Seguo
da qualche tempo la corrente di pensiero steineriana e
cerco, per quanto mi è possibile, di migliorare me stesso.
Mi accorgo però di non riuscire a superare alcune debolezze
del mio carattere che dovrebbero essere mitigate dalle
letture e dagli esercizi. Per esempio, non riesco a non
provare una forte antipatia verso alcuni colleghi, che
reputo falsi e infingardi, con cui purtroppo sto tutto il
giorno in ufficio. Mi rendo invece conto del fatto che per
considerarmi un buon cristiano dovrei amare il prossimo per
i suoi lati negativi…
Arturo Mastronicola
Come si può amare il prossimo per
i suoi lati negativi? Il prossimo dovrebbe essere amato per
i suoi lati positivi, facendo in modo che i lati negativi
non ci condizionino. Amare il prossimo deve divenire per noi
un esercizio quotidiano, avendo però la consapevolezza che
si tratta per ora solo di un esercizio, difficile da
trasporre poi nella realtà esteriore. Prendendo ad esempio
in esame il nostro rapporto con una persona che ci risulta
particolarmente antipatica, dobbiamo cercare di capire da
dove viene l’antipatia che avvertiamo, da dove nasce quell’aspetto
negativo che ci porta a un giudizio sfavorevole. Se
sospendiamo il giudizio, cercando invece cosa c’è di
buono in quell’essere – e in ognuno è possibile trovare
qualità positive – riusciamo a metterci in contatto con
la sua essenza imperitura, cioè con il suo Io. Attraverso
le qualità positive arriviamo all’Io dell’altro, ci
accostiamo alla comprensione di esso, riusciamo a percepire
l’Io che si manifesta attraverso la parte positiva che si
affaccia in lui. Allora non avremo piú necessità di
provare un sentimento di avversione: l’antipatia cadrà da
sé. Piú importante che “sospendere” un’antipatia per
esercizio, sarebbe che l’antipatia ci lasciasse da sé,
senza che noi facessimo alcuno sforzo. Accade, soprattutto a
una persona dal temperamento collerico, di possedere
determinate forze ma di dover fare i conti con un continuo
senso di critica, e se questa segue una Via di sviluppo
interiore, dovrà esercitarsi tutta la vita a restituire il
lato positivo alle situazioni e agli individui. Noi non
possiamo amare il prossimo per i lati negativi, semmai
sentire della compassione. Per amare veramente il prossimo
dobbiamo arrivare a vedere il suo essere spirituale, l’eterno
che c’è in lui. Comprendere che tutto il mondo delle
simpatie e antipatie riguarda l’astrale e non l’Io. Nell’Io
vive un essere individuale che si sta formando, mentre nell’astrale
vive un essere collettivo che deve ancora uscire dal grado
dell’animalità. La grande esperienza dell’uomo di
questo tempo riguarda il passaggio dall’anima
razionale-affettiva all’anima cosciente, e questo si attua
con il superamento dell’essere collettivo che vive nell’astrale.
Soltanto l’Io è in grado di stabilire rapporti veritieri
con le persone, non tenendo conto dei condizionamenti
suggeriti dall’astrale. Soltanto l’Io è in grado di
amare un altro Io, ovvero di amare individualmente l’Io di
ognuno degli altri.
…Non
posso nascondere di essere fortemente preoccupata per il
progressivo imbarbarimento dell’Italia da parte di tanti
derelitti di tutte le razze che vi sono arrivati da ogni
luogo trovandovi rifugio, attratti dalla ricerca di quel
benessere che, quando non viene raggiunto, li spinge spesso
a delinquere. E poi, come conseguenza, accadono matrimoni
misti, che generano una grande confusione di colori,
religioni e costumi, a detrimento di una sana uguaglianza…
Rossana T.
Oggi non si deve piú parlare di
razze, ma di popoli, e all’interno di ogni popolo una
varietà multietnica che partecipa, in rapporto paritetico,
dei diritti e dei doveri della nazione. Se alcuni elementi
di una certa razza si comportano male, non è sul piano
della razza che devono essere perseguiti, ma su quello
giuridico. Se un giorno si arriverà ad applicare
praticamente la Tripartizione, questa potrà riportare l’armonia
tra gli uomini di differenti provenienze, usanze e
tradizioni, perché farà valere lo Spirito sugli interessi
di parte. L’attuale materialismo imperante tende ad
estinguere la differenziazione dei valori, ad appiattire
tutti gli uomini a un livello di fittizia uguaglianza, ma i
valori individuali dovranno riformarsi, come note musicali,
diverse ma accordate fra loro sino a formare una sinfonia.
Alcuni
amici hanno fondato un’associazione in cui si praticano
discipline di vario genere e si discute anche di
antroposofia, oltre che di testi della Tradizione. Mi chiedo
da cosa può derivare il mio rifiuto a parteciparvi, dopo
essere andata ad alcune sedute, che pure erano interessanti,
ed esserne uscita svuotata e profondamente infastidita.
