Esoterismo

…Quella strana miniera dove sono
le anime. Là essi camminavano,
pallidi lampi silenziosi.
…C’erano rocce e foreste irreali,
alti ponti malsicuri sul vuoto.
E quello stagno immenso, grigio spento,
su remote profondità disteso,
come un cielo piovoso su un paesaggio.

 
Cosí il poeta Rainer Maria Rilke descrive lo scenario d’Oltretomba in cui Orfeo, il divino cantore, avanza precedendo il dio Hermes, che conduce per mano la bella Euridice. La giovane, sua sposa in vita, era deceduta per il morso di un serpente. Disceso agli Inferi, Orfeo aveva cantato accompagnandosi con la sua prodigiosa cetra. Talmente sublime era stata la sua esecuzione, da muovere a pietà Hades e Persefone, rispettivamente re e regina del Regno dei Morti. I due reali avevano consentito che Euridice ritornasse tra i vivi, a condizione che nell’uscire dall’Erebo Orfeo non si rigirasse mai a guardarla, cosa che il giovane non riuscí a fare. Per uno slancio d’amore, e temendo che la fanciulla non lo seguisse, si voltò poco prima di lasciare la caverna dell’Ade, perdendola per sempre. Orfeo non è il solo personaggio mitologico che sia disceso agli Inferi. Omero, nell’undicesimo canto dell’Odissea, ci narra che Ulisse visitò l’Ade per interrogare l’indovino Tiresia; Virgilio, nel sesto canto dell’Eneide, ci dice che anche Enea sfidò l’Averno e il Regno dei Morti per incontrarvi, tra gli altri spiriti, suo padre Anchise. E poi sappiamo che anche Ercole si avventurò nel regno di Hades e Persefone, per catturarvi Cerbero, il cane a tre teste; e ancora l’eroe Teseo, in un fallito tentativo di rapire nientemeno che la stessa Persefone. Infine il nostro Dante che, di una immaginaria escursione nei regni ultraterreni, tracciò un resoconto di alto contenuto esoterico e simbolico.
Nel tempo, poeti e filosofi hanno variamente immaginato quale condizione fosse riservata alle anime nell’Aldilà. In ciò essi rispecchiavano l’esigenza dell’uomo comune di sapere se l’anima fosse immortale e, se lo era, una volta oltrepassata la soglia della morte a quali pene essa andava incontro se si fosse macchiata di colpe nell’esistenza terrena, o di quali premi avrebbe goduto se si fosse ben comportata da viva.
L’immagine degli Inferi, cosí come ce l’hanno consegnata le diverse dottrine religiose ed escatologiche, oltre che le versioni letterarie e poetiche, è oscura, ferale, piagata da freddo polare e caldo al calor bianco, in luoghi avvolti da nebbie indissolvibili.
  … Spento il giorno e d’ombra
ricoperte le vie, dell’Oceàno
toccò la nave i gelidi confini,
là ’ve la gente de’ Cimmeri alberga
cui nebbia e buio sempiterno involve.
(Odissea, XI)
Qui i dannati erano tormentati da indescrivibili ritrovati demoniaci, interiti nelle stasi piú assolute o pungolati a correre trafelati senza potersi mai fermare. Per gli Ebrei era lo Sheol, per gli Egizi l’Amenti, per i Greci l’Ade, per i Romani l’Orco o il Tartaro, per gli Aztechi il Mictlan, per i Germani il Gjoll o Hel. Quasi tutte le tradizioni religiose consideravano l’Inferno una dimensione senza ritorno, un destino di espiazione eterna. Anche in Dante i dannati, benché consapevoli del loro errore, e spesso pentiti, non possono redimersi. Solo dal Purgatorio, luogo d’espiazione per i peccati minimi, le anime possono, dopo essersi purificate, ascendere al Cielo. Facevano eccezione le dottrine vediche e quella buddhista, secondo le quali, attraverso il ciclo continuo delle rinascite e delle reincarnazioni (samsara) la pena infera era redimibile, e il male scontato in un’esistenza successiva. Pitagora, che dovette conoscere le dottrine induiste e buddiste, elaborò la teoria della migrazione delle anime e della loro possibilità di evolvere attraverso molteplici esistenze. I neopitagorici ripresero piú tardi queste concezioni esoteriche e le fecero proprie, ribadendo in particolare la capacità dell’anima di perpetuarsi nel tempo accrescendo virtú e meriti. Virgilio dà testimonianza poetica di questa tesi nel Sesto Canto dell’Eneide, allorquando Anchise, rivelando al figlio Enea i destini immortali di Roma, espone con alte parole il concetto pitagorico della reincarnazione.
