Socialità

Nel 1907 Rudolf Steiner cosí concludeva un articolo sui rapporti tra Scienza dello Spirito e problematiche sociali: «Presto si ritornerà in argomento» (1). Invece sino all’ “Appello” del 1917 (2) l’argomento non ebbe alcun seguito, ed in proposito il curatore del testo citato in una nota a piè di pagina suggerisce la seguente spiegazione, legittimamente condivisibile: «La causa piú probabile di tale silenzio fu che da parte dei seguaci di R. Steiner non venne mostrato alcun interesse per questi problemi». Il menzionato disinteresse, tutt’oggi purtroppo largamente perdurante, ha indubbiamente contribuito ad ostacolare la diffusione della visione sociale steineriana, fatalmente decisiva quando fu proposta come ai giorni nostri, a tal punto che l’Autore giunge ad affermare che da essa «dipende il destino futuro...» (3).
Queste pagine vorrebbero contribuire proprio a modificare, almeno nei discepoli della Scienza dello Spirito, quell’atteggiamento immaturo frutto di un’attenzione esageratamente monopolizzata da dimensioni ultraterrene, in favore di una consapevolezza della decisiva centralità ormai acquisita dalle problematiche sociali, perché: «Il rimedio non è piú la lotta, ma osservare ciò che la storia impone» (4).
Come si tenterà di evidenziare, da tempo la storia ha già “imposto” un assetto sociale articolato in tre sfere autonome – economica, giuridica, spirituale – che urgono e premono veementemente, riuscendo talora a fare breccia, quasi sempre purtroppo previa catastrofe, nella tetragona ottusità umana: «Pensiero e azioni umane contrastano lo spirito del tempo» (5). Spirito che è invece indispensabile imparare a riconoscere in piena coscienza: «Dal XIV secolo tutto va sviluppato consapevolmente» (6); «Deve divenire cosciente il sociale incosciente» (7). Tentiamo dunque di accrescere almeno in qualche misura la nostra immedesimazione nella Dreigliederung der sozialen Organismus, che R. Steiner ritenne urgente offrire di propria iniziativa al mondo in presenza di un assetto sociale drammaticamente sbilanciato, nel contraddittorio e caotico inizio del XX secolo.
Come è noto, la rivoluzione industriale aveva sconvolto il mondo delle professioni artigiane, certamente limitato ma operante in un proprio contesto tradizionale abbastanza autosufficiente (8); lo sfruttamento dell’uomo da parte della macchina, cosí ben stigmatizzato in “Tempi moderni” da C. Chaplin, preparava le successive immani catastrofi correlate anche a concezioni fuorvianti in materia di possesso dei mezzi di produzione; moltitudini di donne incinte e di bambini si consumavano in lavori massacranti, come oggi ancora vergognosamente avviene soprattutto nel cosiddetto terzo mondo; la rendita fondiaria devastava il circuito economico mentre la speculazione finanziaria cominciava ad insidiare pesantemente l’economia reale; il potere politico perdurava nelle mani di dinastie ormai generalmente esangui ed incapaci di accordarsi alle prorompenti esigenze dei popoli; il militarismo si apprestava ad esigere un sempre piú alto contributo di sangue grazie alla continua innovazione tecnologica degli armamenti, spesso al servizio di un anacronistico orgoglio etnico; immense masse popolari erano escluse dal progresso e da una sia pur limitata istruzione, peraltro intimamente agognata, come dimostrato dal profondo interesse suscitato dalle lezioni di R. Steiner agli operai della fabbrica Waldorf (9); la politica di sfruttamento coloniale era ancora largamente praticata per sopperire alla comprovata incapacità di rinnovare sistemi economici nazionali anacronistici; la giustizia per i cosiddetti diseredati, tranne rari casi fortunati, non era certo la stessa amministrata alle classi abbienti; il ceto originario dell’individuo, al di là delle sue reali capacità, ne determinava ancora insopportabilmente lo stato sociale, il diritto al voto, la ricchezza o la povertà; potentati economici e dirigismo statale condizionavano in altissimo grado educazione e vita spirituale; e l’elenco potrebbe naturalmente continuare.