Agnese D’Accolla
Pur non volendo condannare la
tendenza all’associazionismo, che viene da un’epoca
assai lontana ma è ancor piú sentito nel tempo presente,
dobbiamo considerare che tutti i movimenti collettivi che
uniscono le persone secondo un denominatore comune, sia che
esso riguardi interessi pratici sia affinità elettive,
fanno appello all’io di gruppo, il quale può anche
rafforzare esteriormente, ma indebolisce interiormente le
persone che ne entrano a far parte. Anche in tempi remoti si
formavano delle associazioni, e tutte facevano appello allo
spirito di gruppo che si veniva a creare tra i partecipanti.
Ma nell’antichità interveniva sempre un elemento sacro,
religioso, che dava senso a ogni iniziativa presa
collettivamente. Elemento religioso che, venendo a mancare,
fa sí che questi aggruppamenti finiscano col muoversi sul
piano dell’astralità, e quindi contro l’Io. Ecco
perché ogni associazione corre questo rischio. Se non si
coltiva lo Spirito attraverso un rigore continuo, la forma
di connessione con gli altri avviene su un piano che è al
di sotto della coscienza di veglia, e tale connessione si
coagula in un gruppo senza vera vita dell’Io. Un’associazione
dovrebbe essere fondata per mettere in relazione degli Io
individuali, ognuno con la propria libera personalità e nel
pieno rispetto della personalità altrui. Il piú delle
volte invece un gruppo, o un’associazione, si forma
intorno a un personaggio dominante che dà il tono e il
senso alle iniziative che si intraprendono. Solo nel raro
caso in cui si tratti di un vero Maestro, o di un serio
orientatore verso una via di sviluppo interiore, ognuno
potrà attingere, durante le riunioni, alla pura sorgente
della vita spirituale, e ne uscirà arricchito. Non sembra
essere questo il caso dell’associazione in oggetto.
Ho
letto e riletto con estremo interesse la risposta data a PdR
nell’ultimo numero della rivista (luglio 2003) sul tema
delle guarigioni: finalmente qualcuno che ha le idee chiare
e parla senza ambiguità! È da tempo che mi arrovello su
quanto dice Steiner in dati luoghi: che dovremo pagare “fino
all’ultimo soldino” in quanto il Cristo toglie i peccati
del mondo e non del singolo. Voi sconvolgete il mio già
precario equilibrio aggiungendo anche il tema dell’imposizione
delle mani che pure mi sta a cuore ma su cui non posso certo
dire di avere appreso molto in ambito scientifico-spirituale
(ad esempio: cosa avviene nel corpo astrale e nel corpo
eterico?). A quanto so, oltre che in certe vuote forme
rituali, quando ancora sopravvivono, l’imposizione delle
mani viene esercitata con effetti a volte eclatanti
soprattutto da pentecostali e carismatici, da una nuova
religione di origine giapponese e, soprattutto, dagli “Apostoli
della Fede” i quali, sorti proprio a Roma, dicono di non
essere lontani dall’antroposofia, anzi. Vi sarei molto
grato se poteste dedicare uno o due articoli
sufficientemente ampi a questi temi (remissione dei peccati
e imposizione delle mani) tali da consentire a ciascuno di
integrarne e conciliarne i vari aspetti. …Trovo che avere
un piccolo o grande pulpito spesso fa perdere il senso della
misura e spinge a “pontificare”. Non me ne vogliate, ma
trovo che a volte capita anche a voi, soprattutto nelle
risposte…
Lorenzo Santi
La possibilità di dedicare uno o
due articoli alla questione dell’imposizione delle mani
dipenderà dalla disponibilità a farlo da parte di qualcuno
tra i nostri collaboratori: in tal caso leggerà il suo
pensiero sulle nostre pagine. Trattare però un argomento
cosí delicato e difficile, riguardo a un tipo di intervento
curativo rivolto all’interiorità prima che al corpo fisico
– intervento che richiede un rapporto individuale assai
lontano da quello in uso nei grandi raduni di gruppi
carismatici e simili – potrebbe dar luogo a fraintendimenti
del tipo di quelli che hanno fatto della posta, secondo Lei,
uno spazio per “pontificare”. Siamo spiacenti che possa
venire cosí interpretato un servizio che intendiamo dare ai
lettori, di aiuto e comprensione, per quanto ci è possibile,
nei limiti della nostra personale umana inadeguatezza, da noi
stessi ben riconosciuta. Vorremmo tutti che Rudolf Steiner in
persona, o Massimo Scaligero, potessero intervenire
direttamente a vergare le risposte alle tante richieste che ci
arrivano, ma in attesa di un loro ritorno fra noi, che è
certo molto vicino, possiamo almeno cercare di tener viva
quella fiaccola che essi hanno acceso per noi.
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