Altra musica, in tutti i sensi, per i giusti che venivano assegnati al godimento delle eterne beatitudini, spesso prefigurate come un prolungamento della vita terrena in una dimensione da cui erano bandite la morte e l’infelicità, e dove tutti i desideri venivano appagati, compresi quelli carnali, come nel caso dei credenti islamici, rallegrati dalle avvenenti Urí e rifocillati con cibi e vini sublimi. Isole dei Beati, Campi Elisi, Insulae Fortunatae, Al diaz, ’ir al-chalidat, Fang-chang, il Paese di Bimini, o il mitico Dilmun di Gilgamesh, questi i nomi piú ricorrenti attribuiti nell’antichità dai vari popoli per indicare i luoghi edenici a volte identificati con regioni della geografia reale della Terra. La fantasia di Plutarco si spinse fino a descrivere fisicamente questi luoghi di delizie paradisiache: «Lí la pioggia cade di rado, e se cade, con misura. I venti sono per lo piú tiepidi e offrono una rugiada cosí abbondante, che il suolo produce da sé la frutta migliore, in abbondanza tale da permettere agli abitanti il solo godimento del riposo. L’aria è sempre piacevole, cosí che anche tra i Barbari si suppone comunemente che questi siano i Campi Elisi, la dimora dei Beati, descritta da Omero con il potere magico della sua poesia». I supplizi infernali prospettati per i peccatori defunti dovevano fornire un deterrente che dissuadesse i vivi dal male, mentre le beatitudini oltremondane promesse fungevano da incentivo a perseverare nel bene durante l’esistenza terrena.
La Scienza dello Spirito ha messo ordine e fatto luce in tutto il patrimonio di credenze e dottrine elaborato nel tempo dalle varie civiltà umane riguardo al post mortem. Ecco come Rudolf Steiner, nella sua Scienza Occulta, descrive il processo di purificazione cui viene sottoposto l’Io dopo la morte fisica dell’uomo: «Immediatamente dopo la morte gli avvenimenti del passato appaiono riassunti come in un quadro mnemonico. Dopo essersi separato dal corpo eterico, il corpo astrale prosegue da solo il suo viaggio. Non è difficile comprendere che nel corpo astrale rimane tutto ciò che, per effetto della sua propria attività, esso ha acquistato durante il suo soggiorno nel corpo fisico. …Vi sono però ragioni, per le quali anche in tale momento non cessa per l’uomo ogni rapporto col mondo esteriore dei sensi. Perdurano infatti alcune brame che mantengono in attività quel rapporto. …Nel mondo dello spirito però non esiste appagamento per quei desideri, per i quali lo spirito vive già nel mondo sensibile. Con la morte cessa la possibilità di soddisfare desideri di tale natura. …L’Io si trova allora in condizione di doversi liberare da quel suo legame di attrazione con il mondo esteriore. L’ Io deve operare in sé a questo riguardo una purificazione, una liberazione. Devono essere espulsi da lui tutti i desideri che esso si è creati durante la dimora nel corpo, e che non hanno diritto di cittadinanza nel mondo spirituale. Come un oggetto gettato nel fuoco ne è investito ed arso, cosí il mondo di desideri ora descritto viene dissolto e distrutto dopo la morte. Ci si trova allora di fronte a quel mondo, che la scienza occulta designa col nome di “mondo del fuoco spirituale distruttore”. Questo fuoco divora quei desideri dei sensi, in cui questi non sono un’espressione dello spirito. Le descrizioni che la conoscenza soprasensibile dà a questo riguardo possono sembrare terribili e sconfortanti. Può apparire invero spaventevole che una speranza, la cui realizzazione richiede organi sensori, debba dopo la morte trasformarsi in disperazione, e che un desiderio che si può appagare soltanto nel mondo fisico, debba diventare una privazione torturante. …Durante il periodo della purificazione, l’uomo rifà il cammino della propria vita a ritroso. …E allora gli si presenta agli occhi spiritualmente ciò che durante la vita non emanava dalla natura spirituale dell’Io. …Questo mondo nocivo del desiderio diventa completamente visibile all’Io, il quale si sente attirato da ogni essere od oggetto, che abbia acceso il suo desiderio, affinché nel “fuoco distruttore” questo si consumi come è nato. Quando l’uomo, ripercorrendo la propria vita, raggiunge il momento della nascita, allora soltanto tutti i desideri sono passati attraverso il fuoco purificatore e nulla gli impedisce piú di dedicarsi completamente al mondo spirituale. Egli passa a un nuovo gradino di esistenza. Come nella morte egli ha abbandonato il corpo fisico, e poco dopo il corpo eterico, cosí si disgrega ormai quella parte del corpo astrale, che può vivere solo nella coscienza del mondo fisico esteriore. …Il momento in cui quest’ultimo viene abbandonato dall’uomo segna la fine del periodo della purificazione, il quale è costituito da circa un terzo del tempo trascorso dall’uomo sulla Terra fra nascita e morte».