Immense tragedie si profilavano all’orizzonte profetico del fondatore dell’Antroposofia, infaticabile nel denunciarne l’imminenza ad un’umanità pervicacemente sorda: il terribile conflitto mondiale articolato in due tempi (1914 e 1939), concezione oggi sempre piú accreditata tra gli storici di professione; le crescenti contraddizioni monetarie e finanziarie, purtroppo puntualmente esplose nella grande crisi del 1929; l’asservimento spirituale per decenni di interi popoli a ideologie fanaticamente convinte di possedere la verità; lo strapotere del pensiero scientifico, sempre piú venerato secondo un principio di ossequio all’autorità di stampo prettamente religioso: la religione della scienza, appunto. La concezione sociale steineriana nasce dunque nelle drammatiche circostanze sommariamente elencate – il cui ulteriore approfondimento evidentemente esula dalle finalità del presente scritto – per indicare all’uomo come neutralizzare i devastanti esiti preconizzati, fatalmente conseguenti ad assetti sociali soggiogati da astratte concezioni materialiste o sterilmente conservatrici, incapaci di intravedere come l’evoluzione prema da tempo verso un’articolazione sociale tripartita operante alla stregua di quanto avviene nell’essere umano.
Dopo trent’anni di intense ricerche e verifiche, R. Steiner ha in proposito disvelato come l’organismo umano viva grazie alla collaborazione di tre sistemi autonomi pur se spazialmente coesistenti: nervoso-sensoriale/ritmico-respiratorio/metabolico-motorio (10). Il primo, pur essendo incentrato nella testa e nel midollo spinale, assicura la sensibilità in tutto il corpo; il secondo, identificabile con la sfera toracica cardio-polmonare, agisce comunque in ogni singola cellula; il terzo, localizzabile nell’addome e nelle membra, non cessa di garantire costantemente il ricambio di tutto l’organismo; ai tre, nell’ordine, sono idealmente riconducibili la sfera economica, quella giuridica e quella spirituale (11).
L’abbinamento descritto non va assolutamente inteso come un’analogia meccanica, altro essendo il suo scopo: «Chi credesse che ci si voglia baloccare con delle analogie tra l’organismo naturale e quello sociale, mostrerebbe di non essere penetrato nello spirito di quel che qui si è inteso dire. …Qui si vuole che dallo studio dell’organismo naturale [umano, n.d.r.] il pensiero ed il sentimento umano imparino a sentire ciò che ha possibilità di vita, per poi essere in grado di applicare questo modo di sentire all’organismo sociale» (12); e ancora: «Attraverso il modo di pensare impiegato per lo studio dell’organismo naturale si creerà la direzione di pensiero che permette di orientarsi anche tra i fatti sociali» (13); infine: «Attraverso l’attività conoscitiva che si sollecita con tale concezione dell’organismo umano naturale triarticolato si arriva anche a riconoscere giustamente l’organismo sociale nella sua articolazione tripartita» (14).
Si tratta pertanto di un procedimento di carattere non meramente intellettuale, ma immaginativo, che ben esemplifica la vastità non convenzionale di un approccio che intenda rigorosamente affrontare le vere radici delle problematiche sociali: l’intelletto approfondisce la menzionata descrizione della costituzione umana al fine di autoeducare in proposito pensare e sentire configurandone una funzionalità immaginativa specifica, evidentemente prima inesistente, da applicare poi alla comprensione e realizzazione continua di una struttura sociale fondata su di un coordinamento vitale delle tre sfere, rispettante le loro singole autonomie.
