Redazione

Poiché la direzione dell’Archetipo ha sempre accolto con benevolenza le mie lettere, ho cominciato a sentirmi una specie di collaboratore part-time, in qualche modo piú responsabile nei confronti dei lettori della Rivista. Per questo desidero fare una premessa che valga per gli scritti precedenti, per questo che state leggendo, e per quanti giacciono ancora in grembo al destino. Perché racconto di esperienze estrasensibili? Vedete, Rudolf Steiner in un suo importante testo scrive questa frase, semplice e fortissima: «L’uomo è uno spirito», e anche se avvolto ben bene nei veli di Maya, l’uomo vive sempre nei mondi dello Spirito. Le esperienze spirituali sbucano da ogni parte, come l’erba in primavera, ma l’uomo non vuole percepirle: ha piú paura dello Spirito che del diavolo. Perciò vorrei dirvi: non abbiate paura, l’esperienza interiore ci desta agli aspetti piú veri e piú vicini alla nostra essenza. Fare gli esercizi per poi tenere gli occhi chiusi per non vedere non vi appare insensato? Nessuno ha il coraggio di esclamare «Viva la tenebra!», però nei fatti respinge o addirittura fugge dalla Luce. Vorrei dire ancora una cosa. Con le mie lettere mi offro come testimone del fatto che esperienze conoscitive occulte possono verificarsi nella vita di una persona qualsiasi che realizzi un minimo di ciò a cui tendono le discipline donateci dalla Scienza dello Spirito. A chi si sente piú tradizionale e pensa: “ma perché parla?”, posso assicurare che scrivo soltanto di esperienze compiutamente metabolizzate dall’anima, ossia trasformate da tempo in aspetti del mio mondo interiore su cui posso esercitare, secondo precise regole interiori, un certo prudente arbitrio.
Passeggiavo in un parco pubblico poco distante da casa. Poiché il parco è adagiato all’inizio di un colle, di norma è piú frequentato in basso mentre è silente e meno praticato in alto. Dopo aver fatto quattro passi nella parte superiore, lungo una specie di corridoio artificiale reso assai grazioso da quei rari connubi felici tra l’opera dell’uomo e la bellezza del mondo vegetale, adocchiata una panchina isolata, sedetti a godermi la pace e l’armonia circostante. Dopo pochi minuti mi giunse lo sgradevole rumore di una radio che trasmetteva una di quelle musiche che fanno scappare anche i baronti. Apparve il colpevole: disgraziato come la musica, il grosso aggeggio sulla spalla sinistra, mal vestito, lineamenti da scemo vero, camminava zoppicando sulla destra. Insomma, uno scarto d’uomo che infrangeva la mia santa pace. Fissai, quasi rapito, la sua figura claudicante: la forma e il movimento. Ed il mondo, questo mondo, fu spazzato via. Per un tempo senza tempo, che certamente fu breve, la terra scomparve ed il cielo si aprí ad un altro cielo in cui irraggiava l’Io, come sopra il nostro mondo irraggia il Sole. Contemplai la grandezza, la maestà e la gloria dell’Io che era anche l’altezza celeste di me stesso, ma poiché in molte esperienze di natura estrasensibile percezione e conoscenza sono un tutt’uno, seppi che era anche l’Io dello zoppo con la radio in spalla, era anche l’Io di ogni singolo uomo, ossia di tutti gli uomini! Poiché nello Spirito il vero Io è uno. Tutto intorno a me era infinito, un infinito “limitato” da un confine vivente. Ebbi la chiara percezione che il limite estremo fosse costituito da lingue di fiamma complesse come gli aggregati cristallini, coscienti ed immense. Poi fu come se la forza o l’apnea spirituale che teneva il mio essere in un mondo tanto “lontano” dal nostro, si esaurisse e cominciai a cadere. Non in basso come vuole la nostra gravità, cominciai a cadere in alto, in basso, di lato, di traverso. Dire “esplodevo” sarebbe piú facile ma assai inesatto: vero è che cadevo da tutte le parti. Allo stesso tempo avvertii che qualcosa mi soccorreva, mi teneva unito. Era una sorta di sentimento-forza, se dentro o attorno a me non potrei giudicarlo, un sentimento di grande, gratificante familiarità che mi ricompattava e mi proteggeva dagli abissi. Poi un balenío fugace di colori e ci ritrovammo seduti sulla panchina del parco, io ed una conoscenza trasparente e tagliente come un rasoio di ghiaccio. Niente di volitivo, niente di mistico, ma soltanto l’indescrivibile sensazione d’aver subíto una specie di squarcio dentro, tra l’anima e la vita. Aggiungo solo questo: tutte le “esperienze” colpiscono anche l’anima (astrale), alcune però si aprono alla coscienza e poi si chiudono, rimanendo brevi impressioni conoscitive di qualcosa di diverso e basta, altre invece stimolano processi interiori che continuano a operare nell’interiorità (eterico). L’esperienza descritta è appartenuta per me a questo secondo gruppo, e un certo processo è stato in seguito alimentato da altre percezioni e dalle discipline. Se si è disposti ad incontrare i mondi sovrasensibili e ricevere qualcosa da questi, sovente bisogna anche saper dare, o perdere. Io ho perduto alcuni impulsi di carattere organico alla mia natura, che erano istintive ma valide forme di comportamento nel rapporto con gli altri, e che ho dovuto sostituire con laboriose e volontarie attività del tutto interiori.