Mentre già abbastanza complesso risulta per la Scienza dello Spirito riordinare le credenze mitico-teologiche riguardanti il destino dell’uomo oltre la vita terrena, piú arduo è combattere le miscredenze che in vari periodi e con svariati modi e strumenti dialettici hanno voluto dimostrare come con la morte fisica tutto finisca e come il nulla sia l’unica dimensione alla quale l’uomo è votato, dato che dietro la strategia della negazione del divino e del trascendente lavorano i grandi Suggeritori di sempre, gli Ostacolatori, Lucifero e Ahrimane. A un certo punto, intorno al VII secolo a.C., essi pensarono bene di cambiare metodo operativo, di fare cioè un salto di qualità nella loro azione di belligeranza contro il Creatore. Oltre ai vitelli d’oro, ai riti orgiastici e ai baccanali, le lussurie babilonesi e sodomitiche, tutte devianze queste attinenti alla sfera dei sensi e degli istinti, si proposero di passare anche ad occuparsi della mente e del pensiero umani. E quindi, lavorando con la loro nota perseveranza, arrivare all’anima e se possibile allo Spirito, al nucleo divinizzante dell’uomo. L’offensiva partí dal popolo che piú di ogni altro amava cavillare, discutere, argomentare e speculare: i Greci. Ma non furono scelti quelli peninsulari dell’Attica e del Peloponneso, piú controllati politicamente e meno aperti alle filosofie che venivano dall’Oriente prossimo e remoto. L’attenzione fu posta su Efeso e Mileto, e da qui si diffuse il morbo ateo-razionalista. Una fervorosa lobby di filosofi, tra cui spiccavano Talete, Eraclito e Anassimandro, giunse alla conclusione che l’uomo si era evoluto ed emancipato e che non poteva ormai piú baloccarsi con le favolette degli Dei e dei demoni cattivi, gli uni e gli altri frutto dell’immaginario infantile dei popoli. Senza Dio, anche la punizione delle pene infernali e la ricompensa per i meriti morali acquisiti venivano a nullificarsi, favole anch’esse dell’umanità bambina. Occorreva pertanto fissare decaloghi nuovi per tenere nell’alveo della morale gli individui che, sciolti da ogni timore di castigo e da promesse di beatitudine ultraterreni, si sarebbero consegnati anima e corpo a un relativismo etico, soltanto condizionato dalle sanzioni della legge umana, peraltro aggirabile con opportuni espedienti e cavilli. Ecco allora l’idea di trasformare l’uomo teologico in uomo deontologico. Le buone azioni non si compivano piú per timore della punizione divina o nella speranza del premio trascendente, bensí per il motivo che esse convenivano alla società e alla polis. La buona condotta del singolo individuo era pertanto legata ai doveri civili e ai dettami di una personale collocazione culturale e sociale, e non andava oltre l’ambito civico e accademico. Morti gli Dei tradizionali, venne a mancare il rapporto fondante tra la divinità e la coscienza dell’uomo. Coscienza che doveva conformarsi essenzialmente alle leggi stabilite dalle istituzioni politiche e dallo status intellettuale di una data società in un particolare luogo e periodo storico, spesso unicamente in base a princípi e convenienze materiali e professionali.
