ordinamenti che gli danno la possibilità di vivere rivolto verso le apparenze sensibili. Con il suo pensiero tenta di metodicizzare l’ambiente in cui vive a seconda delle sue particolari concezioni, crea uno Stato che, pur conservando per un certo tempo una qual somiglianza con gli antichi ordinamenti, si sottopone sempre piú alle vicende economiche, commerciali e produttive. L’esaltazione dell’individuo nell’arte, nella filosofia, nella vita interiore, si traduce nell’arbitrio dell’individuo nella vita sociale, che subordina alla sua sete di ricchezza e di potenza tutti gli elementi della società.
Già con il primo mercantilismo nasce lo sfruttamento della mano d’opera e la subordinazione di tutta la vita nazionale a degli obiettivi commerciali. Il periodo che va dal XV secolo al XIX giustifica in certo qual modo il materialismo storico marxista. Sorgono infatti le concorrenze fra nazione e nazione, nascono le lotte fra uomo e uomo per il possesso dei beni materiali. La cultura si stacca dalla vita pratica perché riconosce di essere impotente a dominarla, dal momento che molte sue teorie giustificano le cause della degenerazione. La morale diventa sempre piú una formula astratta, mentre la scienza fruga nella materia e complica, con le sue scoperte, la vita economica e sociale. La legge diventa un vuoto ordinamento che cerca di limitare l’uomo, schiava di mille razionalismi e di mille interpretazioni. La feroce lotta per l’esistenza che si viene di conseguenza a creare genera una rivoluzione nelle caste, dando il predominio a coloro che possiedono il denaro, ai mercanti, che subordinano alla loro potenza la cultura, le caste militari e politiche, gli uomini che non possiedono il denaro e sono costretti ai lavori umili per procacciarselo.
Sorge per la prima volta nella storia dell’umanità il problema sociale, cioè il problema dell’uomo che, perso l’aiuto spirituale che lo sorreggeva nella sua esistenza, assiste nel pensiero, nella scienza, nella religione, nell’economia e nello Stato allo scatenarsi incontrollato di tutte le sue qualità egoistiche negative. Il pensiero moderno dà una veste teorica a tutti questi elementi confusi ed in contrasto fra loro, ed in ogni teoria si esprimono quelle forze che in essa hanno trovato l’ambiente adatto. Ogni categoria sociale cerca di sfuggire al predominio dell’altra, ogni uomo sente l’esigenza a superare ogni legame esteriore ed interiore, per considerare solamente se stesso.
Il liberalismo nasce da queste esigenze, pone l’individuo al centro della vita subordinando ad esso tutti i fattori, dandogli lo Stato come servo per i suoi bisogni e le piú ampie libertà per l’esplicazione delle sue capacità nell’economia. Esso diventa la giustificazione teorica del capitalismo nel suo assurdo sogno che la vita economica si regoli con il libero giuoco delle sue forze. Contemporaneamente e conseguentemente sorge la democrazia che tenta di reagire all’egoismo dilagante considerando tutti uguali con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ma a questa eguaglianza esteriore non corrisponde un mutamento della realtà delle cose. Il sistema elettorale, lo Stato Democratico metodicizzando politicamente la libertà, la negano a vantaggio di chi ha piú denaro, di chi ha piú possibilità suggestive per l’ingenuità del popolo.
…Solo dalla nascita dell’uomo inteso come personalità cosciente del sensibile e del riconoscibile che lo circonda, rivolto verso la sua missione sulla Terra, per la realizzazione dello Spirito, può prodursi un equilibrio di vita, un’armonia di rapporti, un’unicità di intenti. Solo cosí l’uomo potrà entrare nella vita, in un rapporto che supera l’egoismo e può guidare d’intorno, in un desiderio di creazione non piú fine a se stesso.
Tutti gli aspetti particolari e tecnici del problema sociale considerato nella sua triplicità spirituale, giuridica, economica, non potranno mai essere risolti con un pensiero soggettivo influenzato dai sentimenti egoici, dai desideri, dalle apparenze. Il pensiero oggettivo cosciente, non può risiedere che nello Spirito dell’uomo, nell’intima essenza dell’Io, che è eterna di fronte al continuo mutare delle percezioni dei concetti entonnetici, delle impressioni animiche. L’uomo può essere tale in quanto portatore dello spirito, realizzatore di una missione che supera il mutabile, l’animalesco, il sentitamente materiale.
È questa la causa del problema sociale. Discutere dei suoi aspetti marginali, travolti già nella crisi, come voler giungere alle cause, assomiglia troppo all’inutile girare di una trottola. Ogni uomo ha in sé un problema spirituale, che è anche sociale, in quanto egli può vivere solamente se armonizzato con i suoi simili. Egli comincerà a risolvere il male della società moderna, se inizierà a risolvere il male che si annida in lui. Potrà allora incominciare a scendere, con un reale termine, a risolvere i problemi politici, con vero senso sociale.

Argo Villella

Selezione da «Imperium», I, N. 2, giugno 1950.