In proposito occorre rilevare come il tempo non sia trascorso del tutto invano: le devastanti vicissitudini del XX secolo qualche insegnamento lo hanno certamente partorito. A livello teorico, per esempio, nessuno oggi nega la necessità che lo Stato cessi di intervenire direttamente nella prima sfera, l’economia, limitandosi invece ad una funzione di arbitro garante l’imparzialità competitiva, come M. Scaligero scriveva già nel 1978 (15); o che nell’ambito della seconda, quella giuridico-statale, debba dominare il principio universale secondo il quale “La Legge è uguale per tutti”; o ancora che l’autonomia della terza – scuola, arte, ricerca, cultura – sia inviolabile. In concreto però difettano ancora procedure ed istituzioni in grado di articolare i tre àmbiti in modo da conseguire praticamente quanto si è già in parte conquistato teoricamente [come testimonia, per esempio, la perdurante difficoltà di realizzare nel nostro paese un’effettiva autonomia scolastica].
Poiché proprio questo è il compito: coordinare sagacemente i tre settori enucleati dallo sviluppo sociale moderno, che smarriscono la propria fisionomia, e conseguentemente la loro regolare funzionalità, ogni qualvolta venga meno la capacità di armonizzarne l’azione nel rispetto delle reciproche autonomie: «Questo si intende: non già una semplice scissione in tre parti! La scissione c’è sempre: si tratta solo di trovare il modo di armonizzare le tre sfere cosí che esse operino effettivamente nell’organismo sociale col medesimo “senno interiore” col quale operano nell’organismo umano il sistema nervoso-sensoriale, il sistema del respiro e della circolazione, e il sistema del ricambio« (16).
La concezione sociale steineriana va dunque interpretata come un continuo processo di armonizzazione mobile delle tre sfere – economica, giuridica, spirituale – cui è storicamente giunta ad articolarsi soprattutto l’evoluzione della società occidentale (processo incessante senza il quale l’indispensabile autonomia delle tre si perde ed il “sistema” si ammala), e non già come un irreale intervento statico di scissione di qualcosa, il tessuto sociale, che per sua evoluzione storica è già diviso in tre sfere, embrionalmente intuite nelle coscienze ma ancora convulsamente articolate nei fatti.
Afferrato pertanto saldamente il corretto approccio dinamico al problema, il termine unitario “Tripartizione” quale riferimento diretto alla concezione sociale steineriana, per il suo immediato effetto evocativo – prezioso soprattutto nell’ottica di una ottimale divulgazione del tema quanto mai urgente – si conferma la sintesi linguisticamente piú consonante.

Arcady

(1) R. Steiner, I punti essenziali della questione sociale, O.O. 23, Ed. Antroposofica, Milano 1980, p. 238.
(2) Idem, p. 120.
(3) R. Steiner, Come si opera per la triarticolazione sociale, O.O. 338, Ed. Antroposofica, Milano 1988, p. 211.
(4) R. Steiner, Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, O.O. 192, Ed. Antroposofica,
Milano 1974, p. 193.
(5) Idem, p. 14.
(6) Idem, p. 43.
(7) R. Steiner, Polarità fra Oriente e Occidente, O.O. 83, Ed. Antroposofica, Milano 1966, p. 213.
(8) op.cit. alla nota 1, p. 28.
(9) R. Steiner, La mia vita, O.O. 28, Ed. Antroposofica, Milano 1990, p. 289.
(10) R. Steiner, Conoscenza antroposofica e medicina, O.O. 319, Ed. Antroposofica, Milano 1983, p. 14.
(11) op.cit. alla nota 4, p. 46.
(12) op.cit. alla nota 1, p. 47.
(13) Idem, p. 192.
(14) op.cit. alla nota 4, p. 240.
(15) M. Scaligero, Il pensiero come antimateria, Ed. Perseo, Roma 1978, p. 130.
(16) R. Steiner, I capisaldi dell’economia, O.O. 340, Ed. Antroposofica, Milano 1982, p. 148.
 

N.B.: Si ricordano gli orari tra i quali sceglierne almeno uno nel quale meditare quotidianamente un tema della Tripartizione liberamente scelto, come proposto nell’articolo introduttivo della serie (agosto): 7.30; 11.30; 15.30; 19.30; 23.30.