Ne La Repubblica, Platone fa dire a Socrate che il buon capitano marittimo avrebbe compiuto tutti i doveri previsti dal codice della navigazione per condurre al porto di destino la nave da lui comandata, tenendo conto dell’incolumità dell’equipaggio e dell’integrità del carico trasportato, nel puro e semplice rispetto degli obblighi tecnici e professionali derivanti dal suo ruolo. Fu in base a tali princípi diffusi dall’intellettualismo etico, del tutto inediti per la loro laicità, che l’Aeropago di Atene condannò per empietà, insieme a Socrate, anche Fidia, Anassagora e Protagora, vedendo nelle loro idee un delitto di lesa patria oltre che una minaccia per le credenze e i culti della religione tradizionale sulla quale per secoli le istituzioni politiche e civili si erano fondate. L’intellettualismo etico si applicò a sconfessare i contenuti delle antiche dottrine, che vedevano Male e Bene agire nella realtà cosmica e contendersi il dominio finale delle cose e dell’uomo. Esso portò la società greca e quella romana allo stesso livello di utilitarismo amorale cui è giunta la nostra attuale civiltà. Il capitano marittimo descritto come esempio di comportamento deontologico da Platone, non sempre agisce secondo i compiti e gli obblighi derivanti dalla sua professione. Se cade preda di passioni e insidie materiali, può agire contro la sua stessa integrità e convenienza, fino all’autodistruzione. Quanti esempi di questa follia da cupio dissolvi vediamo nella nostra realtà ipertecnologica e iperrazionale! La guerra, per farne uno. Da sempre sappiamo che essa è apportatrice di lutti e rovine, di odi e fallimenti sociali e culturali, di tutti i contendenti, anche di quelli vittoriosi. Eppure, ne combattiamo di nuove e piú cruente ogni giorno che passa. Nonostante tali considerazioni, c’è da osservare che la filosofia greca, allontanando gli uomini dal mito e da una concezione favolosa e spesso superstiziosa del divino, si assumeva l’ingrato ma necessario compito di farli calare nell’ordine materico piú duro, in cui, per contro, si sarebbe realizzata la consapevolezza umana dell’Io.
Con l’avvento del Cristo tale presa di coscienza doveva tramutarsi in identificazione col divino. Senza l’autonomia di pensiero e la libertà animica consentita dalla filosofia greca, la luce cristica non sarebbe stata recepita nelle profondità dell’essenza umana, cui sarebbe stata negata ogni possibilità evolutiva. Naturalmente, l’accettazione dell’innesto cristico sul forte tronco autonomo formato dalla speculazione filosofica greca, non è mai stato un processo scontato. Gli Ostacolatori hanno lavorato sull’antica e mai dismessa carta della superbia umana: il peccato delle origini. Rifiutando l’apporto cristico, l’interiorità umana, sia essa speculativa o creativa, si è rappresa in un concreto egoico individualistico. Ed è tale la condizione che connota questa nostra civiltà, totalmente asservita al ricatto materico, e incapace di gestire in maniera realmente positiva il patrimonio naturale e spirituale di cui l’uomo è provvisto dalla divinità.
Stando alle tradizioni mitiche, poetiche ed escatologiche, l’Inferno, come già detto, è stato visitato da vari personaggi. Ma uno solo l’ha vinto, annullandone per l’uomo la condizione di irreversibilità del castigo e della perdizione. Durante la sua permanenza nel sepolcro, prima della Resurrezione, il Cristo discese agli Inferi, vi portò la sua luce di redenzione e di salvezza finale della creazione. Imitando il Cristo, l’uomo lavora a tale progetto, ne è il principale artefice: mutare il male in bene, portare tutta la materia, nei suoi vari gradi e aspetti, compreso quello fisico dell’uomo, alla sublimazione e alla perfezione divina. Adombrano questa ipotesi due possenti immagini simboliche, derivate dalla gnosi: una, l’anástasis, che è la redenzione delle anime prigioniere degli Inferi da parte del Cristo. Essa sta quindi a sancire la non eternità del castigo, ma la sua necessaria funzione espiativa. L’altra, l’apocatástasis, indica la riconciliazione finale tra Male e Bene, e forse allude al riconoscimento di quella segreta cooperazione tra le due forze antitetiche agenti nell’universo, e che la tradizione in molti esempi ed esposizioni ha immaginato. Per essa, l’Aldilà piú che un luogo di catene e supplizi, di aneliti di grazia e salvezza, o di paradisiache permanenze e gaiezze, altro non è che la dimensione nella quale tutto viene rivelato alle anime. E la pena o la gioia che da questa rivelazione derivano si estrinsecano e sostanziano nello struggimento per i guasti e le degradazioni inflitte in vita alla nostra divina essenza, o l’evoluzione in termini spirituali che per essa abbiamo conquistato. Ecco quindi che la beatitudine celeste si palesa nella visione del proprio Io compiutamente pervenuto all’assimilazione col modello stabilito da sempre quale destino ultimo dell’uomo.

Leonida I. Elliot

Immagine: nell’Amenti, il Regno dei Morti, Osiride accoglie l’anima di un defunto, scortato da Anubi, il dio dalla testa di sciacallo.