Isidoro

Non possiamo che esprimere nuovamente il nostro l’apprezzamento a un fedele lettore e “collaboratore part-time” per averci fatto condividere una esperienza tanto significativa.
 
La mia vita è stata da sempre accompagnata dalla musica, come la colonna sonora di un film. L’ascolto di continuo, a casa, in macchina, nel negozio dove lavoro. Prediligo la classica, ma mi piace anche quella moderna e le canzoni. Mi procura a volte esaltazione, o allegria, altre volte tristezza, o nostalgia, o addirittura disperazione. Una mia amica, anche lei studiosa di Scienza dello Spirito, dice che questo mio eccessivo coinvolgimento è un errore…

Emma Santorelli

Per ascoltare veramente la musica bisogna non lasciarsi trasportare da essa, non esserne troppo presi. Il nostro lavoro di formazione spirituale deve condurci all’incontro con la musica prima che questa ci si dia in maniera fisica, oltre l’onda del suono percepibile dai nostri sensi fisici. Normalmente noi reagiamo alla musica con la natura che già è in noi, con la simpatia e antipatia che ci suscita. Raramente riusciamo ad andarle incontro con la parte piú alta di noi, come dopo aver meditato, e anche se questo è possibile non dura a lungo, e presto scadiamo nuovamente nella natura, nel sentimento, nella passione ecc. Questo varia anche da autore ad autore: ascoltando una musica di Bach siamo protetti da una controparte spirituale che c’è, è espressa con chiarezza in ogni nota; piú difficile è con Beethoven, piú ancora con i romantici, come Chopin. (Non parliamo poi di Cocciante o di Baglioni!…). Nella vita quotidiana, però, c’è anche un’altra musica altrettanto importante da coltivare: quella del silenzio.
 
Non so cosa pensare della chirurgia moderna: a volte la considero miracolosa, altre diabolica. Forse la verità è nel mezzo, ma vorrei un vostro parere.

Giuliana Delle Monache

 
La chirurgia compie operazioni in cui esplica al massimo il suo potere tecnico-meccanico, che diviene ogni giorno piú raffinato. Nei tempi passati si ricorreva alla chirurgia in casi estremi, quando la medicina non era in grado di rimettere a posto qualcosa di rotto o lacerato. Poi ci si è resi conto che questo poteva essere portato oltre, finché si è arrivati a perdere il senso del limite. Limite che deve essere ripristinato da una presa di coscienza del valore karmico del male che colpisce una persona e del vero senso della guarigione, che passa necessariamente attraverso un risanamento interiore. Si tratta di recuperare una direzione che è mancata, sia da parte della religione, che per secoli ha osteggiato la scienza, sia della filosofia, che si è persa nella dialettica. Con l’idealismo tedesco si sarebbe dovuti pervenire a una filosofia della natura, che però è fallita sul nascere. Goethe aveva indicato la giusta via da intraprendere, ma egli è universalmente conosciuto piú per le sue opere poetiche e letterarie che per quelle scientifiche, altrettanto magistrali. Non possiamo negare che la chirurgia, soprattutto negli ultimi tempi, abbia conseguito brillanti risultati, utilizzando però mezzi esclusivamente esteriori, senza sollecitare nel malato quel mutamento interiore in mancanza del quale il recupero della salute può non essere duraturo, ma solo temporaneo. Il medico aiuta il paziente a guarire con mezzi di cui dovrà personalmente rispondere al Mondo Spirituale. Nel caso in cui tali mezzi siano esclusivamente fisici, meccanici, il terapeuta si carica di una grave responsabilità. Sappiamo che tra le grandi possibilità risanatrici dell’avvenire ci sarà quella di operare interventi altamente raffinati, audaci. Questo avverrà quando il medico sarà anche un Iniziato. Egli agirà allora in maniera scientificamente arditissima, perché intuirà quel che dovrà compiere per riportare al fisico una forza pronta a rientrare in atto: una forza dello Spirito. Ma se si restaura meccanicamente il ciclo della vita, con operazioni come la sostituzione di organi vitali, ad esempio il trapianto di cuore, si rischia di restaurare esclusivamente la vita animale. Si potrebbe porre allora il caso, estremo ma da non escludere, di un paziente giunto karmicamente alla fine della sua vita, al quale il trapianto eviti la morte fisica, ma il cui Io debba comunque seguire la propria strada in altre dimensioni, lasciando posto in quell’involucro a un’entità ahrimanica. C’è un limite della chirurgia, che possiamo definire limite del lecito, oggi non tenuto in sufficiente considerazione, ma con cui si dovranno fare i conti. Il giusto orientamento può venire solo da una scienza compenetrata di sapienza spirituale, che agirà terapeuticamente per l’uomo nella sua interezza, come entità composta, oltre che di corpo fisico, anche di eterico, astrale e Io.

Il verbo avere andò pavoneggiandosi:
«Io ho, ho avuto ed ebbi e avrei e avrò
e nulla al mio confronto è il verbo essere».
Questi tacque e piú saldo in sé poggiò.
Quando saliron dell’Eterno al trono,
«È il Nome mio - disse il Signore - “Io sono”».